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sabato 10 marzo 2018

INTERVISTA A LALI PANCHULIDZE AZNAURI

Intervistiamo Mandilosani Lali Panchulidze Aznauri, 33 ANNI, affascinante nobildonna georgiana residente in Italia, laurea in letteratura e master in pedagogia, consulente in pubbliche relazioni e comunicazione, vice presidente della associazione culturale internazionale Aristocrazia Europea.

Perché, la Georgia attira l’interesse di tanti studiosi ed appassionati di storia medievale?

Quando si parla di uomo bianco si parla di razza caucasica, perché è sulle nostre verdi colline che nasce la civiltà europea, come testimoniano gli studi antropologici e i ritrovamenti archeologici. Noi siamo la patria, già cantata dai poeti classici greci, delle radici ancestrali, dei miti e delle leggende come quella del Vello d’Oro. Ma è certamente l’età di mezzo, il Medioevo appunto, il periodo storico più importante, complesso e affascinante della nostra mitica terra di mezzo, la Georgia, linea di confine fra Occidente e Oriente. E la storia e l’identità del fiero popolo georgiano, si fondono e fondano simbolicamente, nel secoli, con quella dei Bagrationi, la nostra amata dinastia reale, la più antica casa principesca di tutta la cristianità, citata nei documenti storici ufficiali dal 575 d.C.

Casa Reale di Georgia, della quale Lei è l’autorevole rappresentante in Italia, giusto?

La monarchia fa parte della nostra cultura ed è lo stesso Patriarca di Georgia, a chiederne ufficialmente la restaurazione, come segno di unità della nazione e di fedeltà alle nostre tradizioni. Io mi onoro di essere la delegata della Casa Reale Bagrationi di Imereti e di Sua Altezza Reale il Principe Irakli, giovane ingegnere, impegnato nel sociale, persona molto colta e religiosa, seria e affabile, stimata da tutti, che, un crescente numero di patrioti sostiene come legittimo erede al trono della Georgia. A chi mi dice che la Georgia è una Repubblica da oramai cento anni, io rispondo che si tratta di una parentesi nella nostra storia, e ricordo che è stata monarchia, con i Bagrationi, per 1443 anni. I georgiani sono un popolo di orgogliosi e combattivi cavalieri cristiani, questo è il nostro profondo DNA che nessuno può cancellare.

Una storia lunga e tormentata quella della Georgia…

I vari regni e principati Bagratidi, Bagrationi e Bagratuni nel Caucaso, in Georgia e Armenia, sono stati baluardo della cristianità europea dalle invasioni mussulmane, prima persiane e poi turche ottomane. Le gesta eroiche, il coraggio, la forza e l’efficacia in battaglia dei nostri cavalieri ed arcieri, in un rapporto con i nemici di sempre inferiore, sono conosciute in tutto il mondo. Noi georgiani abbiano tenuto testa all’Islam anche dopo la caduta di Costantinopoli e Gerusalemme, ed insieme, ai fratelli Armeni, siamo gli unici due stati cristiani di questa regione. Ne sono evidente segno le centinaia di torri militari, monasteri ortodossi e castelli degli Aznauri (i clan della nobiltà feudale, simili a quelli della lontana Scozia) sparsi in tutto il Caucaso. Poi vi sono le storie, misteriose e affascinanti, dei Tazrelebi, gli autentici cavalieri templari georgiani, e dei Variaghi, i Vichinghi di Bisanzio, rifugiatisi in Georgia per rimanere fedeli alla ortodossia cristiana. Quante fiabe, canti e brindisi dedicati a loro, durante le nostre feste e ritrovi, bevendo il nostro vino che è il più antico e buono del mondo.

A proposito di ortodossia, Lei è anche attiva sostenitrice del dialogo ecumenico…

Io, come il 90% dei georgiani, sono fedele alla nostra Santa Chiesa Apostolica Ortodossa, che è cristiana autocefala (ovvero patriottica), vetero calendarista (legata all’antico calendario giuliano-costantiniano) e con un rito simile a quello greco bizantino (ma in lingua georgiana). Abbiamo delle nostre assolute specificità dottrinali e liturgiche, oltre che dei nostri Santi Protettori e Patroni, da San Giorgio (patrono della cavalleria cristiana, non a caso anche emblema di stato, e presente sulla nostra bandiera nazionale rosso crociata di Gerusalemme) a Santa Cristiana Nino. Per non parlare dei nostri tanti Re e Principi Bagrationi, santificati dalla nostra Chiesa e venerati dal nostro popolo. Ho buoni rapporti, non solo con tutte le chiese ortodosse nazionali e le diverse comunità ortodosse presenti in Italia, ma anche con associazioni, ordini cavallereschi e prelati dell vostra Chiesa Cattolica romana. Di fronte alla modernità secolarizzata ed alla minaccia islamica, doppiamo ritrovare e difendere le nostre comuni radici cristiane.

Lei è anche presidente della associazione Italia-Georgia-Eurasia...

La Georgia è stata fondamentale nella storia della cristianità, sopratutto nel passaggio della tradizione imperiale ortodossa bizantina alla Russia, nel volo simbolico dell'aquila bicipite da Costantinopoli a Mosca, terza Roma. Oggi è proprio la piccola-grande Georgia che può far dailogare oriente ed occidente e proporre un nuovo modello geopolitico, euriasiatico e mediterraneo, per il futuro della nostra comune civiltà europea e cristiana. La nostra associazione ACIGEA ha questa missione e si occupa di cultura, viaggi turistici ed anche interscambi commerciali. Organizziamo degustazione dei nostri vini e cene tipiche georgiane, conferenze e e presentazione di libri come il romanzo storico medievale "L'ultimo Paleologo". Poi vi sono, anche in Italia, le cerimonie religiose e le attività benefiche degli antichi e prestigiosi ordini cavallereschi e nobiliari della nostra Casa Reale Bagrationi.

Sguardo Sul Medioevo è onorata di ringraziare la dott.ssa Lali Panchulidze Aznauri e il presidente di Aristocrazia Europea, Conte Ezra Annibale Foscari Widmann Rezzonico per questa intervista che fa luce su una storia e una cultura poco conosciuta.

Sito web di riferimento: http://www.aristocrazia.eu/

martedì 22 settembre 2015

INTERVISTA A JENNIFER RADULOVIC AUTRICE DI "FEDERICO BARBAROSSA E LA BATTAGLIA DI MONTE PORZIO CATONE"


Sguardo Sul Medioevo ha intervistato la dottoressa Jennifer Radulovic, i cui interessi di ricerca vertono principalmente intorno alla storia militare e alla storia dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale, in particolar modo dell’Ungheria nel Medioevo. In questa intervista, la nostra amica ci parlerà delle sue ultime opere e dei prossimi appuntamenti in calendario

Cosa ti ha spinto a occuparti di Federico Barbarossa?

Federico è stato un personaggio straordinario e un imperatore di grande levatura. Sebbene sia stato naturalmente molto studiato, è evidente che della sua figura è stata data una lettura – in alcuni contesti anche strumentale – in base al periodo e alla temperie culturale che l’ha espressa. Per quanto uno studioso possa essere mosso dalle migliori intenzioni e cerchi di essere obbiettivo e di non cadere nell’anacronismo, la sua contemporaneità è un abito che non riesce a mai togliersi di dosso del tutto. Questo significa che le ricerche sono influenzate in maniera significativa dalla stagione storica in cui sono state prodotte, anche per la scelta dei temi, del taglio e soprattutto per il tipo di domande a cui si cerca di dare risposta, senza contare le tendenze del momento in ambito storiografico piuttosto degli orientamenti (anche politici) di gruppi o scuole di ricerca o anche solo del singolo studioso. In altre parole, per un esperto, è possibile capire l’ideologia di un autore o il clima intellettuale in cui operava soltanto dalla scelta degli argomenti trattati o dal modo in cui questi sono stati affrontati. Il Barbarossa, come tutti i grandi personaggi storici, è stato più che mai oggetto di distorsioni o di riflessioni parziali e limitative che spaziano dal Romantismo, al Nazismo, passando anche per le tendenze accademiche degli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Questo, a mio avviso, rende ancora lecito al giorno d’oggi occuparsi di lui, proprio perché - nonostante sia già stato scritto molto - credo che ci sia spazio di riflessione ulteriore. Non mi permetto di certo di pormi al livello di grandissimi studiosi che si sono dedicati alla sua figura e i cui colossali lavori di sintesi risultano ancora insuperati, ma ho ritenuto ci potesse essere qualcosa da dire a corollario di tutto questo. Si tratta, infine, anche di una questione meramente personale: la storia di genere, delle minoranze, delle persone comuni da qualche anno è doverosamente protagonista di molti studi, ma per quanto mi riguarda sono attratta – e in questo forse sono un poco obsoleta – dagli uomini che hanno ricoperto un ruolo importante nella storia e di Federico mi sono “innamorata” subito.

Per il tuo libro avrai dovuto consultare numerose fonti, non è vero?

Certamente. Nel caso di questo volume, ho letto e studiato prima la bibliografia generale – che è particolarmente copiosa – concentrandomi sui titoli più significativi, sulle maggiori sintesi e sulle pubblicazioni più recenti, senza trascurare però quelle che fossero espressione di altri periodi e partendo già dal XIX secolo. Per quanto concerne le fonti primarie, quelle cioè prodotte nel Medioevo da testimoni diretti o appena successive, ho raggiunto le biografie e le cronache interamente o parzialmente dedicate a Federico. A quelle generali, ho affiancato quelle redatte da autori che lo hanno conosciuto o accompagnato per periodi limitati o solo in alcuni Paesi, ma anche quelle dei suoi detrattori e degli attori dello scacchiere politico internazionale che con l’Impero si sono trovati obbligatoriamente a interagire. Poi ho cercato fonti specifiche sull’anno oggetto del mio studio, il 1167, e sull’avvenimento per me principale, la Battaglia di Monte Porzio Catone, di nuovo studiando sia gli scritti dei sostenitori che dei nemici del Barbarossa. Vista l’ampiezza delle alleanze e delle diatribe europee, ho avuto molto materiali a disposizione, anche di area bizantina.

