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mercoledì 15 agosto 2012

LA VIA FRANCIGENA

Da francigena.com
La Via Francigena, anticamente chiamata Via Francesca o Romea e detta talvolta anche Franchigena, è parte di un fascio di vie, dette anche vie Romee, che conduceva alle tre principali mete religiose cristiane dell'epoca medievale: Santiago de Compostela, Roma e Gerusalemme. I primi documenti d'archivio che citano l'esistenza della Via Francigena risalgono al XIII sec. e si riferiscono a un tratto di strada nel territorio di Troia in provincia di Foggia. Il percorso di un pellegrinaggio che il vescovo Sigerico, nel X secolo, fece da Canterbury per giungere a Roma rappresenta una delle testimonianze più significative di questa rete di vie di comunicazione europea in epoca medioevale, ma non esaurisce le molteplici alternative che giunsero a definire una fitta ragnatela di collegamenti che il pellegrino percorreva a seconda della stagione, della situazione politica dei territori attraversati, delle credenze religiose legate alle reliquie dei santi.  Il pellegrinaggio a Roma, in visita alla tomba dell'apostolo Pietro era nel medioevo una delle tre peregrinationes maiores insieme alla Terra Santa e a Santiago di Compostela. Per questo l'Italia era percorsa continuamente da pellegrini di ogni parte d'Europa. Molti si fermavano a Roma, gli altri scendevano lungo la penisola fino al porto di Brindisi e da lì si imbarcavano per la Terra Santa. Una tappa importante prima di giungere a Brindisi era il Santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo, sul Gargano, in provincia di Foggia. Nella maggior parte dei casi i pellegrini seguivano le Strade consolari romane. I pellegrini provenienti soprattutto dalla terra dei Franchi in età post carolingia cominciarono a valicare le Alpi ed entrare in Italia. Con l'itinerario primitivo si entrava in territorio italico attraverso il Colle del Moncenisio (talvolta transitando anche dal Colle del Monginevro), dando così alla strada il nome di Francigena, cioè proveniente dalla Terra dei Franchi. La via prese quindi a far parte di quella vasta rete di strade e percorsi che segnava l'Europa di pellegrinaggio e che univa tutti i maggiori luoghi di spiritualità del tempo.
La presenza di questi percorsi, con la grande quantità di persone provenienti da culture anche molto diverse tra loro, ha permesso un eccezionale passaggio di segni, emblemi, culture e linguaggi dell'Occidente Cristiano. Ancora oggi sono rintracciabili sul territorio le memorie di questo passaggio che ha strutturato profondamente le forme insediative e le tradizioni dei luoghi attraversati. Un passaggio continuo che ha permesso alle diverse culture europee di comunicare e di venire in contatto, forgiando la base culturale, artistica, economica e politica dell'Europa moderna; è nota la frase del poeta Goethe secondo cui la coscienza d'Europa è nata sulle vie di pellegrinaggio. A partire dal 1994 la Via Francigena è stata dichiarata "Itinerario Culturale del Consiglio d'Europa" assumendo, alla pari del Cammino di Santiago di Compostela, una dignità sovranazionale. Oltre a Sigerico Un'altra testimonianza di pellegrinaggio sulla Via Francigena è quella risalente al XII secolo dell'abate islandese Nikulás da Munkaþverá. Di questo autore si sa ben poco ed anche il nome è incerto: Nikulás Bergsson o Bergþórsson. Era un monaco benedettino, nel 1154 ritornò in Islanda da un pellegrinaggio in Terra Santa e nel 1155 fu consacrato abate del monastero di Munkaþverá (circa 15 km a sud di Akureyri), fondato in quell’anno dal vescovo Björn Gilsson della Diocesi di Hólar. Qui egli rimase fino alla morte, avvenuta intorno agli anni 1159-60. Il resoconto del suo pellegrinaggio dall'Islanda in Terra Santa è contenuto nel Leiðarvísir (Itinerarium). Il viaggio si colloca cronologicamente tra il 1152 ed il 1153, mentre la scrittura dell'itinerarium avvenne fra il 1154, anno del rientro in Islanda, ed il 1160, anno indicato dalle fonti come quello della sua morte. Il viaggio inizia dall’Islanda, attraversa un tratto di mare verso la Norvegia fino alle coste della Danimarca; passa quindi in Germania occidentale (contrariamente a Sigerico che attraversa la Francia) e, risalendo il corso superiore del Reno, passa per la Svizzera e l'Italia. La parte italiana non differisce sensibilmente da quella di Sigerico nella parte toscana verso Roma, ma poi prosegue sull'Appia Traiana per l'imbarco dai porti pugliesi. Dopo l'Italia, infatti, inizia un nuovo percorso marittimo che, toccando in più punti coste ed isole della penisola balcanica e della Grecia, conduce fino all’Asia minore in Turchia e poi a Gerusalemme. Vengono fornite dettagliate descrizioni di strade, luoghi, chiese e monumenti di interesse religioso - e non solo - attraversate dai viaggiatori e pellegrini scandinavi che si recavano in Terra Santa. Si legge che ad Utrecht "gli uomini prendono il bordone e la bisaccia e la benedizione per il pellegrinaggio a Roma". Sono menzionate, tra le altre, le città di Magonza, Strasburgo, Basilea, Solothurn e a Vevey (sul lago Lemano) incontra franchi, fiamminghi, inglesi, tedeschi e scandinavi diretti a Roma.  La Francigena non era propriamente una via ma piuttosto un fascio di vie, un sistema viario con molte alternative.
Il tratto da Canterbury a Roma si sviluppa su di un percorso di 1.600 chilometri che parte da Canterbury, e arriva a Dover per attraversare la Manica; da Calais, passando per Reims, Besançon e Losanna si arriva alle Alpi che vengono passate al colle del Gran San Bernardo. Dalla Valle d'Aosta si scende a Ivrea, quindi Vercelli, Pavia e si attraversano gli Appennini tra le province di Piacenza e Parma passando per Ducato di Montebello, Segalara, Fornovo di Taro e poi Berceto. Da Pontremoli si prosegue per Lucca, Porcari, Altopascio, Galleno, Ponte a Cappiano, Fucecchio, San Gimignano o Poggibonsi, Siena, Viterbo per terminare a Roma. Delle settantanove località attraversate da Sigerico nell'itinerario originale, si segnalano: Canterbury, Calais, Bruay, Arras, Reims, Châlons-sur-Marne, Bar-sur-Aube, Besançon, Pontarlier, Losanna, Gran San Bernardo, Aosta, Ivrea, Santhià, Vercelli, Tromello, Pavia, Piacenza, Fiorenzuola d'Arda, Fidenza, (deviazione per Parma), Fornovo di Taro, Pontremoli, Aulla, Luni, Camaiore, Lucca, Porcari, Altopascio, Fucecchio, San Genesio, San Gimignano, Siena, San Quirico d'Orcia, Bolsena, Viterbo, Sutri, Roma. Sigerico impiegò 79 giorni a percorrere, perlopiù a piedi, tutti i 1.600 chilometri del tragitto. La percorrenza media di viaggio fu quindi di 20 km circa al giorno. L'Arcivescovo di Canterbury Sigerico attraversò il Po a Calendasco (PC) nell'anno 990 d.C. durante il ritorno del suo viaggio a Roma per ricevere l'investitura dal Papa. Ma ancor più notevole è che qui c'era l'antico porto romano di Piacenza (le memorie storiche ricordano un emporium, cosa alquanto logica presso un porto ove giungevano merci). La Via Francigena è segnalata in carte del 1140, 1187, 1056, ove ritroviamo citata la "strata romea" passante "in eodem loco Kalendasco". Al porto di Calendasco le imbarcazioni dovevano pagare una gabella per l'attracco o per il solo transito in direzione di Venezia o Pavia: la località è Soprarivo (Super rivum) oggi attrezzata di un piccolo porto a servizio di pellegrini e turisti, riconosciuto come Transitus Padi ufficiale, fin dal 1994 dal Consiglio d'Europa e dal 2009 anche da due Ministeri italiani. Un accordo tra i piacentini ed i ferraresi stipulato a Ferrara il 5 novembre 1181 riporta: 

«[...] et Ferrariensis debe esse salvus et custoditus in persona et in habere in Placentia et in districtu Placentie, et non debet dare aliquam dationem in Placentia vel in districtu Placentie, nisi duos solidos de fune navis et unam libram piperis super rivum et unam aliam libram piperis ad roncarolum de sterio [...]».

