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martedì 24 novembre 2015

24 NOVEMBRE 885 - I VICHINGHI ATTACCANO PARIGI


Quello che si presentò dinanzi gli occhi dei parigini all'alba del 24 novembre dell'Anno Domini 885 rappresentò uno choc: sulla Senna 700 navi vichinghe erano pronte per assediare la città. Secondo le cronache, che vanno prese con molta attenzione, si parla di circa quaranta mila uomini pronti a un ennesimo attacco perpetrato ai danni di Parigi . Già nell'845 Carlo il Calvo si dovette allontanare in fretta in furia ripiegando a Saint Denis mentre Parigi era in mano ai vichinghi che uccisero ben settanta alti esponenti dell'aristocrazia pretendendo ben 7000 libbre d'argento per togliere l'assedio. 

Facciamo un passo indietro...l'Editto di Pistres

L'editto di Pistres pubblicato nel'864 da Carlo il Calvo prevedeva che chi era in possesso di un cavallo doveva entrare in un esercito per la liberazione dai vichinghi in modo da poter respingere un eventuale attacco senza dover correre il rischio di vedersi Parigi nuovamente minacciata. Questo cambiò anche l'urbanistica della Francia, basti pensare che tutte le città che si affacciavano sul fiume dovevano essere protette da grandi ponti fortificati: questo rappresentò una scelta davvero lungimirante infatti il 24 novembre dell'885 furono proprio le strutture lignee a bloccare l'accesso dei vichinghi.

Assedio e resistenza francese

Per ben tre giorni, fino il 27 novembre gli uomini del nord cinsero di assedio la torre costruita sul ponte che univa le due rive del fiume ma la strenua difesa di Oddone ne bloccò la conquista. Il 31 marzo dell'886 dopo alcuni mesi di stallo dedicati a razziare tutto quello che era presente nelle campagne fuori Parigi, i vichinghi tentarono un nuovo assalto anche questa volta inutile. Piegarono allora alla conquista del monastero di Saint Germain-des-Pres ma anche questo tentativo cadde nel vuoto. La motivazioni di queste sconfitte è da ricercare nella diversa preparazione "alla pugna" dei vichinghi: un popolo abituato al corpo a corpo non era culturalmente in grado di reggere e di preparare un lungo assedio pertanto chiesero ben 25 kg di argento in cambio della loro fuga dal monastero, i monaci non acconsentirono e questo li lasciò spaventati, affamati e bersaglio delle epidemie.

I cittadini di Parigi chiesero aiuto a Carlo II il Grosso che non aveva la minima intenzione di affrontare in campo aperto gli assalitori, fatto questo scatenò l'ira dei personaggi più importanti dell'impero che nel marzo dell'886 durante la Dieta di Metz attaccarono prepotentemente l'Imperatore il quale, per tenere a bada l'ira dei nobili europei, decise di muovere un esercito a Montmatre ma pagò 400 libbre d'argento piuttosto che attaccare il nemico. Questa tattica fu assai deleteria, i vichinghi non si accontentarono e il salvacondotto dell'Imperatore gli consentì di risalire la Senna fino in Borgogna che fu saccheggiata senza pietà.

La nascita della Normandia

Se il pagamento del riscatto evitò altri morti a Parigi, l'atto vile e codardo gettò discredito a Carlo stesso che fu deposto nell'anno 887 per Oddone, protettore di Parigi, che fu incoronato nel 888.
Le epidemie e la totale mancanza di acqua costrinsero i vichinghi a tornare nelle loro terre; qualche tempo dopo un certo Robollone il Camminatore occupò in modo stabile la zona intorno alla foce della Senna ottenendo il riconoscimento ufficiale di Carlo il Semplice che succedette ad Oddone; Robollone si offrì come difensore di quella parte di Francia e si fece battezzare, nacque così la Normandia.