Perchè, secondo te, la battaglia di Monte Porzio rappresenta l'acme della capacità militare di Federico?

Federico Barbarossa e la battaglia di Monte Porzio Catone. Lo straordinario piano militare del 1167In realtà non credo affatto che questa battaglia rappresenti l’acme. La questione è un po’ più complessa: credo che ci sia stato un momento particolare all’interno delle vicende federiciane e del lungo regno dello Svevo in cui le sorti della politica internazionale potevano cambiare per sempre. Penso che il 1167 segni questo momento e sono convinta che lo straordinario piano militare impostato, organizzato e in gran parte realizzato dal Barbarossa possa ritenersi per dimensioni e ambizione il più grande e importante del XII secolo e probabilmente anche quello di un periodo ben più vasto. Con la sua quarta discesa in Italia, infatti (avvenuta alla fine del 1166 e concentrata in tutto l’anno successivo), Federico I si prefiggeva di chiudere in una sola campagna ben quattro fronti militari contro storici rivali che da tempo non gli consentivano di portare avanti la sua politica imperiale. Si tratta del Papato nella persona di Alessandro III, dei Comuni lombardi, dei Normanni e dell’Impero Bizantino, rappresentato da Manuele Comneno. La sconfitta di questi perniciosi nemici – la cui potenza era esponenzialmente duplicata dall’alleanza reciproca – avrebbe consentito all’imperatore di chetare di riflesso tutti gli altri avversatori o quei governanti che non sapevo bene da che parte stare e agivano in maniera ambigua. Questa operazione di grandi proporzioni raggiunge il suo apice nella battaglia del Tuscolo, non tanto e solo per il risultato che ha ottenuto – che in realtà poteva apparire molto periferico e minore confronto agli altri obbiettivi del piano – ma per le imprevedibili conseguenze che comporterà e che cambieranno per sempre e in modo drammatico l’esito di tutta la quarta discesa italiana del Barbarossa. È la congiuntura della storia che rende ogni evento unico e irripetibile.

Sicuramente l’introduzione di Franco Cardini è un riconoscimento importante al tuo saggio…

Franco Cardini è un grande storico e un raffinato intellettuale e la sua introduzione, sia per l’impegno che per le lusinghiere parole ivi contenute, mi onorano oltre misura. Cardini è per me un punto di riferimento, un modello e un amico e questo ha reso il suo contributo ancora più gradito ed emozionante. Mi era parso doveroso interpellarlo, perché è autore di una delle ultime monografie sulla figura di Federico Barbarossa e anche perché sapevo che aveva la sensibilità per comprendere le intenzioni che mi avevano animata e le riflessioni che avevo formulato.

Perchè Federico I è una sorta di mito per la cultura teutonica?

Per ragioni che non sempre sono aderenti alla storia e all’approccio scientifico, ma che riguardano molto il mito creato in Età Romantica e anche nei decenni successivi. Altri imperatori si prestavano meno: Carlo Magno è stato a lungo “conteso” tra Francesi e Tedeschi, perché i confini tra queste culture al suo tempo erano molto labili, altri hanno avuto un’incidenza poco significativa o si sono piegati parzialmente alla cultura latina, altri ancora – come il più celebre erede del Barbarossa, suo nipote Federico II – sono stati reputati troppo poco tedeschi, perché nati e vissuti in altri Paesi e culturalmente poco germanici.

Molti credono ancora, erroneamente, che la Storia sia una noiosa sequela di nomi e date e con il tuo saggio stai dimostrando più che mai il contrario. Cosa puoi dire a riguardo?

Il “concentrato di nomi e date”, come lo hai definito, è semplicemente una brutta e inopportuna riduzione operata in ambito scolastico e manualistico soprattutto in passato. Io non ho fatto nulla di diverso da quello che gli storici e gli studiosi di professione fanno oggi normalmente. L’approccio cosiddetto “evenemenziale”, cioè meramente legato ai grandi eventi, è superato già da diverse generazioni. Forse, nel mio caso, quello che può essere diverso confronto ad altri lavori scientifici e a tanti saggi storici, è lo stile di scrittura, molto vivace e divulgativo come si usa normalmente all’estero - nei Paesi anglosassoni, ma anche in una certa scuola francese – e in cui primeggiano in Italia grandi storici come Franco Cardini e Alessandro Barbero. Divulgativo nello stile, non nei contenuti, però! Sempre se si vuole dare al termine “divulgativo” un’accezione un poco negativa come in generale – e ribadisco, in generale – tende a fare il mondo accademico italiano.

È appena uscito il tuo nuovo saggio, dedicato all’invasione dei Mongoli nel Duecento e alle vicende del Regno d’Ungheria nella prima metà del XIII secolo. Hai scelto senza dubbio un tema particolare, come mai?

In generale, per argomenti e tendenze sono molto lontana dai temi di ricerca prediletti in Italia, dove per comprensibili e lodevoli ragioni si indagano moltissimo le vicende relative ai Comuni e alle particolarità “regionali”. Questo sia perché il Medioevo italiano è uno di quelli che ha prodotto e lasciato il maggior numero di fonti, sia perché lo Stivale è sempre stato frammentato tra diversi potentati, domini o formazioni territoriali e, per fare un esempio, la storia della Lombardia del Trecento è molto differente da quella siciliana dello stesso secolo. Queste ricerche necessitano quindi di molte energie e di ottime conoscenze territoriali e la vocazione italiana è del tutto comprensibile, sebbene a essa si possa contestare che è quasi sempre italo-centrica. In altri Paesi, invece, sono accese cattedre di medievistica sia sulla storia nazionale che su quella internazionale. Io ho origini multietniche e non amo molto i particolarismi territoriali e il Tardo Medioevo, ma al contrario mi appassiona studiare fenomeni di lunga durata e di grande portata che hanno coinvolto molte popolazioni e i cui effetti si sono riverberati per molto tempo nelle società che li hanno vissuti. Da tempo mi occupo, tra le altre cose, di nomadi delle steppe e ho trovato la loro invasione europea di metà Duecento particolarmente degna d’attenzione. Questa si è riversata in gran parte sul Regno d’Ungheria che all’epoca era uno dei più estesi d’Europa (nel Trecento il più grande in assoluto) e che era grande protagonista della politica e della cultura europea e non certo un Paese ritenuto marginale o singolare come oggi. Ricordo inoltre che confinava direttamente con la penisola italiana e che la sua resistenza, pur nella sconfitta, è servita da “effetto cuscinetto” per il resto d’Europa, in primis proprio per l’Italia. Si tratta di argomenti completamente ignorati nel nostro Paese, ma studiati all’estero, in particolare – oltre che nell’Europa Centro-Orientale – in Inghilterra e negli Stati Uniti.

Mi risulta anche che ti occupi di altri temi un po’ particolari, come la Storia del vampirismo europeo. Cosa vuoi raccontarci a proposito?

 A livello di produzione scientifica e di attività accademiche sono una medievista e a questo periodo mi attengo. A livello divulgativoe di passione e studio personale, invece, tratto anche altri periodi e argomenti diversi, come appunto la Storia del vampirismo europeo in Età moderna, ovviamente senza nessuna mia aderenza di coscienza o convinzione, ma come fenomeno storico su credenze e a leggende in chiave i storia delle mentalità. Tra la fine del Quattrocento e il XIX secolo, infatti, molte comunità – soprattutto nell’Europa Centro Orientale, ma anche in quella balcanica e mediterranea come quella greca - erano convinte della reale esistenza dei non morti che sono arrivati a noi come i vampiri. Il vampiro “storico”, però, è molto differente dal modello che ci propone oggi la letteratura e la cinematografia, principiando dalla letteratura gotica dell’Ottocento (che amo molto come lettrice e autrice) e mi interessava far conoscere questa realtà, perché si tratta di fonti eccezionali, molto avvincenti e talvolta divertenti. Oltre alle competenze storiche, in questo caso, sono necessarie anche delle basilari conoscenze tanatologiche, perché il processo di decomposizione dei cadaveri è fondamentale per comprendere lo sviluppo del fenomeno, un fenomeno che, soprattutto nel Settecento, ha raggiunto proporzioni straordinarie, tanto che è detto “il secolo dei vampiri” e l’imperatrice Maria Teresa d’Austria si era vista costretta a intervenire per vietare le esumazioni arbitrarie…

Quali sono i tuoi prossimi progetti e appuntamenti?

Questa sabato, 26 settembre, alle ore 17 presso la Libreria Ancora di via Valassina (zona Maciachini) si terrà a Milano la prima presentazione nazionale del mio nuovo saggio storico “La grande invasione. Il Regno d’Ungheria del Duecento tra intrighi e omicidi. L’arrivo dei Mongoli”, cui seguiranno successive date in altre città italiane, per prima a Roma. In contemporanea, continuo a presentare il saggio su Federico Barbarossa e sto lavorando a una nuova pubblicazione, stavolta incentrata sulla Battaglia di Lechfeld, Ottone (poi divenuto imperatore) e gli Ungari che nel X secolo erano ancora nomadi delle steppe e razziatori. Accanto alla saggistica storica, scrivo anche narrativa e tengo seminari, incontri, reading e passeggiate storiche per le vie di Milano per diversi partner, in particolare la rivista letteraria Satisfiction e la Libreria “Un mondo di Libri” di Seregno, molto attiva per presentazioni ed eventi. Sono in programmi seminari sulla storia del vampirismo europeo, ma anche sulla storia dei profughi e dei sopravvissuti ai regimi totalitari nel Novecento nell’area dell’Europa Centro Orientale.