Liutprando mantenne i privilegi al porto di questo luogo con un documento del 715 e Carlo Magno li ribadì per tre importanti motivi quali l'importanza della strada romana consolare Placentia-Ticinum, il porto fluviale con la riscossione della gabella e la presenza del castello e del recetto con funzione di avamposti prossimi alla città. Si ipotizza che Sigerico giunga da Piacenza seguendo la strata romea, presso il porto del Po di Calendasco, ove era l'antico passaggio della Via Francigena, sulla strada romana Placentia - Ticinum (Piacenza-Pavia) attraversa il fiume, così come tanti altri pellegrini, mercanti e viaggiatori medievali. A Calendasco i pellegrini avevano ristoro presso l'antico hospitale francescano. Questo Comune alle porte di Piacenza fa parte della "Associazione Europea delle Vie Francigene" e meritò una ampia citazione con riferimenti ai documenti storici circa il passaggio del Po, nel 'Dossier Scientifico' sulla Via Francigena voluto dal Consiglio d'Europa in vista del Giubileo del 2000. Oggi il comune di Calendasco è in grado di offrire a pellegrini e turisti, il servizio di due attracchi fluviali. Gli ostacoli naturali che i pellegrini ed i viandanti dovevano superare erano il canale della Manica, le Alpi e gli Appennini oltre che il fiume Po. Così come per valicare le Alpi le alternative erano almeno due (il valico del Moncenisio ed il passo del Gran San Bernardo), anche nell'attraversare gli Appennini, i pellegrini si trovavano di fronte a diverse possibilità. Nel tratto di Via Francigena che portava dalla Pianura padana alla Toscana, si registravano diverse varianti di percorso che sfruttavano i vari valichi risalendo la val Trebbia e passando per Bobbio (via degli Abati), oppure la val di Taro o ancora altre valli minori. Dalla val di Taro una deviazione per la Lunigiana e la Garfagnana permetteva di raggiungere direttamente Lucca evitando il passaggio costiero sulla via Aurelia, variante considerata più sicura nei momenti di crisi o guerre, poiché si snodava lungo strade secondarie meno esposte e sorvegliate da una fitta rete di castelli e monasteri. Attualmente il tratto della variante Francigena di Garfagnana è percorribile su antichi sentieri e mulattiere, con numerosi ponti medioevali per l'attraversamento del fiume Serchio e dei suoi affluenti. Anche se non ancora segnalato e non attrezzato con una rete di strutture dedicate per l'accoglienza ai pellegrini (in conventi, parrocchie ecc.) questo percorso attraversa un territorio dove l'ospitalità diffusa è garantita da una fitta rete di agriturismi, B&B, botteghe di paese, piccoli bar e ristoranti, tutto ciò rende il percorso sufficientemente attrezzato per un gradevole transito di pellegrini o trekkers. Il CAI Garfagnana può essere contattato per avere mappe del percorso, consigli o descrizioni delle possibili tappe e dei diversi itinerari. Studi recenti hanno messo in evidenza la via Francesca della Sambuca, variante che seguiva il corso del Reno fino a Porretta Terme e andava a Pistoia passando dall'antico castello di Sambuca Pistoiese e dal Passo della Collina. Un'altra variante appenninica a volte utilizzata era, almeno per alcuni tratti, la via Bolognese (fra Bologna e la Toscana). Una variante alpina della via Francigena attraversa le Alpi al valico del Moncenisio, e passa per l'abbazia di Novalesa, proseguendo per la Sacra di San Michele (monumento simbolo del Piemonte) ed infine per l'abbazia di Sant'Antonio di Ranverso per poi raggiungere Torino e ricollegarsi con il tragitto principale all'altezza di Vercelli, oppure costeggiare il Po lungo l'antico Itinerarium Burdigalense fino a Pavia. Più a sud, dopo la morte di San Francesco e la sua elevazione agli altari, molti pellegrini deviavano dall'antico percorso per visitare Assisi. In sintesi si sono rinvenute una serie notevole di varianti alternative lungo la penisola, che più o meno collegate (attraverso i così detti "diverticoli") alla Via Francigena, collegavano il nord e sud Europa prendendo anch'esse anticamente il nome di Vie romee o Francesche. Negli anni Novanta del secolo XIX è nata, per ragioni turistiche più che storiche, la denominazione Via Sacra Langobardorum (in italiano: via Sacra dei Longobardi) per indicare il percorso di pellegrinaggio che partiva da Mont Saint-Michel in Francia e giungeva al Santuario di San Michele Arcangelo di Monte Sant'Angelo, in provincia di Foggia, percorso che è lo stesso della Via Francesca.
Un'errata campagna di informazione turistico-culturale ha comportato che nell'immaginario collettivo si creasse l'idea che questa sia una via di pellegrinaggio staccata dalla Via Francesca mentre in verità ne è una parte. Non esiste alcuna documentazione storica che cita il nome di Via Sacra Langobardorum, dizione divenuta tuttavia ormai comune per indicare l'itinerario geoculturale compreso tra Mont Saint-Michel e San Michele del Gargano. Dopo la riscoperta, avvenuta negli anni settanta, del Cammino di Santiago, ci si rese conto che anche in Italia esisteva un simile percorso di pellegrinaggio, la via Francigena. Come era successo per il cammino spagnolo, anche il percorso della Francigena giaceva in parte sotto l'asfalto delle autostrade e delle statali che, col tempo, avevano ricalcato il tracciato di quelle che già erano state le strade principali del medioevo e dell'età romana. L'interesse, dapprima limitato agli studiosi, poi estesosi a molti che, dopo aver percorso il Cammino di Santiago, desideravano arrivare a Roma a piedi e poi a Gerusalemme, ha fatto nascere una rete di amanti della Francigena che, con vernice e pennello, hanno cominciato a segnare sentieri e percorsi. Dove possibile si è cercato di recuperare il tracciato originario, ma a volte si è scelto di deviare dal percorso storico in favore di sentieri e strade meno trafficate. Constatando il sempre maggiore interesse per il Cammino di Santiago, è oggi chiaro che anche la Francigena è un tesoro dal punto di vista turistico, e se questo ha portato le amministrazioni pubbliche a prendere coscienza dell'importanza del fenomeno ha anche portato alcuni ad approfittarsi, ad esempio deviando il percorso pur di farlo passare nei pressi di quel bar o di quell'altro ristorante. Tra le regioni italiane la regione Lazio è stata molto attiva negli ultimi due anni, infatti ha investito sulla Francigena in termini di risorse e di promozione turistica, riattivando una serie di percorsi che hanno come fulcro Roma. In particolare il tratto a nord proveniente dalla Toscana e quello a sud da e verso la Terra Santa sulla direttrice Prenestina che attraversa Palestrina, entra nella Valle del Sacco e dopo Anagni si ricongiunge alla Latina per dirigersi a Benevento, dove incontra l'altra direttrice l'Appia, per molti secoli, dopo la caduta dell'Impero Romano, ridotta a via di carattere soprattutto commerciale per la presenza delle paludi pontine. È inoltre cresciuta la necessita di avere strutture idonee per l'accoglienza dei pellegrini lungo l'interno tracciato. In tale senso molte parrocchie ed istituzioni religiose ospitano i pellegrini muniti di credenziale diretti verso Roma. In anni recenti la Confraternita di San Jacopo di Compostella di Perugia gestisce diverse strutture di accoglienza sulla via Francigena, una in Toscana a Radicofani: lo Spedale di San Pietro e Giacomo, e una a Roma: lo Spedale della Provvidenza di San Giacomo e di San Benedetto Labre. Quest'ultimo si trova a Testaccio, nel centro storico di Roma, a metà strada tra la Basilica di San Pietro e quella di San Paolo. Grazie alla collaborazione tra la Confraternita di San Jacopo di Compostella e le Figlie della Divina Provvidenza, è nata quindi la possibilità di dare alloggio a coloro che, dotati di credenziale, giungono a Roma secondo i canoni del vero pellegrinaggio. Importante è un certo interesse mediatico, come ad esempio una serie radiofonica di Rai Radio Tre dedicata alla Francigena, documentari, e la pubblicazione di alcune guide sta avvicinando un numero di persone sempre crescente che, per motivi religiosi o meno, percorre zaino in spalla l'antico percorso. Si tratta di un progetto ambizioso, che richiede tempo, forse meno di quello che c'è voluto per l'affermazione del Cammino di Santiago (circa 20 anni), ma molte amministrazioni comunali scommettono sul recupero della Francigena a piedi in Italia, anche se ancora non è decollato. I presupposti ci sono tutti e le istituzioni stanno lavorando in accordo con il Ministero dei Beni Culturali per mettere a sistema l'enorme patrimonio diffuso sula penisola, le tradizioni e le feste popolari, l'enogastronomia. Il lavoro è lungo, infatti oltre alla messa in sicurezza del tracciato, bisognerà affrontare il problema del reperimento, lungo il percorso, di strutture ricettive a buon prezzo dislocate a distanze regolari tra le tappe, così come sarà necessario stipulare accordi e convenzioni per i servizi e l'assistenza, che passa prima di tutto attraverso l'informazione delle popolazioni dei territori attraversati che saranno i principali attori di questa opportunità di sviluppo e d'incontro tra i popoli.