Jennifer Radulovic (Milano, 1978) è una storica medievista. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente intorno alla storia militare e alla storia dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale, in particolar modo dell’Ungheria nel Medievo. Dopo la laurea triennale in Lettere all’Università del Piemonte Orientale sotto la supervisione del professor Alessandro Barbero, dedicata alla Battaglia di Lechfeld del 10 agosto 955 tra gli Ungari e Ottone I, ha proseguito il suo percorso con la Specialistica in Scienze Storiche (curriculum medievale) presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, laureandosi con i professori Giancarlo Andenna e Nicolangelo d’Acunto con una monografia sul 1167, sottolineando la politica internazionale di Federico Barbarossa e gli esiti della Battaglia di Monte Porzio Catone. Dal dicembre 2010 è dottoranda di ricerca in Studi Storici e Documentari all’Università degli Studi di Milano, sotto la direzione della professoressa Elisa Occhipinti, con un progetto di ricerca intitolato “Il processo di occidentalizzazione degli Ungheresi nel loro passaggio storico da razziatori a razziati. X-XIII sec”. Ha tradotto dal latino all’italiano il Carmen Miserabile di Ruggero Apulo per i tipi della casa editrice Marietti (in corso di stampa). Insieme alla professoressa Giulia Lami, docente di Storia dell’Europa Orientale alla Statale di Milano, sta curando la direzione scientifica e l’organizzazione del convegno internazionale “I rapporti tra Italia e Ungheria dal Medioevo a oggi” che si terrà a Palazzo Greppi a Milano il 7 e l’8 novembre 2012 e durante il quale terrà una relazione sull’invasione dei Mongoli in Ungheria a metà del XIII secolo. Parteciperà anche come relatrice alla Summerschool di Gargnano (19-22 settembre 2012) con un intervento intitolato “Contemporaney Middle Ages: Memory, Use and Distorsion of Hungarian Medieval History in 20th Century”. Attualmente fa parte del corpo docenti della MET Academy di Milano per master e corsi di formazione relativi anche alla storia e alla cultura dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale e tiene una rubrica storica sul magazine on-line dedicato al turismo “Mondo in Tasca”. Prima dell’attività accademica è stata professionalmente impegnata per diversi anni nel campo della comunicazione come redattrice, articolista, organizzanitrice di eventi e soprattutto come addetto stampa e alle pubbliche relazioni (settimanale Notizia Oggi Vercelli, bimestrale Art & Wine, Progetto Imprenditorialità Femminile per la Camera di Commercio di Vercelli, Resposabile Ufficio Stampa Meeting Art Spa Casa d’Aste e nella stessa vice responsabile dipartimento Gioielli Moderni e d’Epoca).

venerdì 5 giugno 2015

LA GENESI DI "SGUARDO SUL MEDIOEVO" RACCONTATA AD ANDREA CONTORNI ROCCHI DEL SITO "TALENTONELLASTORIA"

Sguardo sul Medioevo

Appassionato di religioni, simbologia esoterica, misteri e Storia. Studioso presso l'Università degli Studi Roma 3 in "Scienze Storiche del territorio per la Cooperazione Internazionale" e responsabile di uno dei più interessanti e completi siti web italiani incentrati sulla Storia del Medioevo. L'impegno di Emiliano Amici nella divulgazione culturale è totale come testimoniano i suoi tanti progetti telematici e letterari. Ripercorriamo insieme la genesi di "Sguardo sul Medioevo" (www.sguardosulmedioevo.org)...

Articolo ed intervista a cura di Andrea Contorni Rocchi del Sito TalentonellaStoria

D1. Emiliano, il tuo sito “Sguardo sul Medioevo” è diventato negli anni un punto di riferimento importante nel web per tutti gli appassionati di Storia e di Medioevo. Quale è stata la genesi di questo progetto? Quando è nato, quali furono i tuoi primi passi in merito e soprattutto, perché hai reputato importante dedicarti con tanto impegno e zelo ad un progetto di divulgazione culturale?

Ciao Andrea, intanto grazie mille per aver pensato a me per questa intervista. Mi fa piacere condividere la mia storia con "Talento nella Storia" a cui chiesi uno scambio banner nel settembre del 2011! La genesi di Sguardo Sul Medioevo è un po' particolare. Era aprile del 2010, volevo aprirmi un blog di storia e iniziai a mettere i primi articoli. Poi il progetto fu accantonato perchè lo ritenevo eccessivamente impegnativo e lavorando e studiando non potevo dedicargli il tempo che un blog merita. A settembre del 2011 stavo preparando un esame universitario di Antichità ed Istituzioni Medievali e mi sono ritrovato una mole di appunti notevoli integrati dai miei riassunti; per non gettare questo "tesoretto" ho deciso di metterli sul blog che avevo aperto un anno prima affinchè potessi avere in qualsiasi momento e in qualsiasi posto mi trovassi tutto l'esame pronto da poter ripassare in qualsiasi momento. A quel punto c'erano cinquanta articoli e non potevo di certo permettere che tutto andasse in malora. Da quel giorno, il blog è diventato un figlio, è cresciuto con tanta fatica e qualche scapaccione sul collo, agendo sui contenuti, sui codici, cercando sempre di offrire un servizio culturale di qualità anche se la prima fase ha visto un copia e incolla da Wikipedia. Qualcuno storcerà il naso, ma è stato importantissimo per far partire il progetto che ora campa di rendita e che vede solo articoli unici e rielaborati. Col tempo il blog ha raggiunto vette inaspettate, culminando con il Premio Italia Medievale 2013 anche grazie alla "presenza" virtuale nei principali avvenimenti degli ultimi anni. Ho scelto la divulgazione culturale perchè sono ancora studente, quindi mi faceva assolutamente comodo avere un portale che mi consentisse di continuare a studiare e ripassare anche con l'aiuto dei contenuti degli altri collaboratori. Poi credo fermamente nella cultura e in una sua diffusione intelligente concentrandomi in particolar modo sul nostro paese ma non posso esimermi dal parlare anche di luoghi meravigliosi in Germania, come in Scozia o in Galles.

Elena Percivaldi
Giugno 2014, presentazione del libro di Elena Percivaldi "Medioevo Segreto".
Hanno partecipato il dott. Frediani Andrea della Newton&Compton Storia
e l'Accademia Medioevo che ha offerto i suoi servigi. Grazie ad Antonio Puccica
dell'Enoteca Letteraria di Roma

D2. Il Medioevo. E’ il periodo storico intorno al quale verte l’intera attività divulgativa di “Sguardo sul Medioevo”. Storia, cultura, ricerche, arte, turismo e tanto altro ancora. Una panoramica a 360 gradi su uno dei periodi storici più controversi dell’umanità. Secoli tetri e di regressione dopo i fasti dell’impero romano o periodo di rinascita e di grande sviluppo culturale e scientifico? 

Ormai è appurato un concetto fondamentale. Il Medioevo non è stato per nulla un periodo buio. Ti basti pensare che nel Medioevo nacquero i comuni, i primi concetti di stati nazionali, vi nacque l'Islam ed ebbe uno sviluppo fondamentale il Cristinaesimo, fu inventato l'aratro (una delle invenzioni più importanti), l'Università, le scuole mediche, la meravigliosa architettura che anche oggi ammiriamo; per non parlare dell'uso delle armi a cavallo che rivoluzionò il concetto di guerra, della stampa che ha cambiato il modo di comunicare e di diffondere la cultura. Possiamo definire questo un secolo buoio? Ironia della sorte gli illuministi definiranno il Medioevo come "secoli di oscurità" ma sfrutteranno per le proprie idee proprio un'invenzione medievale, per l'appunto, la stampa. L'onore, il rispetto, la fratellanza erano concetti cardini nel Medioevo, valori toalmente assenti nella società odierna. Pertanto, per rispondere alla tua domanda, i secoli bui sono quelli che stiamo vivendo in cui invece di aiutarci per superare i problemi, ci mangiamo l'uno con l'altro. Hai citato il turismo... proprio per questo ti dico che seguire un itinerario medievale che sia la via Francigena, o la via Benedicti, per non parlare del cammino di San Francesco ti farebbe proprio capire come quelle persone abbiano creato qualcosa di incredibile e di straordinario tanto che ancora oggi è facile, in quei luoghi, sentirsi catapultato nei tempi che furono. No, il Medioevo è stato un periodo lucente, anzi... facciamo una scommessa... se tu dici a dieci persone perchè il Medioevo è da considerarsi un periodo buio, ti risponderanno nominando la Chiesa, questo perchè l'ignoranza non ha mai fine!

D3. La gestione di un portale culturale comporta un impegno continuo, a fronte spesso di riscontri positivi molto diluiti nel tempo. Quali sono state e sono le maggiori soddisfazioni che stai traendo da “Sguardo sul Medioevo”? Di contro, quali eventualmente le difficoltà e i bocconi amari?

Tante gioie e tanti bocconi amari. La gioia più grande è stato il Premio Italia Medievale 2013 organizzato dall'omonima associazione culturale che è un vero e proprio punto di riferimento per tutti gli appassionati. La richiesta di collaborazioni di altre persone, l'ottima risposta alle mie iniziative sono sicuramente state molto importanti per poter continuare il mio progetto, un progetto in continuo divenire. "Sguardo Sul Medioevo" è diventato anche una specie di ufficio stampa per molti ordini neo templari e organizzazioni pubbliche e private che confidano nel mio lavoro per la diffusione dei propri eventi attraverso i social network e non solo. Bocconi amari... eh... si qualcuno! Lo zoccolo duro c'è e io mi tengo i miei moschettieri, i mercenari li lascio ad altri. L'Elezione di papa Francesco è stato l'apice vero e proprio. Da alcune ricerche che ho fatto i giorni seguenti, "Sguardo Sul Medioevo" ha anticipato l'Ansa di ben 25 minuti nel dare la notizia. Come ho fatto? Semplice... avevo tutto pronto davanti a me, dovevo solo mettere il nome e pubblicare! 

Premio Italia Medievale 2013

D4. “Sguardo sul Medioevo” si distingue per la mole impressionante di approfondimenti e argomenti trattati. Tra questi figurano ad esempio una sezione dedicata alla Storia della Chiesa e un’altra interamente incentrata sullo studio di quella che fu l’istituzione Templare? Si può parlare di Medioevo senza contemplare appunto la Chiesa e quello che rappresentò l’Ordine Templare?

Proprio in questi giorni ho risistemato il copioso menu e ai templari ho dedicato una sezione molto più organizzata! No, non si può parlare di Medioevo senza parlare di Chiesa. La Chiesa è stata l'istituzione più importante e controversa dell'intero periodo. Costantino legalizzò il Cristianesimo che proprio nel Medioevo ebbe un rapidissimo sviluppo arrivando a condizionare gli stili di vita delle persone in maniera importante. La figura della Chiesa e del papa è sempre presente per tutto il Medioevo ed è proprio per "colpa" della chiesa che oggi qualcuno afferma che il Medioevo era un secolo di ignoranza: non è vero. La Chiesa anzi è stata la principale fonte di cultura del periodo. Ricordiamo gli amanuensi, ricordiamo le splendide biblioteche, non cito il Vaticano e la sua Biblioteca o l'Archivio Segreto perchè sarebbe troppo scontato. Se magari qualcuno di questi "esperti" comprasse qualche libro invece di comprare giornali di Gossip, vedrai come la concezione errata sul Medioevo cambia! I Templari sono assolutamente il motivo per cui mi sono imbattutto nel blog medievale che si affianca anche ad un Centro Studi Ricerche Cavalieri Templari che raccoglie solamente articoli riguardanti i cavalieri del Tempio. I Templari hanno senza dubbio contribuito a conferire al Medioevo quel fascino che mi ha colpito fin da bambino, le loro gesta e la loro tragica fine sono ancora oggetto di ricerca e di studio senza dimenticare come siano stati proprio loro a fondare le primissime banche. Inventarono inoltre la lettera di cambio, un sistema economico davvero invidiabile. Non è un caso se la bandiera della Svizzera porta proprio i colori e simboli templari...

D5. L’aspetto esoterico è una componente importante del Medioevo per una serie di ragioni storiche e non solo. Da studioso, potresti spiegarmi i motivi per cui il binomio Medioevo-esoterismo è divenuto nel tempo inscindibile? Sembra quasi che tutti gli aspetti esoterici dell’umanità siano confluiti nei “secoli bui” del Medioevo.

Qui tocchi un nervo scoperto. Ricevo qualche critica alcune volte da parte di persone che dicono che sbaglio ad occuparmi dell'esoterismo. E io puntualmente rispondo allo stesso modo: la magia è stata un aspetto fondamentale del Medioevo dato che proprio in questa antica pratica esoterica confluirono elementi della cultura celtica e germanica con influenze arabe ed ebraiche! Di grande importanza poi è anche il connubio Chiesa-Magia in quanto se è vero che la Chiesa usava perseguitare maghi, fattucchiere e veggenti è anche vero che la stessa chiesa fece sue alcune pratiche magiche riadattandole per i propri riti arrivando ad una sorta di "magia cristiana" che si manifestava con i miracoli e gli esorcismi, concetti che sono rimasti in voga anche nella nostra era. 

D6. Tornando ai tuoi progetti. Tu sei una miniera di idee e attività. Per il prossimo futuro, cosa hai in mente per “Sguardo sul Medioevo” e in generale, cosa bolle nel tuo pentolone creativo?

Il mio pentolone è sempre in ebollizione! Intanto ti dico che un altro progetto molto gradito è il Podcast con l'aiuto di quattro formidabili collaboratori. L'obiettivo principale sarà quello di creare una Associazione Culturale in grado di offrire anche nel centro Italia servizi turistici e culturali all'avanguardia, ma per questo ci vorrà tempo (tanto) e soldi (tantini...). Ti posso dire che seguirò attentamente tutti gli eventi che hanno avuto origini nel Medioevo come il Giubileo 2015 e l'Ostensione della Sindone di cui ho già creato degli speciali molto apprezzati. Vorrei continuare ad essere parte integrante di conferenze, presentazioni e progetti culturali anche a livello istituzionale... insomma... non ci fermeremo mai!

lunedì 3 novembre 2014

LA SCOPERTA DI NARNI SOTTERRANEA, INTERVISTA A ROBERTO NINI

Nel 1979 un giovanissimo gruppo di appassionati speleologi si imbatté in una scoperta incredibile...siamo a Narni, in provincia di terni e nei pressi di un paesaggio nascosto dalla bellissima natura circostante, i ragazzi si trovarono dinanzi ad un ambiente appartenente all'inquisizione narnese medievale... Grazie all'aiuto di tanti volontari, nel 1994 il percorso fu reso accessibile al pubblico ed è conosciuto come Narni Sotterranea. Ma ciò che attira la curiosità di tutti è proprio la Stanza dei Tormenti, così chiamata dai numerosi documenti rinvenuti all'interno degli Archivi del Vaticano. Sembra, infatti, che il Sant'Uffizio ebbe una sede proprio a Narni negli anni successivi il Concilio di Trento e la prova è un interessante documento del 1726 salvato da innumerevoli saccheggi napoleonici prima e post unità d'Italia poi che si trova a Dublino...Cuore dell'ipogeo è la cella, ricca di segni e graffiti la cui decifrazione è ancora un mistero. L'autore, un certo Giuseppe Andrea Lombardini, rimase nel carcere per 90 giorni tra il 1759 e il 1760: il linguaggio, forse anche iniziatico, testimonia una grande cultura, voglia di giustizia e soprattutto fede. il percorso si conclude con la chiesa di Santa Maria Maggiore, che oggi è conosciuta come San Domenico che fino al XII era la Cattedrale della città.

Andai a Narni l'ultima volta nel 2006 e visitai gli ipogei...recentemente ho contattato colui che ha avuto il grande merito di scoprire questo gioiello archeologico unico nel suo genere...stiamo parlando del dott. Roberto Nini che ci ha onorato di una sua breve intervista dal carattere molto ermetico peroprio perchè abbiamo deciso instillare nel cuore del lettore quella curiosità che lo spingerebbe a recarsi a Narni...

1. COME SI E' ARRIVATI A SCOPRIRE I SOTTERRANEI DI NARNI?

La scoperta fu casuale, grazie ad un anziano ortolano che ci indicò uno stretto pertugio fra i ruderi di un convento domenicano, stavamo facendo un’esercitazione di speleologia, lui si chiamava Proietti Ernani.

2. SENZA DUBBIO DI GRANDE INTERESSE E' LA CELLA DELL'INQUISIZIONE, QUALI SONO LE TEORIE PIU' ACCREDITATE SUI SIMBOLI INCISI?

Il simbolismo è di matrice alchemico massonica, lo attestano numerosi studi sulla materia.

3. DURANTE UNA VISITA GUIDATA DI ANNI FA, DICESTI CHE ALCUNE TESTIMONIANZE SUI PERSONAGGI DI QUESTA VICENDA SI TROVANO A DUBLINO, COME E' POSSIBILE COLLEGARE NARNI ALLA CAPITALE IRLANDESE?

A Dublino c’è un intero processo svoltosi a Narni ma non riguarda il nostro personaggio Giuseppe Andrea Lombardini, bensì un bigamo imprigionato nel 1726. La documentazione su Lombardini l’abbiamo trovata nell’archivio del S. Uffizio in Vaticano. A Dublino i documenti conservati ci sono arrivati dopo che sono stati trafugati da Napoleone nel 1809 e portati a Parigi. Una parte di essi fu distrutta, una parte fu trafugata ed arrivò, dopo una serie di rocamboleschi passaggi, nella capitale irlandese.

3. CHE RUOLO AVEVA L'INQUISIZIONE A NARNI?

La sede di Narni era un vicariato di Spoleto, per questo ti consiglio di leggere il lavoro che ho scritto e trovi sul nostro sito www.narnisotterranea.it  cliccando su “I sotterranei” e poi in basso a sinistra su “Notizie storiche”

4. A CHE PUNTO SONO I LAVORI DI SCAVO AL 2014?

Gli scavi stanno procedendo, nella piccola chiesa ipogea ne inizieremo uno nuovo a dicembre/gennaio per riportare alla luce i livelli più antichi … vedremo!

5. I PROSSIMI OBIETTIVI?

Realizzare un pavimento vetrato sopra lo scavo, realizzare una visita virtuale della chiesa ipogea come era nel XII secolo, continuare le ricerche negli archivi e chi più ne ha più ne metta!!!!!