Fonte: Wikipedia



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martedì 14 agosto 2012

L'ITINERARIO DI SIGERICO

L'Itinerario di Sigerico è la relazione di viaggio più antica in riferimento alla Via Francigena o Romea (da non confondere con la statale Romea sulla costa adriatica), il percorso di pellegrinaggio che da Canterbury portava a Roma e che costituiva in epoca medioevale, una delle più importanti vie di comunicazione europee.  L'itinerario iniziò ad affermarsi quando il re longobardo Rotari, a seguito della conquista della costa ligure denominata Marictima e della fortezza della Cisa, stabilirà una via principale di comunicazione, che successivamente con Sigerico, arcivescovo di Canterbury, diventerà nota come la "via Francigena di monte Bardone". L'arteria diventerà l'asse delle successive comunicazioni logistiche militari per il sud della penisola italica. L'itinerario fu compiuto nel 990 da Sigerico di ritorno da Roma dove aveva ricevuto il Pallio dalle mani del Papa. L'arcivescovo inglese descrive le 79 tappe del suo itinerario verso Canterbury, annotandole in un diario. La descrizione del percorso è assai precisa anche per ciò che riguarda i punti di sosta (Mansio). Le informazioni contenute nella cronaca di Sigerico, così come quelle del Leiðarvísir di Nikulás da Munkaþverá, partito dall'Islanda, sono molto utili per stabilire quale fosse il tracciato originario della Francigena.

Il testo originario della cronaca recita:

« Adventus archiespiscopi nostri Sigeric ad Romam : primitus ad limitem beati Petri apostoli : deinde ad Sanctam Mariarn scolarn Anglorum: ad Sanctum Lauren­tium in craticula : ad Sanctum Valentinum in ponte Molui : ad Sanctam Agnes : ad Sanctum Laurentium foris murum : ad Sanctum Sebastianum : ad Sanctum Anasta­sium : ad Sanctum Paulum : ad Sanctum Bonefatium : ad Sanctam Savinam : ad Sanctam Mariam scolam Graecarn : ad Sanctam Ceciliam : ad Sanctum Crisogo­num : ad Sanctam Mariam Transtyberi : ad Sanctum Pancratium. Deinde reversi sunt in domum.
Mane ad Sanctam Mariam rotundam : ad sanctos apostolos : ad Sanctus Johan­nes in Laterane. Inde reficimus cum domini apostolico Johanno : deinde ad Jerusa­lem : ad Sanctam Mariam majorem : ad Sanctum Petrum ad Vincula : ad Sanctum Laurentium ubi corpus ejus assatus fuit. Iste sunt submansiones de Roma usque ad mare. I Urbs Roma. Il Johannis VIIII. III Bacane. IlIl Suteria. V Furcari. VI Sce Valentine. VII Sce Flaviane. VIII Sca Cristina. IX Aquapendente.

X Sce Petir in Pail. XI Abricula. XII Sce Quiric. XIII Turreiner. XIV Arbia. XV Seocine. XVI Burgenove. XVII Aelse. XVIII Sce Martin in Fosse. XIX Sce Gemiane. XX Sce Maria Glan. XXI Sce Peter Currant. XXII Sce Dionisii. XXIII Arne Blanca. XXIII Aqua Nigra. XXV Forcri. XXVI Luca. XXVII Campmaior. XXVIII –Luna. XXIX Sce Stephane. XXX Aguilla. XXXI Puntremel. XXXII Sce Benedicte. XXXIII Sce Moderanne. XXXIV Phi­lemangenur. XXXV Metane. XXXVI Sce Domnine. XXXVII Floricum. XXXVIII Placentia. XXXIX Sce Andrea. XL Sce Cristine. XLI Pamphica. XLII Tremel. XLIII Vercel. XLIV Sca Agath. XLV Everi. XLVI Publei. XLVII Agusta. XLVIII Sce Remei. XLIX Petrecastel. L Ursiores. LI Sce Maurici. LII Burbulei. LIII Vivaec. LIV Losanna. LV Urba. LVI Antifern. LVII Punterlin. LVIII Nos. LIX Bysiceon. LX Cuscei. LXI Sefui. LXII Grenant. LXIII Oisma. LXIV Blaecuile. LXV Bar. LXVI Breone. LXVII Domaniant. LXVIII Funtaine. LXIX Chateluns. LXX Rems. LXXI Corbunei. LXXII Mundlothuin. LXXIII Martinwaeth. LXXIV Duin. LXXV Atherats. LXXVI Bruwaei. LXXVII Teranburh. LXXVIII Gisne. LXXX Sumeran.  »
Delle settantanove località attraversate da Sigerico nell'itinerario originale, trentaquattro sono le città : Canterbury, Calais, Bruay, Arras, Reims, Châlons-sur-Marne, Bar-sur-Aube, Besançon, Pontarlier, Losanna, Gran San Bernardo, Aosta, Ivrea, Santhià, Vercelli, Pavia (deviazione per Bobbio), Piacenza, Fiorenzuola d'Arda, Fidenza, (deviazione per Parma), Fornovo di Taro, Pontremoli, Aulla, Luni, Carrara, Camaiore, Lucca, Porcari, Altopascio, San Genesio, San Gimignano, Colle di Val d'Elsa, Siena, San Quirico d'Orcia, Bolsena, Viterbo, Sutri, Roma.
Sigerico impiegò 79 giorni a percorrere, perlopiù a piedi, tutti i 1.600 chilometri del tragitto. La percorrenza media di viaggio fu quindi di 20 km circa al giorno.