6. SEI L'AUTORE ANCHE DI UN LIBRO, E' CORRETTO?

Esiste un libro che è possibile trovare da noi, lo possiamo anche spedire, dal titolo “Alla ricerca della verità” dal quale abbiamo tratto un film documentario che RAI Storia ha messo in onda 8 volte ed è stato premiato al festival internazionale del cinema archeologico di Rovereto (primi fra 23 nazioni), nella sezione “Archeologia e società”.

Un ringraziamento a Roberto Nini per la sua intervista

Associazione Culturale Subterranea 
Via San Bernardo 12 
05035 NARNI 
Telefono 0744/722292 - 339/1041645 

giovedì 11 settembre 2014

FINCHE' MORTE NON CI RIUNIRA'...PARLA L'AUTORE, INTERVISTA SU TEMPERAMENTE

Lo dico subito: questo romanzo mi ha entusiasmato da matti! E lo ribadisco: per quanto una simile esternazione possa suonare poco “scientifica”, è propriamente l’entusiasmo il sentimento che Finché morte non ci riunirà ha saputo regalarmi. E, del resto, non avrei mai potuto lasciarmi sfuggire un romanzo sui Cavalieri di Malta e la guerra di còrsa, dato che fra i saggi storici che più ho amato figurano La Sicilia e l’Ordine Di Malta di Antonio Giuffrida, Malta e Venezia fra corsari e schiavi di Salvatore Bono e I mari del Mezzogiorno d’Italia tra cristiani e musulmani di Mirella Mafrici. Saggi che certamente conoscerà anche l’autore Matteo Freddi, che ha saputo ricostruire magistralmente l’ambientazione cinquecentesca, salvo rielaborare gli eventi come in una appassionante fiction. Ma forse, più che di fiction e di narrazione per immagini filmiche, sarà più esatto affermare che leggendo Finché morte non ci riunirà si ha la sensazione di vedere dei quadri animarsi e prender vita. Così come dinanzi a un dipinto di Tiziano si possono avvertire come per incanto i profumi e i sapori, scorrendo le pagine di questo romanzo si possono “vedere” le imprese del corsaro Dragut e dell’ammiraglio Gianandrea Doria, dell’imperatore Solimano il Magnifico e del Gran Maestro maltese Jean de La Valette (da cui il nome dell’attuale capitale La Valletta). Ma di rielaborazione storica, e non solo di ricostruzione, si diceva. Ebbene, accanto ai personaggi realmente esistiti, Matteo Freddi racconta, con grande sfoggio della sua vena creativa, le storie incorciate di tre soldati: Marco Rosso, Ettore Sinibaldi e Niccolò Lanza. Presentatoci nell’antefatto dell’opera al momento della sua nascita, Marco Rosso, «nato mentre le campane della Chiesa suonano a festa», rappresenta il coraggio e la fedeltà alla cristianità. Divenuto adulto, combatterà contro Dragut al fianco di Gianandrea Doria e dei Cavalieri di La Valette (rosso anch’egli, nel mantello e nei vessilli). Ettore simboleggia invece il cinismo e la disillusione dell’uomo inaridito dalle troppe guerre: «Sono solo un mercenario qualunque pronto a lavorare per chi gli offre di più. Non combatto seguendo ideali», dirà di sé. E, infine, c’è Niccolò. Un uomo semplice, un mercante di Messina, che diventerà soldato per vendetta e soprattutto per amore: sua moglie Eleonora, infatti, è stata rapita dai turchi. Amico di Federico de Toledo (figlio del viceré di Spagna Don Garçia de Toledo), Niccolò Lanza rappresenta la passione e la forza della disperazione («Finché morte non ci riunirà» è, non a caso, il suo disperato monito), e la sua storia personale consente all’opera di colorarsi di pathos. In conclusione, pubblicato nel 2012 con Leonida Editrice e recentemente riedito con Youcanprint, Finché morte non ci riunirà di Matteo Freddi è una piccola perla, un romanzo breve nel numero di pagine ma capace di evocare, unitamente agli scenari cinquecenteschi, anche suggestioni, valori e sentimenti universali. Amore, odio, vendetta, invidia, amicizia e nostalgia, che fanno di quest’opera una piccola Bibbia.

Andrea Corona

Matteo Freddi, Finché morte non ci riunirà, Youcanprint, 134 pp., 10 euro

mercoledì 10 settembre 2014

FINCHE' MORTE NON CI RIUNIRA'....INTERVISTA ALL'AUTORE TRATTO DAL SITO TALENTO NELLA STORIA

Anno Domini 1565. L'Impero Turco Ottomano governato da Solimano il Magnifico grazie a svariate conquiste militari si espande sino a raggiungere le porte di Vienna. Il mar Mediterraneo è quasi interamente sotto il controllo musulmano dei corsari turchi. Agli ordini dall'ammiraglio Dragut, i corsari compiono razzie e depredano le coste della maggior parte dei regni cristiani che non hanno accordi con l'Impero Ottomano. Solimano, per proseguire nella sua avanzata e raggiungere l'obiettivo finale, Roma, decide di attaccare Malta, l'ultimo baluardo nel Mediterraneo a difesa della Cristianità. Jean Parisot de La Valette, gran maestro dell'Ordine dei Cavalieri Ospitalieri, al comando di settecento cavalieri e ottomila miliziani, guida la strenua ed epica resistenza cercando di tener testa all'esercito turco che conta quarantamila uomini in uno scontro che è passato alla storia come Il Grande Assedio di Malta. Un evento che ha cambiato la storia: con un esito diverso, probabilmente la famosa battaglia di Lepanto del 1571 non sarebbe mai avvenuta. Sullo sfondo di questo periodo storico, si susseguono le vicende del mercante Niccolò e della sua amata moglie Eleonora caduta prigioniera dei corsari e dei due amici Marco e Ettore, sempre pronti a rallegrare i momenti passati assieme con del buon vino e a difendere a costo della vita la cultura e le tradizioni cristiane..

L'intervista

01. "Finché morte non ci riunirà" è la tua prima "puntata" nel genere storico. Cosa ti ha spinto ad intraprendere la strada del romanzo storico e perché la scelta è caduta proprio sull'Assedio di Malta del 1565? Cosa ti ha colpito di questo specifico evento per convincerti ad ambientarci le vicende dei tuoi personaggi?

Ritengo che una battaglia o una guerra non si possa spiegare senza aver prima illustrato il contesto sociopolitico dell’epoca. Altrimenti si rischia di non comprendere appieno le ragioni del conflitto. Infatti, ho conosciuto in maniera approfondita il Grande Assedio di Malta del 1565 leggendo un saggio che racconta in maniera dettagliata i protagonisti e le strategie attuate dai comandanti nella famosissima battaglia di Lepanto del 1571. 
Suleiman the Magnificent of the Ottoman Empire.jpgUno scontro che molto probabilmente non sarebbe mai avvenuto se l’assedio dell’isola maltese, sei anni prima, avesse avuto un esito diverso. Il periodo in questione vide il massimo splendore dell’impero Ottomano che a livello territoriale arrivò fino alle mura di Vienna che nel 1529 fu assediata senza successo dal Sultano Solimano (evento da non confondere con lo scontro avvenuto nel secolo successivo). Nonostante la sconfitta, i turchi rappresentavano una minaccia costante per i sovrani europei, che temendo seriamente una loro penetrazione nei territori occidentali, pur di non incrociare le armi con loro, strinsero accordi economici con il Sultano. La Repubblica di Venezia versava un contributo regolare per mantenere la pace, il Sacro Romano Impero gli vendeva archibugi e la Francia artiglieria. Filippo II, il re spagnolo e re di Napoli e del regno di Sicilia, pur di non mettere nuovamente a repentaglio la sua flotta, si guardava bene dall’infastidire nuovamente gli Ottomani e i suoi corsari. Solimano, invece, desiderando ardentemente una rivalsa, e per conseguire il suo sogno di far abbeverare i propri cavalli a Roma e trasformare S. Pietro in una moschea, abbandonò l’idea di assediare Vienna una seconda volta, decidendo di conquistare Malta per ottenere il controllo assoluto del Mediterraneo per poi sbarcare in Sicilia e giungere a Roma. A Malta risiedeva il Sacro Ordine dei Cavalieri Ospitalieri che con la sua piccola flotta, era l’unica forza in grado di contrastare le frequenti scorrerie dei corsari turchi che avvenivano specialmente sulle coste italiane meridionali, facendo nascere il grido “mamma li turchi!” che ancor oggi, sporadicamente, ripetiamo o sentiamo dire. Inoltre Malta, per gli Ottomani sembrava un obiettivo molto più facile da conquistare rispetto Vienna per i quarantamila uomini schierati da Solimano. Anche tutti i sovrani europei erano della stessa idea e si rifiutarono ad accorrere in aiuto ai cavalieri che potevano contare solamente su settecento uomini e seimila miliziani. Nonostante ciò, gli Ospitalieri per evitare che la cristiana Europa cadesse interamente in mani Ottomane, decisero di combattere immolandosi uno a uno, fino alla morte, per difendere la Chiesa Cattolica e gli stessi fratelli cristiani che li abbandonarono al loro destino. E’ stato questo atto di fede, altruismo, sacrificio e amore per le terre e tradizioni occidentali, assieme alle gesta eroiche dei cavalieri che respinsero al mittente ogni richiesta di resa, a ispirarmi il desiderio di scrivere un romanzo storico in chiave epica per far conoscere le loro gesta anche a chi le ignora, tenendo conto che si, il Grande Assedio di Malta è un evento noto, ma non così tanto dai non appassionati di storia. Spesso si nomina e si parla della battaglia di Lepanto senza citare un evento chiave avvenuto pochi anni prima. Infine, penso sia giusto ritenere “Finché morte non ci riunirà” la mia prima “puntata” al genere storico siccome non è stata la prima volta in cui mi sono cimentato a scrivere. Anni orsono, in un concorso ottenni una menzione speciale per “Stazione della vita”, un mio racconto che due anni fa è stato pubblicato in un’antologia, e in più scrissi la sceneggiatura per due cortometraggi.

02. Leggendo di critiche e recensioni, il tuo romanzo ha colpito lettori e addetti ai lavori per la scrittura molto fluida e armoniosa e per la trattazione precisa e puntale dell'evento storico con particolare enfasi per le battaglie. Ritieni anche tu che siano questi i punti di forza che hanno permesso a "Finché morte non ci riunirà" di ottenere diversi riconoscimenti come l'essere finalista al concorso letterario "Gaetano Cingari 2011" o la segnalazione sul blog letterario del "Sole 24 Ore" e molto altro ancora? E per un autore che tenta, grazie alle proprie forze e al talento, di emergere nel difficile mondo editoriale cosa significa ricevere simili attestati?

I punti forti corrispondono a una logica. Quando ho incominciato ad approfondire i miei studi storici, mi sono documentato sulle più importanti battaglie di ogni epoca, comprese quelle contemporanee. Man mano, mi sono soffermato sul medioevo, in particolare attorno al 1200 e 1500 senza dimenticare di assumere nozioni di strategia e politica di grandi esperti del passato come per esempio Sun Tzu con il suo “L’arte della guerra” e Machiavelli con “Il principe”. Questi studi mi hanno permesso di capire i movimenti sul campo degli eserciti e di “entrare” nella mente dei comandanti e dei soldati. Potendo “vivere” i loro sentimenti e le loro emozioni. Per quanto riguarda la trattazione precisa dell’avvenimento, è fortemente voluta. Il mio non è un romanzo storico ambientato in un’epoca realmente esistita ma che allo stesso tempo racconta avvenimenti totalmente di fantasia. Scrivendo, mi sono imposto di raccontare esattamente gli eventi accaduti. Per fare un semplice esempio, leggendo il mio testo, se un protagonista dell’assedio viene ferito, è proprio perché in quel momento dello scontro fu colpito. Per non annoiare il lettore e per rendere l’evento ancor più accattivante e coinvolgente dal punto di vista narrativo, mi sono aiutato usando personaggi di fantasia per i quali, ovviamente, potevo “disporre” liberamente dei loro destini. Inoltre, ho voluto lasciare il linguaggio il più scorrevole possibile per fare in modo che il romanzo potesse piacere anche alle persone non amanti del genere. Non ho mai voluto indirizzarmi a una nicchia precisa di assidui lettori, ma piuttosto il mio intento era quello di rivolgermi a tutti… Altrimenti come ho risposto nella precedente domanda, come avrei potuto pensare di far conoscere a più persone possibili il Grande Assedio di Malta? In definitiva, considerando tutti gli elementi che ho appena descritto, in un certo senso non sono sorpreso dei punti di forza segnalati, anche se, ovviamente, i riconoscimenti che ho ottenuto mi hanno riempito di soddisfazione perché mi hanno fatto capire che ho lavorato bene su tutti gli obiettivi che mi ero prefissato. Gli attestati che hai elencato, e i commenti ricevuti anche privatamente, sono in un certo senso vitali per spronare ad andare avanti uno scrittore emergente come me. D’altronde non sono certo presente nelle vetrine di ogni libreria. Il passaparola e le recensioni credo siano la chiave per ottenere visibilità. Per esempio, questi riconoscimenti, mi hanno donato la possibilità di incontrare la regista Anna Patrizia Caminati, che mi ha invitato a presentare il libro durante le rievocazioni storiche nelle quali ha la direzione artistica: “Revello Maggio Castello” e “I fieri Cameresi al riscatto della libertà”. E non dimentico di certo il centro arcieristico Altana del Motto Rosso con il quale è stata organizzata una cena denominata “Cavalieri… storie e leggende”. Come si usa disse spesso, “da cosa nasce cosa”... In seguito, mi hai contattato per un’intervista su questo interessantissimo portale di approfondimento che non conoscevo. Grazie!

03. Il romanzo storico pur non essendo un'opera di saggistica e godendo di situazioni e personaggi di fantasia, deve però essere storicamente ineccepibile. Dalla coerenza spazio-temporale allo studio delle fonti, non solo per battaglie e grandi eventi ma anche per la semplice quotidianità, usi e costumi per non parlare di una ricerca etimologica da applicare ai dialoghi per evitare concessioni al "moderno". Come hai affrontato tutte queste tematiche e hai avuto qualche momento di particolare difficoltà nel confrontarti con le fonti storiografiche?

Sulle fonti che ho studiato sul Grande Assedio di Malta, non ho trovato particolari difficoltà essendo tutte più o meno uniformi nel racconto. Il vero problema può sorgere quando più fonti raccontano il dettaglio di un evento in maniera totalmente diversa. A volte addirittura sembra di sentir parlare di fatti diversi, non dello stesso! Ma di questo non do certo colpa ai ricercatori. Quando si ricostruisce la storia antica, a volte bisogna riempire qualche “buco” con supposizioni personali. Nel momento in cui mi trovo davanti a difficoltà del genere, anche solo per interesse personale, cerco di capire la versione secondo me più credibile. Tendenzialmente è quella più ricca di dettagli o quella che cerca di interpretare le azioni delle persone che hanno vissuto l’evento. D’altronde anche i nostri padri avevano sentimenti, perciò credo che a volte, probabilmente, si faccia un po’ troppo presto a battezzare come folle un atteggiamento. Magari l’azione, seppur strana, poteva essere figlia di un grande amore o di un ideale che noi, oggi, non riusciamo a concepire. Per fare un esempio pratico, tempo fa, cercai di capire come morì Riccardo Cuor di Leone. Alcune fonti che trovai, sostenevano che era morto durante la guerra contro i francesi, altre che era stato avventato per aver esaminato troppo da vicino le mura di un castello ribelle. Non soddisfatto, trovai una biografia sul famoso re che mi risolse il dubbio. Con dovizia di particolari, l’autrice spiegò che Riccardo fu contattato da un vassallo del quale non si fidava perché mentre era in crociata, sostenne Giovanni, il fratello di Riccardo, desiderandolo al trono. Il re accettò di andare a fargli visita perché fu incuriosito dal presunto ritrovamento di una reliquia. Seguito solamente dalla sua guardia personale, non fidandosi ciecamente dell’invito, si avvicinò alle mura del vassallo per studiare la situazione. In quel momento un balestriere lo colpì a una spalla. Riccardo morì pochi giorni dopo a causa di un’infezione. A prescindere dal carattere del sovrano che sprezzante del pericolo guidava i suoi eserciti in prima “linea” con grande ardore, elemento testimoniato anche dal fatto che quando fu colpito da quel balestriere contraccambiò complimentandosi per la mira, ecco, a mio personalissimo e modesto modo di vedere, una morte del genere assomiglia tanto a una cospirazione, a un omicidio. Se è stato realmente così, per me è sin troppo riduttivo dire che è morto durante la sua lotta con i francesi. Tornando a noi, a “Finché morte non ci riunirà”, le più grandi difficoltà, anche se può sembrare assurdo, le ho incontrate per gli oggetti di uso quotidiano. Avevo una paura tremenda di rovinare il tutto inserendo, un bicchiere, un telo o un dettaglio che seppur di poco conto, poteva rovinarmi l’intera ricostruzione storica. E quindi mi sono prodigato in molte ricerche in tal senso. Per quanto riguarda i dialoghi, gli usi e costumi, al contrario, non ho avuto alcuna difficoltà. Riesco a calarmi con grande naturalezza e spontaneità nell’epoca. Non posso spiegare come ciò accada. Non perché voglia tenere il segreto, ma proprio perché non saprei come spiegarlo. Ancor prima di interessarmi realmente alla storia, sono sempre stato appassionato al medioevo, considerandolo l’epoca del passato in cui mi sarebbe piaciuto vivere. Ipotesi sempre più confermata quando cominciai ad approfondire i miei studi. Potrei citare decine e decine di libri, documentari, ma penso sarebbe inutile. Man mano che il tempo passava, accumulavo nozioni che ora fanno di parte di me, permettendomi di narrare la vita dell’epoca. A tal proposito, uno dei primi lettori, mi chiese se sono un reduce dell’assedio, perché leggendo il testo, quasi gli sembrava che lo fossi! Sebbene fosse una domanda “inusuale”, rimasi molto felice di rispondere che scrivo quello che “vedo” e che “vivo” mentre sono al fianco dei protagonisti. Non so se è così anche per gli altri scrittori, ma per me lo è.

04. "Finché morte non ci riunirà" si caratterizza di personaggi reali e di fantasia. Questi ultimi nati e sviluppati completamente nella tua testa di scrittore. A quale ti senti in qualche modo più legato e perché? E tornando invece a quelli che realmente combatterono a Malta nel 1565, chi ha stimolato di più il tuo desiderio di conoscenza e per quali motivi?