Fonte: Wikipedia

martedì 25 ottobre 2011

I VIAGGI DI AMERIGO VESPUCCI

Con i viaggi di Amerigo Vespucci usciamo da quella che convenzionalmente è la data della fine del Medioevo (1492). Si è deciso di metterlo per completezza di informazioni


Amerigo Vespucci (Firenze, 9 marzo 1454 – Siviglia, 22 febbraio 1512) è stato un navigatore ed esploratore italiano. Fu tra i primi e più importanti esploratori del Nuovo Mondo, tanto da lasciare il suo nome al continente. L'intuizione fondamentale di Vespucci risiedette nell'aver compreso che le nuove terre non costituissero porzioni di territorio del continente asiatico, ma facessero parte di una "quarta parte del globo". Egli notò infatti, compiendo un viaggio al servizio del Portogallo nel 1501, che l'estensione delle zone scoperte si spingeva fino al 50º grado di latitudine sud. Da tale notevole grandezza comprese di essere in presenza di un continente fino ad allora sconosciuto. 



BARTOLOMEO DIAZ E LA SCOPERTA DEL CAPO DI BUONA SPERANZA


Bartolomeo Diaz nacque in Portogallo nel 1450 e della sua vita si sa poco o quasi niente. Sappiamo per certo che nacque in una ricca famiglia portoghese di marinai ed esploratori tra i quali ricordiamo Dinis Dias che guidò alcune spedizioni lungo le coste dell’Africa settentrionale e che intorno al 1440 aveva raggiunto Capo Verde. Nella sua gioventù, Dias frequentò gli studi di matematica e astronomia all’università di Lisbona; inoltre servì come militare nella fortezza di São Jorge Da Mina. In età adulta diventò cavaliere della corte e successivamente comandante della nave da guerra São Cristóvão, che fu la caravella con la quale egli compì i suoi viaggi sulle coste atlantiche dell’Africa. Dei suoi viaggi ne ricordiamo tre. Il primo, nonché il più importante che egli fece, permise di trovare una nuova rotta per le Indie, fu quello che compì nel 1487 e che terminò sedici mesi più tardi nel dicembre del 1488 dopo aver raggiunto e doppiato il Capo di Buona Speranza per la prima volta nella storia dell‘Europa. Il secondo è quello che svolse nel 1497 accompagnando Vasco da Gama fino al Capo di Buona speranza per poi lasciarlo continuare da solo fino alle Indie. L’ultimo, nel quale naufragò perdendo la vita, fu accompagnando Pedro Alvarez Cabral. Bartolomeo Dias morì il 25 maggio del 1500, ma non senza onorificenze: infatti, per le sue scoperte e per i servigi resi alla corona Portoghese, egli ricevette il titolo di Cavaliere dell’Ordine Militare del Cristo.

UGOLINO E VADINO VIVALDI

I fratelli Ugolino e Vadino Vivaldi (date e luoghi di nascita e morte incerti) furono due navigatori genovesi del XIII secolo. Dopo la caduta di San Giovanni d'Acri e delle ultime piazzeforti cristiane in Medioriente le vie terrestri per il commercio delle spezie erano divenute impraticabili e si avvertiva l'esigenza di aprire una via commerciale alternativa. Diversi mercanti e patrizi genovesi, tra cui Tedisio Doria finanziarono dunque una spedizione che avrebbe dovuto giungere "ad partes Indiae per mare oceanum" ("all'India attraverso il mare").
Non si conosce con certezza il tragitto che intendevano seguire per arrivare in India: per alcuni essi intendevano circumnavigare l'Africa, come poi fecero Bartolomeo Diaz e Vasco da Gama, per altri intendevano attraversare l'Atlantico, come fece Cristoforo Colombo. Nel 1291 i due fratelli salparono da Genova con due galee (l'Allegranza e la Sant'Antonio) e 300 marinai; la spedizione era accompagnata anche da due frati francescani. Tuttavia dopo aver passato lo stretto di Gibilterra e aver iniziato la discesa lungo le coste africane, della spedizione si persero le tracce dopo capo Juby, ai confini meridionali del Marocco e nessuno fece mai ritorno. Furono formulate diverse ipotesi sulla sorte dei navigatori. Le galee, a remi e con scafo basso e sottile non erano del resto navi adatte per la navigazione sull'oceano; inoltre non era ancora utilizzata la bussola e la navigazione poteva solo avvenire lungo la costa, con frequenti approdi. È possibile che la spedizione avesse toccato le isole Canarie e forse fece naufragio alla foce del fiume Senegal. Nel 1315, il figlio di Ugolino, detto Sorleone, organizzò e condusse una infruttuosa spedizione sulle tracce del padre e dello zio. Nel 1455 un navigatore genovese narrò in una lettera di aver incontrato in Africa, nei pressi del fiume Senegal, un giovane "della nostra stirpe", che diceva di discendere dai superstiti di quella spedizione. Secondo i racconti leggendari che si svilupparono dopo il fallimento della spedizione, i due fratelli genovesi avrebbero effettivamente circumnavigato l'Africa e sarebbero giunti in Etiopia, dove sarebbero stati catturati dal Prete Gianni, un leggendario re cristiano. Non molti anni dopo Dante Alighieri era forse a conoscenza del fallimento della spedizione quando compose nel XXVI canto del suo Inferno la storia del viaggio di Ulisse oltre le Colonne d'Ercole.