Sono legato a tutti i principali personaggi di fantasia. Tramite loro, ho voluto far rivivere nella mente del lettore le sofferenze e le gioie della vita quotidiana dell’epoca in giorni di pace e in periodo di assedio. Per noi oggi in un certo senso è più facile. Spegniamo la sveglia, ci alziamo da letto e andiamo al lavoro (se c’è…) per poi tornare a casa. Nel 1500, se avessimo vissuto ipoteticamente sulla costa meridionale dell’Italia, in un qualsiasi momento potevamo trovarci di fronte a decine o centinaia di corsari pronti a derubarci di tutto e a incendiarci la casa senza alcun avvertimento. Per non dire che magari avremmo potuto finire i nostri giorni incatenati a un remo di una galea… Entrando nello specifico, il mercante siciliano protagonista, Niccolò Lanza, porta nel nome due personali dediche. Una a Niccolò Machiavelli, l’altra a Shakespeare. Il cognome deriva dalla recente revisione storica per la quale si sostiene che il noto scrittore inglese sia stato in realtà un siciliano che si chiamava Crollalanza (Shake - Crolla, Spear - Lanza o lancia). Non che abbia deciso di credere a questa teoria, però sembrandomi ad ogni modo calzante, ho deciso di fare questa dedica. E non a caso, il protagonista s’improvviserà scrittore come le persone delle quali porta il nome… Quando Eleonora, sua moglie, viene rapita dai corsari, Niccolò, credendo di poterla riabbracciare solamente in paradiso, senza più averi, decide di unirsi ai cavalieri cominciando a scrivere lettere d’amore indirizzate all’amata con le quali racconta anche le sofferenze vissute durante l’assedio. Eleonora invece è una “dedica” speciale a tutte le donne dell’epoca. Non amo particolarmente i romanzi medievali dove le donne appaiono succubi, impotenti e maltrattate. In passato, ci sono state varie donne influenti, anche a capo di principati o piccoli regni. A me piace ricordare queste donne dei tempi passati. Proprio come Eleonora d’Aquitania, moglie di due re e madre di tre re che seguì il primo marito in crociata e fu molto influente su un figlio in particolare, il già citato Riccardo I Cuor di Leone. Marco Rosso è un mercenario che essendo nato mentre le campane del suo paese suonavano, decide di accorrere immediatamente a Malta per difendere le tradizioni della sua terra. Come proprio il suono delle campane. I corsari turchi, odiando le loro note, le fondevano o le gettavano in mare. Inoltre combatte perché le campagne continuino a profumare d’uva e di vino, bevanda proibita per gli Ottomani. E sarà proprio grazie a Marco Rosso, che Ettore Sinibaldi, un mercenario che combatte solamente per denaro, capirà l’importanza di combattere per un ideale. Considerando tutto ciò, comunque, se proprio devo fare una scelta, sono legato un po’ più a Marco e a Eleonora, perché come ha detto Pia Sgarbossa nella sua recensione su Qlibri, credo che: “dentro un’armatura, c’è sempre un uomo… che ha un cuore, che ama! E quell’uomo è un grande, perché dietro di a lui, c’è una grande donna”.
Riguardo i personaggi realmente esistiti, posso dire che ho sempre avuto un debole per i Cavalieri Ospitalieri. L’unico Ordine nato in seguito alle Crociate sorto inizialmente per curare i feriti e soccorrere i pellegrini che giungevano in Terra Santa stremati. Solo in un secondo momento, vedendosi costretti, impugnarono le armi senza però dimenticare la loro missione originaria. Infatti, l’Ordine che è tuttora esistente, noto come Sovrano Ordine Militare di Malta, gestisce vari ospedali e s’impegna in operazioni umanitarie. Tutto ciò però, è in parte anche merito del passato vissuto sul campo di battaglia dei cavalieri e dei loro Gran Maestri, come Jean Parisot de la Valette che in un momento di crisi, riuscì a rinsaldare l’Ordine e a spronarlo a combattere fino alla morte nell’assedio Ottomano accanto ai miliziani maltesi, i nativi dell’isola. Mi preme sottolineare che tale compito non fu per niente facile e per niente scontato da portare a termine. Qualche decennio prima, i cavalieri furono costretti ad arrendersi e ad abbandonare Rodi perché gli abitanti dell’isola non volevano più combattere a differenza dei maltesi, che nella stragrande maggioranza, gradendo il governo dei cavalieri, accettarono di combattere fino all’ultimo respiro. In tutto questo, è bene ricordare che durante l’Assedio di Malta, la Valette era più che settantenne… In più momenti indossò l’armatura e combatté spalla a spalla con i suoi fratelli cavalieri. Voci dell’epoca, addirittura, sostengono che si gettò in uno scontro senza alcuna protezione… Ovviamente tale ipotesi non è considerata in assoluto veritiera, ma per me, ciò ha poca importanza perché ci fa ancor più capire come il Gran Maestro fosse amato dai suoi cavalieri e dalla popolazione maltese. Ognuno è figlio della sua epoca, vero, ma per me ha fatto cose che io non riuscirei a fare oggi, figuriamoci a settantenni! Per questo lo ammiro enormemente. Le sue spoglie sono conservate nella cripta della co-cattedrale più famosa a Malta, da anni chiusa a tempo indefinito per restauro. Spero che la riaprano presto perché desidero ardentemente salutarlo, inchinandomi di fronte a lui.

05. Ogni scrittore ha i suoi miti letterari presenti e passati. In alcuni casi sono talmente forti da "influenzare" anche il modo di scrivere, la caratterizzazione di ambienti e personaggi etc etc. Un esempio su tutti che mi viene in mente è quanto Tolkien abbia condizionato, di sicuro in positivo le menti di tanti autori successivi. Tornando a noi, il tuo stile risente di qualche influenza oppure hai cercato di lavorare su uno stile narrativo che possa distinguerti? Come potresti definirti da un punto di vista squisitamente stilistico?

Da adolescente, ho cominciato ad appassionarmi alla lettura divorandomi i “Libri Game”, specialmente i fantasy di Joe Dever. Con il passare del tempo, ho letto molti generi diversi tra loro. Per fare qualche esempio, ho letto romanzi storici di autori diversi, avventure varie, thriller fantapolitici, qualche giallo, tutti i racconti di fantascienza sui robot di Asimov, due libri di Stephen King, uno di Tom Clancy, romanzi surreali. Ma in definitiva, direi che non sono stato particolarmente influenzato da nessun autore, più probabilmente, magari senza rendermene conto, sono diventati “miei” vari elementi della scrittura di più autori. Inoltre, indubbiamente, come detto in precedenza, avendo un piccolo passato da sceneggiatore, sono stato influenzato anche dalla cinematografia prediligendo i generi già menzionati. Per alcuni lettori, il mio stile è marcatamente derivato da questa ispirazione probabilmente inusuale per uno scrittore. Gli eventi vissuti da ogni personaggio di “Finché morte non ci riunirà”, procedono in parallelo come una sorta di montaggio video, con frequenti cambi di “scena”. Questo stile narrativo è così spontaneo che per me è l’unica maniera di far scorrere con naturalezza la storia che ho in mente. Una delle prime case editrici alla quale inviai il manoscritto, mi rispose che avrebbe pubblicato volentieri il romanzo ponendo però importanti condizioni: la modifica del titolo giudicata non consona per un romanzo storico, e la revisione profonda di alcuni dialoghi che dovevano contenere termini più aulici per rendere complessivamente il testo più simile ai romanzi storici già pubblicati ai quali il lettore è abituato. Dopo una breve riflessione, decisi di rifiutare. Decisi di prendere il rischio di non poter rendere noto a più persone possibili il Grande Assedio di Malta. Pensai che fosse meglio lasciare tutto così, appena mi sfiorò l’idea di modificare forzatamente il mio stile per tentare di assomigliare a qualcuno di più famoso, inorridii al pensiero di dover studiare più testi di uno stesso autore da aggiungere al tempo necessario per compiere le mie ricerche storiche. E, cosa più importante, per me il titolo è perfetto. Non l’avrei mai cambiato. Il suo significato più profondo è presente in tutto il testo e strettamente correlato alla vita dei protagonisti. Infatti, scommetterei che qualcuno leggendo le mie risposte precedenti abbia già immaginato cosa intendo dire. Inoltre, anche i dialoghi per me vanno bene così. Durante un assalto Ottomano alle mura di Castel Sant’Elmo, mentre i cavalieri sono sugli spalti, bersagliati da frecce e proiettili d’archibugio, attorniati da così tanti uomini sempre pronti a salire sulle scale o entrare nelle brecce aperte nelle mura, di certo, se dovevano scambiarsi qualche parola o qualche ordine, non lo facevano recitando in prosa o dilungandosi in cordialità! O almeno io, personalmente, ne sono convinto.
In conclusione, spiegati i motivi della mia scelta, di cui non mi pento, sono comunque conscio delle “difficoltà” alle quali vado incontro. Altri magari, avrebbero scelto il genere che va di moda al momento ispirandosi direttamente al best seller di turno. Una via sicuramente più facile per trovare fin da subito un numero maggiore di lettori rispetto la mia. Ma vedremo. Essendo un emergente pubblicato da piccoli editori, per ora non sembra andar male. Per il futuro, ovviamente non so. Come disse Shakespeare nel suo “Giulio Cesare”, - Oh, se uno potesse già conoscere l'esito degli avvenimenti d'oggi! Ma basterà che si concluda il giorno, e tutto si saprà. –

sabato 16 agosto 2014

"IL PRIMO PRESEPIO NON FU DI SAN FRANCESCO" (INTERVISTA DI ENRICO GIUSTACCHINI)