Fonte: Wikipedia

CRISTOFORO COLOMBO E LA SCOPERTA DELL'AMERICA

La colonizzazione europea delle Americhe fu compiuta a partire dal 1492 da parte di molti stati europei tra i quali Spagna, Olanda, Portogallo, Francia e Inghilterra. Anche se le motivazioni principali erano quelle di civilizzare e propagare la fede cristiana nel "Nuovo Mondo", il processo di colonizzazione produsse in effetti la sistematica distruzione culturale, e in molti casi anche fisica, delle popolazioni locali nel corso dei secoli successivi. Impropriamente, ma non del tutto, si può dire che questa colonizzazione finì solo nella seconda metà del secolo XIX con la conquista del Far West da parte degli statunitensi. Nella storiografia contemporanea, l'espressione "scoperta delle Americhe", utilizzata fino a poco tempo fa per designare il fenomeno della colonizzazione europea delle Americhe, non viene più utilizzata, in quanto considerata portatrice di un punto di vista nettamente eurocentrico, oltre ad essere probabilmente inesatta: la vera scoperta fu effettuata dalle prime popolazioni che arrivarono a piedi durante l'ultima glaciazione passando sopra all'attuale Stretto di Bering. Molto probabilmente però ci furono altri esploratori partiti dall'Europa e che navigarono fino al nuovo continente; i primi a giungervi furono, secondo tale tesi, i vichinghi (Leif Ericsson, figlio del proscritto Eirik Raude), giunti intorno all'anno 1000 a Terranova, nell'odierno Canada, che venne chiamata Vinlandia (dall'antico norvegese vin, pianura e land, terra). Per questi motivi si preferisce parlare quindi di "conquista delle Americhe", ponendo così l'accento sulle violenze commesse dai Conquistadores nel cosiddetto "Nuovo mondo" e soprattutto dai coloni inglesi in America Settentrionale, che hanno portato i nativi a vivere in riserve. Con la conquista del regno di Granada (1491), l'ultimo territorio iberico ancora in mano ai musulmani, la Castiglia aveva libero accesso alle coste atlantiche, ma si trovava la costa africana e le isole atlantiche sbarrate dai portoghesi. Proprio per questo i sovrani Ferdinando II d'Aragona e Isabella I di Castiglia accettarono l'impresa proposta loro dal genovese Cristoforo Colombo. In realtà essa si basava su un errore di calcolo: Colombo era convinto che la circonferenza terrestre fosse molto minore di quanto non sia effettivamente e credeva di riuscire a raggiungere in tempi relativamente brevi l'Oriente descritto da Marco Polo, ovvero intendeva buscar el Levante por el Poniente. Questo errore e l'aiuto dei venti alisei permisero a Cristoforo Colombo di scoprire l'America il 12 ottobre 1492, di mercoledì, e sbarcare il giorno seguente su una delle isole Lucaie, che venne battezzata San Salvador, per poi toccare altre isole tra cui l'isola Santa Maria, Grande Exuma, Grandi Antille, Haiti dopo settanta giorni di navigazione su tre piccole navi, la Niña, la Pinta e la Santa Maria.
Da quel momento, quella parte di mondo divenne terra spagnola, almeno secondo la volontà di Colombo stesso che ne prese possesso, senza nessuna consultazione con gli abitanti, a nome dei reali di Spagna.
Seguirono a questo altri quattro viaggi nel periodo tra il 1492 e il 1500, in cui Colombo continuò l'esplorazione dei Caraibi, raggiungendo a sud le foci dell'Orinoco e ad ovest Panama. Il primo ad intuire, però, che quelle terre non erano l'Oriente ma un nuovo continente fu nel 1507 il fiorentino Amerigo Vespucci con le sue esplorazioni lungo le coste del Brasile e dell'Argentina. Amerigo Vespucci viaggiò inizialmente nel Nuovo Mondo nel 1497 e probabilmente toccò terra nell'attuale penisola della Guayira (Colombia). Ciò si deduce dalle sue lettere a Lorenzo di Pier Francesco de' Medici sulla cultura degli indigeni nativi.
Successivamente Vespucci viaggiò nel Nuovo Mondo nel 1499, insieme a Alonso de Ojeda e Juan de la Cosa, il famoso pilota di Cristoforo Colombo. In questo viaggio Vespucci esplorò le coste del Brasile e fu il primo europeo ad individuare l'estuario del Rio delle Amazzoni. Vespucci fece altri due viaggi nel Nuovo Mondo, nei quali esplorò le coste del Brasile e della Patagonia. Amerigo Vespucci intuì che il Nuovo Mondo era un continente separato dagli altri tre conosciuti, ed inviò delle lettere a Firenze dove esprimeva le sue convinzioni. Fu in seguito a queste lettere, interpretate da cosmografi europei, che il Nuovo Mondo fu battezzato America in onore di Amerigo Vespucci. Nel 1513 si ebbe la conferma che l'America era un nuovo continente. Infatti, il portoghese Vasco Núñez de Balboa attraversò via terra lo stretto di Panama e scoprì un nuovo oceano poi chiamato Pacifico per la tranquillità delle sue acque al momento della scoperta. Prima di Colombo già alcuni popoli avevano compiuto dei tentativi verso il nuovo continente, come ad esempio i Vichinghi, gli scandinavi ed infine gli stessi portoghesi. Alcuni colonizzatori islandesi erano giunti in Groenlandia all'inizio del II secolo, mentre le isole Azzorre, che pure si trovano al largo nell'Atlantico, erano già state colonizzate dai portoghesi.La questione se i Vichinghi siano giunti o meno nel Nordamerica molto prima di Colombo (forse intorno all'anno 1000) è stata a lungo dibattuta dagli storici. Sappiamo che intorno al 980 i Vichinghi islandesi scoprirono la Groenlandia e, trovandola disabitata, si insediarono sulla costa sud-occidentale. Le prime ipotesi di un successivo sbarco e addirittura di tentativi di insediamento dei Vichinghi in zone come Labrador e Terranova trovavano giustificazione soprattutto in alcuni passi della saga di Erik il Rosso, in cui veniva menzionato un viaggio di Erik in una regione oltre oceano detta Vinland, abitata da un popolo (gli Skrælingar) che sembrava corrispondere con le prime descrizioni dei nativi americani a opera dei successivi esploratori europei. Nel 1961, la scoperta di tombe vichinghe dell'XI secolo a L'Anse aux Meadows, ha fornito una prova della correttezza di questa ipotesi. Oggi si considera certo che i vichinghi giunsero, oltre che in Groenlandia, anche a Terranova. Sebbene Colombo fu preceduto da altri navigatori/popoli migranti nessuno di questi viaggi presunti o reali ebbe un impatto sulla Storia. Secondo alcuni storici la scoperta dell'America da parte di Colombo sarebbe da anticipare di qualche anno. Secondo queste tesi, il navigatore avrebbe compiuto già nel 1485 un viaggio che lo avrebbe portato nel Nuovo Mondo. Questo lo si potrebbe dedurre da vari indizi: la rotta seguita da Colombo nel primo viaggio nel 1492 segue esattamente le correnti; inoltre l'ammiraglio è così sicuro di raggiungere le nuove terre che, per sedare una rivolta, promette di navigare soltanto per altri tre giorni e proprio nella notte fra il secondo e il terzo giorno arriva a destinazione. Inoltre, sulla tomba di papa Innocenzo VIII c'è scritto "Durante il suo regno la scoperta di un Nuovo Mondo". Il papa però morì il 25 luglio 1492, alcuni giorni prima della partenza ufficiale. Naturalmente l'autore di detta iscrizione può avere sia fatto semplice riferimento all'ultimo anno solare in cui visse Innocenzo VIII, appunto il 1492, quanto all'oggi noto ruolo di "protettore" che detto Papa ebbe nei confronti di Colombo, per mezzo del suo logoteta presso la corte di Spagna Alessandro Geraldini (autore del resoconto di viaggio: "Itinerarium ad Regiones Sub Aequinoctiali Plaga Constitutas"). È da notare tuttavia che il navigatore turco Piri Reìs, nella sua famosa mappa, realizzata nei primi decenni del XVI secolo, annotò che la zona delle Antille era stata scoperta nell'anno del calendario islamico 896 (corrispondente al 1490/1491 dell'era cristiana) da parte di un genovese infedele di nome Colombo. Lo stesso Reìs dichiarò che alcune delle fonti a cui aveva attinto per realizzare la sua opera erano le mappe usate da Colombo. Nel 1493 il re Ferdinando d'Aragona ottenne dal papa Alessandro VI (1491-1503) una bolla pontificia, la Inter Caetera, che sanciva il possesso della Castiglia di tutte le terre scoperte e cristianizzate al di là di una linea teorica che si trovava a circa cento miglia marine dalle isole Azzorre e Capo Verde. Nel 1494 però, i sovrani di Spagna dovettero accordarsi con il re del Portogallo Giovanni II con il trattato di Tordesillas che spostava la linea di demarcazione fra le rispettive aree di influenza ancora più ad occidente per altre ottocento miglia marine. Questa nuova linea dava al Portogallo le terre dell'attuale Brasile. La colonizzazione europea delle Americhe ebbe, tra le numerose conseguenze, anche quella del trasferimento di piante ed animali dal Nuovo Mondo al Vecchio Mondo, che alterò il quadro botanico ed in misura minore quello zoologico. Tra le piante forestali vanno annoverate il noce nero del Nordamerica, la quercia rossa, la robinia pseudoacacia; tra le conifere l'araucaria dell'America Meridionale, la sequoia; tra le piante coltivate il mais, il girasole, il peperone, la patata, il cotone, il fagiolo, il pomodoro, il tabacco. Tra le specie animali trasferite dall'America all'Europa vanno inclusi il tacchino, originario del Nordamerica e dell'America centrale, il cincillà, il visone americano, la trota arcobaleno.


Fonte: Wikipedia

ENRICO IL NAVIGATORE

Enrico di Aviz detto Enrico il Navigatore o principe di Sagres (in portoghese: Infante Dom Henrique conhecido na História como Infante de Sagres ou Navegador. Henrique anche in galiziano e in aragonese, Enrique in spagnolo e in asturiano, Enric in catalano e Henrike in basco, Henricus in latino; Oporto, 4 marzo 1394 – Sagres, 13 novembre 1460) principe della casa reale portoghese che fu Primo Duca di Viseu e figura molto importante dell'inizio dell'era delle scoperte geografiche. Uno dei primi risultati di questa attività sarebbe stata la riscoperta di Madera e Porto Santo, verso il 1419 per opera di João Gonçalves Zarco e Tristão Vaz Teixeira, che sarà prontamente colonizzata. Il 25 maggio 1420, Enrico fu nominato Gran Maestro dell'Ordine del Cristo, un ordine religioso e militare che era stato fondato, nel 1319, dal re Dionigi per incorporare le proprietà del soppresso (dal papa Clemente V, il 3 aprile del 1312) Ordine dei Templari, e questa carica la porterà per tutta la sua vita di fervido e operoso cristiano. Per quanto riguarda l'esplorazione dell'Oceano Atlantico, la nomina fu importante in quanto le vaste rendite dell'Ordine aiutarono a finanziare le spedizioni atlantiche, la vera passione del principe. Nel 1427, Gonçalo Velho ed altri scoprivano le prime isole Azzorre. Anche queste isole disabitate furono presto colonizzate. Alla morte del re suo padre, nel 1433, il fratello del Principe Enrico, il figlio maggiore, Duarte, salì al trono come Edoardo I e gli concesse un quinto dei proventi commerciali ottenuti dalle zone appena scoperte, assieme all'esclusiva del diritto di esplorazione oltre Capo Bojador. All'epoca, il Capo Bojador, sulla costa nord-occidentale dell'Africa, era il punto più meridionale sulla costa dell'Africa conosciuto in Europa. Gil Eanes, fu il primo a oltrepassarlo nel 1434, dimostrando l'infondatezza delle superstizioni sui territori ignoti che attendevano più a sud. Infatti già nel 1436 le navi portoghesi arrivarono al Rio do Ouro, aprendo la strada a un'ulteriore esplorazione verso sud della costa africana. A questo punto però i viaggi vennero interrotti per qualche anno. Anzitutto per la disastrosa spedizione di Tangeri del 1437 e poi per la disputa per la reggenza. Infatti il regno di Duarte durò appena cinque anni, e alla sua morte, la reggenza, per la minore età del nipote Alfonso V, fu disputata tra la regina madre, Eleonora, appoggiata dal fratellastro di Enrico, Alfonso, conte di Barcelos e futuro duca di Braganza, ed il fratello Pietro, che prevalse ed ebbe l'approvazione delle cortes, nel dicembre del 1439. Enrico appoggiò suo fratello Pietro (D. Pedro) durante tutto il periodo della reggenza (1440-1448) ricevendo la conferma dei suoi privilegi. Così, nel 1441, ripresero i viaggi e nel frattempo continuava la colonizzazione delle Azzorre. Con lo sviluppo di un nuovo tipo di nave, la Caravella, in grado di reggere meglio il mare Atlantico burrascoso, le spedizioni conobbero ulteriore impulso. La penisola di Capo Bianco fu raggiunta nel 1441 da Nuno Tristão e Antão Gonçalves  e la Baía de Arguim , a sud della penisola di capo Bianco, fu scoperta nel 1443, e nel 1448 vi veniva costruito un insediamento fortificato, la futura Agadir. Tra 1444 e 1446 circa cinquanta caravelle partirono da Lagos e si spinsero per 450 leghe oltre capo Bojador. Dinis Dias raggiunse le foci del fiume Senegal e doppiò il Capo Verde (1444). dopo si iniziò l'esplorazione della Guinea. Furono così raggiunte le stazioni commerciali a sud del grande Deserto del Sahara. Uno degli obiettivi di Enrico era aggirare le rotte carovaniere del Sahara e rendere accessibili via mare le ricchezze dell'Africa meridionale. A partire dal 1452 il flusso di oro giunto in Portogallo era sufficiente a coniare i primi cruzados d'oro. A partire dal 1450, Alvise Cadamosto esplorò le coste africane dell'Atlantico arrivando al fiume Gambia nell'attuale Senegal e, tra il 1455 ed il 1456 scoprì (probabilmente avvistò le isole senza esplorarle) le prime cinque isole dell'arcipelago di Capo Verde. Antonio da Noli vi giunse negli stessi anni e le esplorò e poi le colonizzò. Nel 1459 un geografo, cartografo e monaco camaldolese veneziano del XV secolo, Fra Mauro, gli inviò in Portogallo un planisfero del vecchio Mondo (oggi perduto), ordinatagli da Enrico. Nel 1460 la costa africana era stata esplorata fino all'attuale Sierra Leone. Ventotto anni dopo, Bartolomeo Diaz confermò che l'Africa era circumnavigabile, raggiungendo il punto più a sud del continente africano (oggi si chiama Capo di Buona Speranza). Nel 1498, Vasco da Gama, per primo, dal Portogallo raggiunse l'India.