Chiara Basta è stata la curatrice della mostra “Il Bambino Gesù nella collezione Hiky Mayr”. Stile Arte ne ripropone l’interessante intervista, che mette in luce aspetti artistici e devozionali delle statue del Bambin Gesù e del presepio.
Come ricorda in un suo saggio l’antropologa Elisabetta Silvestrini, “nelle classi sociali più elevate, il culto del Gesù Bambino era già pienamente affermato nel XV secolo, quando in ambiente fiorentino compaiono gli elementi costitutivi del culto delle ‘Sante bambole’, secondo la definizione che ne ha dato Christiane Klapisch-Zuber”. Ma quando ha inizio, in realtà, questa pratica devozionale?
Bisogna andare molto più indietro nel tempo, quando – tra il X ed il XII secolo – si vanno perfezionando quelle composizioni poetiche e musicali conosciute sotto il nome di “drammi liturgici”. A Natale e Pasqua – ricorrenze strettamente unite, all’epoca, da continui rimandi tra l’evento gioioso della nascita del Cristo e quello, prima drammatico e poi festoso, della morte e della resurrezione – i “drammi” venivano recitati. La “regìa” prevedeva per le parti principali l’impiego di statue lignee, rispetto alle quali esisteva peraltro già una forte devozione autonoma (erano usate come portareliquie). A mio giudizio, qui sta la probabile origine del culto: culto che verrà poi riproposto in versione rinnovata da Francesco d’Assisi.
Ma come! Credevamo che San Francesco fosse l’“inventore” del presepio…
Quello che viene tradizionalmente definito come “presepio” – il famoso “presepio di Greccio” – fu invece nella realtà, secondo me, una rivisitazione della Natività eseguita attraverso l’utilizzo di materiali già disponibili ed assimilati dall’immaginario collettivo del tempo: a cominciare proprio dalle statue del “Divino infante” di cui stiamo parlando.
Il culto legato al Bambin Gesù è diffuso anche nei secoli successivi.
Per quanto riguarda il XIV secolo, abbiamo testimonianze di “Bambini” collocati nei monasteri – maschili e femminili -, ma pure in case private della Germania e più in generale del Nordeuropa. La pratica finisce però per diffondersi in modo trasversale un po’ in tutto il Continente, magari supportata da testi di devozione che rispecchiavano le diverse peculiarità culturali.
Il “periodo aureo” è comunque quello che va dal XVI al XVIII secolo, come ci conferma del resto la collezione Hiky Mayr.
Storicamente, è tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento che si assiste alla riscoperta dei valori positivi legati all’infanzia. Una rivalutazione della prima età dell’uomo che avviene di riflesso all’infanzia di Cristo, ed attraverso la sua mediazione. Con le conseguenti ricadute di ordine sociale e spirituale, anche negative: tra le carte dell’Inquisizione pervenuteci, vi sono atti di processi contro persone accusate nel Napoletano di aver diffuso la notizia di bimbi miracolati, che dopo poche settimane di vita si rizzavano in ginocchio a pregare, o che, ancor piccolissimi, allontanavano i balocchi ogni qualvolta vedevano una coroncina del rosario, da cui si sentivano attratti in maniera irresistibile, e cose simili. In quest’epoca, le statue del Bambin Gesù finiscono per diventare oggetto di pratica devozionale ovunque (pure fuori d’Europa: pensiamo ai riti delle Filippine, colonia della Corona di Spagna), e per l’intero anno liturgico.
I bellissimi pezzi della collezione ci raccontano che fu il Settecento il secolo del massimo splendore dal punto di vista artistico.
E’ così. Ciò trova riscontro in un’impostazione fortemente realistica. Non possiamo che rimanere affascinati dalla straordinaria qualità della scultura (si veda l’espressività del volto di molte statue), dalla precisione della resa anatomica, accresciuta dalla policromia (per cui i gomiti sono rossi, le labbra rosa-turgido, i dentini bianchi) e dalla polimatericità (un esempio per tutti, gli occhi in pasta di vetro), dall’accuratezza del dettaglio (ecco le parrucche di seta, quando non di veri capelli).
Quanto lei mi sta dicendo introduce ad un aspetto particolarmente suggestivo: quello delle caratteristiche tecnico-artistiche delle statue del Bambin Gesù. A cominciare dal capitolo relativo agli abiti. Abiti sontuosissimi, di solito: con la conseguente necessità di “giustificare”, dal punto di vista dottrinale, l’ostentazione del lusso a fronte della povertà di Gesù, nato da pastori in una stalla. A metà del Cinquecento, santa Caterina dei Ricci riferirà in una sua “Visione” la risposta di Maria Vergine a tale dubbio: i vestitini – informa la Madonna – sono confezionati con le orazioni delle pie monache durante l’Avvento!
Spesso la giustificazione era meno articolata: Cristo è Re – si diceva in sostanza -, ed un re non può che disporre di abiti sfarzosi. Ecco così che le statue, seppure interamente scolpite, e complete in ogni dettaglio – non esclusi gli attributi sessuali -, nascevano già predisposte ad essere rivestite. Gli indumenti erano di stoffe preziose, ricavati sovente da paramenti sacri; ed erano intercambiabili. Non solo a seconda dei diversi periodi dell’anno liturgico, ma anche in occasioni speciali: durante il Giubileo, ad esempio, i Bambini Gesù diventavano “piccoli pellegrini”, con tanto di cappello e bordone. Non è raro il caso in cui i simulacri, nati “interi”, venivano mutilati e resi snodabili proprio per favorire la vestizione.
Quando il culto del “Divino infante” comincia a perdere la sua importanza?
Dopo aver raggiunto, nel XVIII secolo, il suo apice, il fenomeno subisce una rapida decadenza. Gli artigiani cominciano a costruire modelli di pregio assai minore, spesso limitati alla testa ed alle braccia, a cui si collega il vestito, un po’ come avviene per i burattini e per le sculture dei presepi napoletani. Nel contempo – sempre analogamente alla pratica presepiale – si assiste al trionfo della scenografia, a base di elementi di natura e paesaggio oppure riferibili – nel già citato rimando Nascita-Morte – alla Passione.
Può dirci qualcosa a proposito dei materiali usati nella fabbricazione delle statue?
Il legno ha assoluta predominanza, ma non mancano esempi di sculture in terracotta e, più raramente, in cartapesta. In epoca tarda, nel XIX secolo, si fa più frequente il ricorso alla cera. Gli abiti sono quasi sempre in seta, impreziosita da ricami, guarnizioni e decorazioni. Antichi inventari fiorentini ci raccontano di Bambini Gesù dotati di veri e propri guardaroba stipati di vesti di valore strabiliante, intessuti di perle, rubini ed altre gemme.
Conosciamo i nomi di qualcuno degli artisti che si dedicò a queste opere?
Molti sono purtroppo rimasti nell’anonimato. Spesso si trattava di religiosi, che creavano i loro capolavori nel chiuso dei monasteri. Un attività in tal senso risulta documentata già negli anni Venti-Trenta del XVI secolo nel convento domenicano di Lucca. Per quanto riguarda le botteghe artigiane gestite da laici, nel nostro Paese le stesse erano concentrate, nel periodo di maggior fortuna del genere, soprattutto al sud, dove rifulse la stella di autentici virtuosi come il napoletano Giuseppe Sanmartino (o Sammartino) ed il siciliano Domenico Vaccaro. In precedenza, si erano però misurati con i Bambini Gesù anche sommi maestri dell’arte italiana, quali Baccio da Montelupo e Desiderio da Settignano.
Radiosi volti d’inverno
Autentici capolavori di tre secoli d’arte italiana in una raccolta unica al mondo Nel 2002 Stile arte intervistò Hiky Mayr, la collezionista che, per oltre trent’anni, ha raccolto queste splendide statue. Riproponiamo quell’incontro.
Signora Mayr, ci racconti come e quando nasce la sua passione per i Bambin Gesù.
Nasce trent’anni fa, quasi per caso. Stavo esaminando del vasellame da un rigattiere, quando da una vecchia pentola di rame vidi spuntare due gambette. Pensavo ad una bambola, invece era una statuina del Bambin Gesù. Malridotta, tanto da sembrare bruttissima. Il rigattiere me la regalò. Dopo un po’ di tempo ne trovai un altra, e la comprai. Poi un’altra ancora… Pian piano, mi lasciai prendere. I Bambin Gesù costavano poco, non c’era mercato. Spesso mi capitava di rinvenirne di muniti di ali posticce: “truccandoli” da angioletti o cupidini, i rigattieri avevano qualche speranza in più di trovare un acquirente. Quasi senza accorgermene, la mia collezione si stava formando. Alla base, peraltro, c’era il grande amore per le cose belle che coltivo da sempre, e che ho ereditato dalla mia famiglia.
E oggi, quale consistenza ha raggiunto la collezione?
Dopo tanti anni di pazienti ricerche, di contatti con mercanti antiquari, commercianti, quale caso con privati, sono arrivata a 270 tra sculture e gruppi di sculture, tutti di fabbricazione italiana, e risalenti ad un periodo compreso tra il XVII ed il XIX secolo. In massima parte sono effigi del Divino infante, ma non va dimenticata una significativa serie di Marie bambine, sorta di versione al femminile del soggetto. Si tratta della maggiore collezione del genere al mondo: ed è destinata ad ulteriori, futuri ampliamenti. Voglio aggiungere che in parallelo con le acquisizioni ho avviato l’attività di restauro: quando risulta necessario, effettuo personalmente il delicato intervento di ripristino delle statue, degli abiti e degli ornamenti.

Intervista di Enrico Giustacchini

IL LINK AL MUSEO DEL DIVINO INFANTE DI GARDONE RIVIERA

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