Fonte: Wikipedia

VASCO DA GAMA

Dom Vasco da Gama, spesso erroneamente «de Gama», conte di Vidigueira e viceré delle Indie Orientali (Sines, 1469 – Cochin, 24 dicembre 1524), è stato un esploratore portoghese, primo europeo a navigare direttamente fino in India. All'inizio del XV secolo, la scuola di navi di Enrico il Navigatore aveva circumnavigato le coste dell'Africa al servizio della corona portoghese. Intorno al 1460 il profilo della sua missione andava mutando nella ricerca dell'agognata Rotta delle spezie, un passaggio per l'India intorno alla punta meridionale dell'Africa. Un successo di questo progetto avrebbe permesso di poter fare a meno dell'intermediazione di commercianti arabi, persiani, turchi e veneziani, che gravava sul prezzo delle spezie orientali come il pepe, la noce moscata e i chiodi di garofano. Verso la fine del secolo, questa ricerca stava giungendo a compimento. Già nel 1488 Bartolomeo Diaz era riuscito a circumnavigare il Capo di Buona Speranza, mentre Pero da Covilhã aveva viaggiato per terra fino a Calicut, esplorando possibili fonti di approvvigionamento di spezie sul subcontinente indiano. Non rimaneva che unire i due segmenti del viaggio. Questo compito fu inizialmente affidato a Estêvão da Gama, il padre di Vasco; ma questi morì prima di poter affrontare il viaggio. Nonostante il figlio avesse allora meno di trent'anni, i servigi resi al Re di Portogallo Manuele I lungo la Costa d'Oro sembrano averlo qualificato abbastanza da incaricarlo della missione al posto del più anziano Bartolomeo Diaz. Da Gama lasciò Lisbona l'8 luglio 1497 sulla sua ammiraglia, la nave São Gabriel (120 t), accompagnata dalla São Rafael (100 t) sotto il comando di Nicolao Coelho e la Santa Fé sotto il comando del fratello Paulo da Gama, una nave da carico e un equipaggio di 150 uomini. Primo capitano nella storia, scelse di distaccarsi nettamente dalla costa per poter sfruttare venti migliori. Si inoltrò nell'Atlantico occidentale, tra l'altro senza trovarne le zone più adatte alla navigazione a vela. Accompagnato da Bartolomeo Diaz fino al Capo di Buona Speranza proseguì da solo, circumnavigandolo a novembre. A Natale passò come primo europeo le coste del Natal, da lui così chiamato. Il 7 aprile 1498 raggiunse Mombasa, i cui commercianti arabi tentarono di sabotare il suo viaggio. Da Gama riuscì ad arrivare a Malindi, allora in feroce concorrenza con Mombasa. Il sultano di Malindi accolse i nemici dei suoi nemici a braccia aperte e gli mise a disposizione un famosissimo esperto navigatore - lo Yemenita Aḥmad b. Mājid Muḥammad al-Saʿdī al-Jaddī al-Najdī - che lo aiutò con grande perizia per condurlo senza problemi fino allo Stato del Kerala, in India. Il 20 maggio 1498 sbarcò a Calicut (nome portoghese della città di Kozhikode) nel Malabar, sulla costa sud-occidentale del subcontinente indiano. Per la prima volta una nave europea era approdata in India. Seguirono difficili negoziati con il Samorin (principe) di Calicut, continuamente avversati dai mercanti arabi residenti, per arrivare alla conclusione di un trattato commerciale. Dopo mesi di sforzi diplomatici da Gama ottenne una concessione e ripartì l'8 ottobre, lasciandosi dietro alcuni dei suoi uomini con l'incarico di stabilire un insediamento commerciale. Al suo ritorno a Lisbona, il 9 settembre 1499, venne accolto trionfalmente come l'uomo che aveva portato a compimento un progetto iniziato ottant'anni prima, ed insignito del titolo di "Ammiraglio dell'Oceano Indiano". La seconda missione per l'India fu comandata nel 1500 da Pedro Álvares Cabral, che in quest'occasione avrebbe incidentalmente scoperto il Brasile. Cabral scoprì che gli uomini di Da Gama lasciati a Calicut erano stati assassinati e bombardò la città per ritorsione.
Nel 1502 Vasco Da Gama partì al comando di una flotta composta da 21 navi da guerra. Istituì guarnigioni lungo la costa dell'Africa orientale, agì da filibustiere contro diverse navi arabe e infine sconfisse la flotta di Calicut. Da vincitore, impose un trattato di pace che assicurò al Portogallo il monopolio sul commercio di spezie tra le Indie e l'Europa. Questa missione di guerra pose le basi per l'egemonia della flotta portoghese nell'Oceano Indiano. Al ritorno in patria venne insignito dell' Ordine Supremo del Cristo. Nominato Conte di Vidiguera, ricevette dei terreni prima appartenuti al casato dei Braganza. Da Gama vi si ritirò, ma venne richiamato in servizio nel 1524, per tornare in India da Viceré. Ma poco dopo il suo arrivo, morì nella città di Cochin. Nel 1539 le sue spoglie vennero riportate in Portogallo. Il poema nazionale del Portogallo, I Lusiadi di Luís Vaz de Camões tratta principalmente dei viaggi di Vasco da Gama. È tradizione che il 9 settembre di ogni anno, anniversario del ritorno in patria della missione, a Lisbona, si festeggi la famosa sagra del Bartolomio.

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LA ROTTA DELLE SPEZIE

La rotta delle Spezie era la via marittima dall'Europa all'India e oltre, fino alle Isole delle Spezie (Molucche). La rotta venne aperta tra il XV e il XVI secolo da esploratori portoghesi. L'apertura della rotta delle spezie, in parte ottenuta con l'uso della forza militare, rappresenta il punto di partenza dell'espansione europea nel mondo e del colonialismo. l primo troncone portava da Lisbona, intorno al Capo di Buona Speranza, lungo le coste dell'Africa orientale e attraverso il Mare arabo fino alle città di Goa, Calicut e Cochin nel Malabar sulla costa sud-orientale dell'India. Da lì si proseguiva circumnavigando India e Ceylon e attraversando il Golfo del Bengala, lo Stretto di Malacca, il Mar di Sunda e il Mar di Banda fino alle Isole delle Spezie, in primo luogo Ambon, Tidore e Ternate.

IL MILIONE

Il Milione è un'opera saggistico-biografica che Rustichello da Pisa, prigioniero a Genova insieme a Marco Polo, scrisse sotto dettatura, forse nel 1298 (e comunque dopo il 1295), per raccontare le avventure del mercante ed esploratore veneziano Marco Polo. Si tratta del libro più universalmente noto della letteratura italiana del XIII secolo. La sua collocazione in un genere è particolarmente ardua: appartiene alla trattatistica storico-geografica e alle relazioni di viaggio. Il viaggio in Oriente descritto dal libro seguì quello compiuto dal padre di Marco, Niccolò Polo, e dallo zio Matteo, mercanti che giunsero alla corte del Gran Khan. Tornati a Venezia, i due mercanti decisero di fare ritorno in Oriente e portarono con sé il giovane Marco. Ai tre, a quanto sembra, venne affidata una missione da parte di papa Gregorio X, ma i contorni di questa missione non sono specificati. Soggiornando a lungo alla corte del Gran Khan, Marco ebbe modo di divenire uomo di fiducia dell'Imperatore mongolo. Per questo sembra che, piuttosto che esercitare la mercatura, Marco si impegnasse a percorrere varie regioni del continente, in particolare la Cina, assolvendo diversi compiti affidatigli dall'Imperatore. Al ritorno a Venezia (1295), Marco fu fatto prigioniero dai genovesi, in un'occasione di cui non si conoscono i dettagli. Relegato al Palazzo San Giorgio di Genova, vi incontrò Rustichello da Pisa, scrittore che si era impratichito in diverse occasioni nell'uso dell'antico francese (la lingua d'oïl) e che aveva usato per comporre diversi romanzi in prosa. A partire dalla narrazione orale di Marco, il testo fu composto da Rustichello originariamente in lingua d'oïl (mista a termini veneziani e italiani) e fu intitolato Le divisament dou monde ("La descrizione del mondo") o, più esattamente: Le livre de Marco Polo citoyen de Venise, dit Million, où l'on conte les merveilles du monde ("Il libro di Marco Polo cittadino di Venezia, detto il Milione, dove si raccontano le meraviglie del mondo"), o ancora, più semplicemente, Livre des merveilles du monde. La scelta del francese fu quasi certamente determinata dalla volontà di diffondere il testo ad una platea internazionale. La redazione di Rustichello è andata perduta, ma ne esiste una che sembra ad essa assai vicina, in lingua franco-veneta. Esistono poi traduzioni in diversi dialetti (soprattutto quello veneto) e in diverse lingue, oltre ad una versione in latino, che fu ricavata da una perduta versione in veneto e che contiene passi non conservati da altre versioni. Il testo fu, insomma, sottoposto a pesanti rielaborazioni, che, se pur si sono sovrapposte al dettato originale, testimoniano di un grande interesse verso il testo da parte dei trascrittori, che vi includettero forme linguistiche e stilistiche assai eterogenee. Il testo è diviso in capitoli, provvisti di rubriche che ne sintetizzano i contenuti. L'opera è preceduta da un prologo che accenna all'esperienza personale di Marco Polo. Vengono via via descritti sistematicamente diversi paesi d'Oriente e tali descrizioni vengono accompagnate talvolta dal racconto di eventi reali e immaginari. La corte del Gran Khan è descritta nell'ampia sezione centrale del libro: vengono esposte le vicende storico-militari del regno. Il titolo italiano dell'opera deriverebbe da Milion, il soprannome che contraddistinse il ramo della famiglia Polo cui apparteneva Marco. Derivato forse da Emilione, nome di un antenato, fu mantenuto dalla casata sino alla sua estinzione nel Quattrocento. Questo titolo figura nella più antica versione toscana (inizi del XIV secolo) ed è quello che adotteranno le edizioni moderne a stampa. Una volta tornato a Venezia, Marco si impegnò a diffondere il testo, che fu tradotto in diverse lingue e più volte trascritto (sono attestati circa centocinquanta manoscritti prima della diffusione della stampa e, successivamente, un numero enorme di edizioni a stampa). Quest'opera ebbe una grande importanza per la conoscenza del lontano Oriente e contribuì a segnare l'inizio di una nuova epoca: quella in cui l'uomo europeo si affacciava al mondo esterno con sguardo curioso e indagatore, come un conquistatore sicuro di sé e dei propri mezzi. Il genere letterario che iniziò a conquistare il pubblico fu, appunto, il racconto di viaggio, che per gente abituata a non lasciare mai il proprio borgo, rappresentava un'evasione fantastica da un indiscutibile fascino (si pensi alla novella boccaccesca di frà Cipolla).

Fonte: Wikipedia

Bibliografia

Al di là di Altrove - Storia della Geografia delle Esplorazioni - Ilaria Luzzana Caraci, Mursia Editore

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HISTORIA MONGALORUM

L'Historia Mongalorum, opera di frate Giovanni da Pian del Carpine, fu redatta in due edizioni (come ci dice lo stesso frate Giovanni nel capitolo 9 della seconda edizione). Si tratta di un eccezionale documento medievale. Questo libro, al contrario della lettera di frate Guglielmo di Rubruck (altro eccezionale documento) inviata "all'eccellentissimo e cristianissimo sovrano Luigi" (citazione dal preambolo della lettera stessa), non può essere definito un libro di viaggio, ma è più propriamente un trattato. La sua struttura è rigida e ben delineata: la seconda edizione comprende 9 capitoli, di cui il nono aggiunto proprio in quest'ultima.

sabato 22 ottobre 2011

ERIK IL ROSSO E LE SAGHE DEI VICHINGHI

Erik il Rosso (Norreno: Eiríkr Rauði; Inglese: Erik the Red; Islandese: Erik rauði; Norvegese: Erik Raude; Danese: Erik den Røde; Svedese: Erik Röde; Faroese: Erik (hin) reyði; Norvegia, ca. 940 – Groenlandia, ca. 1010) detto anche Orc o Org il Rosso, esploratore norvegese, il primo europeo a raggiungere la Groenlandia e a fondarvi un insediamento nordico secondo l'omonima saga. Nato nel distretto Jæren della contea di Rogaland, in Norvegia, era figlio di Thorvald Asvaldsson, per cui viene chiamato anche patronimicamente Erik Thorvaldsson. Il soprannome "il Rosso" si riferisce al colore rosso dei capelli. Nato nel 940 circa in Norvegia, fu esiliato per aver commesso un omicidio aiutato dal padre Thorvald, e dovette fuggire in Islanda. Qui si stabilì sulla costa occidentale, ma dopo poco tempo, intorno al 982 fu esiliato per tre anni dall'isola per un ennesimo omicidio, stavolta in una rissa. Assieme alla sua famiglia e ad alcuni coloni partì alla ricerca delle isole che i pescatori islandesi dicevano si trovassero a nord-ovest. Nel 985 approdò sulla costa meridionale della Groenlandia. Allo scadere del bando di 3 anni, nel 988 tornò in Islanda alla ricerca di altri coloni. Egli parlò loro della nuova terra come una terra verde e rigogliosa, da cui il nome Groenlandia che significa Terra Verde.

Assieme a loro ripartì per la Groenlandia con 25 navi di cui solo 14 arrivarono a destinazione. I nuovi coloni si stabilirono nei fiordi sudoccidentali dell'isola (tra cui l'Østerbygd), mentre Erik si stabilì a Brattahlid (vicino a Julianehaad), nel fiordo che da lui prese il nome (l'Eriksfjord), dove divenne capo della comunità. Il figlio Leif introdusse il Cristianesimo nell'isola intorno all'anno 1000 ma il padre rifiutò di convertirsi e morì intorno al 1010. Erik il Rosso e sua moglie Þjóðhildr (Thjodhildr) ebbero 4 figli: una femmina, Freydís, e tre maschi, gli esploratori Leif Eiríksson, Thorvald Eiríksson e Thorsteinn. Erik rimase seguace del paganesimo nordico, nonostante suo figlio Leif e la moglie di questi, costruirono la prima chiesa cristiana nelle americhe presso la loro cascina. Sembra inoltre che Leif fu il primo ad introdurre il cristianesimo in Groenlandia.

Nonostante non fosse il primo vichingo ad avvistare il continente Nordamericano, Leif Erikson divenne il primo ad esplorare il Vinland (da win vino/vite, e land terra), la parte settentrionale dell'attuale Terranova. Leif invitò suo padre a viaggiare con lui, ma secondo la leggenda Erik cadde da cavallo e prese questo avvenimento come un cattivo auspicio, lasciando a suo figlio di continuare il viaggio senza la sua compagnia. Erik morì durante il primo inverno dopo la partenza del figlio. Leif non seppe nulla della morte del padre fino al suo rientro in Groenlandia. L'altro figlio di Erik, Thorvald, perse la vita in America settentrionale, mentre cercava di risalire il fiume San Lorenzo, scontrandosi con alcuni nativi. Il racconto della scoperta della Terranova, in passato ritenuto leggendario, è stato confermato nel 1961 dalla scoperta di alcune tombe vichinghe dell'XI secolo a L'Anse aux Meadows.

La Saga di Erik il Rosso

La Saga di Erik il Rosso (Eiríks saga rauða) è una saga nordica sull'esplorazione vichinga del Nord America. Nella saga sono narrati gli eventi che portarono all'esilio di Erik il Rosso in Groenlandia, così come la scoperta del Vinland (un luogo in cui il grano e l'uva crescevano spontaneamente) compiuta da Leifr Eiríksson, dopo che la sua nave era stata spinta fuori rotta dal vento. Da alcuni dettagli geografici, si suppone che questo luogo corrisponda all'odierna Terranova, e che probabilmente sia stata la prima terra americana ad essere scoperta da Europei, circa cinque secoli prima di Cristoforo Colombo. La saga è conservata in due manoscritti, in versioni leggermente diverse: lo Hauksbók (XIV secolo) e lo Skálholtsbók (XV secolo). Gli studiosi ritengono che la seconda versione sia più conforme all'originale, scritto probabilmente nel XIII secolo.

Fonte: Wikipedia


I VICHINGI ALLA SCOPERTA DELL'AMERICA?


La mappa di Vinland (in inglese: Vinland Map) è una presunta carta geografica del XV secolo copia di un originale del XIII secolo. Essa è disegnata con inchiostro su pergamena e le sue dimensioni sono 28×40 cm. Essa rappresenta tutta l'ecumene nel XV secolo: oltre ad includere Europa, Asia e Africa, rappresenta anche Islanda, Groenlandia e più ad ovest, una terra denominata Vinilanda Insula ("isola di Vinland"), con un'iscrizione che parla della sua scoperta da parte dei Vichinghi nell'XI secolo. Nell'Atlantico sono inoltre disegnate alcune isole presenti in resoconti leggendari come quello della navigazione di san Brandano.

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