lunedì 30 marzo 2015

LA CONQUISTA DI ZAMA

Innozenz3.jpgFonte articolo https://storicissimo.wordpress.com/. Diritti risevati. Innocenzo III sale al soglio pontificio nel 1198 e di lì a poco indice una crociata volta alla riconquista di Gerusalemme, la Città Santa che, ormai dal 1187, era caduta nelle mani di Saladino. Dopo le prime resistenza iniziali, la nobiltà francese, imbevuta di cultura cavalleresca, accoglie la proposta e si stima così l’invio in Terra Santa di un esercito di 30 000 uomini. Per il trasporto delle truppe ci si affida alla Serenissima Repubblica di Venezia, la quale per l’occasione arma in poco più di un anno una flotta maestosa. Ma quando l’esercito raggiunge la città lagunare sorgono i primi problemi: i crociati non hanno a disposizione denaro nemmeno per pagare la metà della cifra pattuita e delle truppe che si erano stimate in precedenza, se ne presentano circa un terzo; inutile dire come la cosa fa andare su tutte le furie il doge, Enrico Dandolo, il quale aveva investito moltissime risorse per poi trovarsi con delle navi inutilizzate e dei debitori insolventi. Si cerca però la trattativa, con successo: i Veneziani non si sottrarranno al trasporto delle truppe in Terra Santa, garantendo la rateizzazione del debito ma chiedendo il comando militare sulle operazioni. 

La conquista di Zara

File:Siege of Zadar.jpgLe intenzioni del doge però sono diverse dal mero servizio nei confronti della Crociata: infatti, dopo aver lasciato il porto lagunare nell’ottobre del 1202, l’armata ottiene facilmente la sottomissione delle città costiere che precedentemente si erano ribellate alla Repubblica di San Marco: Trieste, Muggia, Pola e raggiunge Zara tra il 10 e l’11 novembre. Di fronte a questa situazione, benché avesse proibito conflitti tra cristiani, papa Innocenzo III è impotente. Il 13 novembre i crociati iniziano le operazioni militari credendo che la città non sarebbe stata una facile preda: essa era dotata di alte e solide mura, ma di fatto non poteva resistere contro un esercito così numeroso per molto tempo. I cittadini di Zara, prevedendo il destino terribile che si affacciava, tentano invano di muovere pietà agli assedianti piantando delle croci sulla merlatura della fortificazione. Il piano di Dandolo era molto semplice: combinare le macchine di terra dei crociati con la potenza delle macchine montate sulla flotta veneziana: la città non dura a lungo e dopo cinque giorni di combattimenti gli assediati si rendono conto di non avere scampo, aprono le porte della città chiedendo in cambio soltanto di avere salva la vita. La città, vista la stagione avanzata, viene allora divisa in quartieri dove i Veneziani e i Francesi avrebbero potuto passare l’inverno; ma l’idillio non dura a lungo: le accuse reciproche di aver tenuto per sé le case più belle e lussuose fa sfociare gli attriti in uno scontro armato tra le due fazioni che impegnerà i baroni e il doge per un’intera settimana per arrivare alla pacificazione. Nel frattempo giunge a Zara una lettera di Innocenzo III nella quale, indignato per l’attacco crociato contro una città cristiana, scomunica gli autori del sacrilegio; ma, nonostante ciò, solo i baroni francesi inviano a Roma dei messi per implorare il perdono del pontefice. Mentre per i Veneziani si profila un’ulteriore occasione per fare affari: gli ambasciatori di Filippo di Svevia, con un’inaspettata proposta del principe bizantino Alessio Angelo che promette, in cambio dell’aiuto per deporre l’usurpatore al trono imperiale Alessio III, il saldo di tutti i debiti con Venezia. Era l’ennesima deviazione sul viaggio originario, che questa volta porterà alla presa di Costantinopoli.

giovedì 25 settembre 2014

ACCADDE OGGI: LA BATTAGLIA DI STAMFORD BRIDGE


La Battaglia di Stamford Bridge prende il nome da un villaggio inglese ed è considerata l'ultima battaglia prima della fine dell'epoca vichinga il terra d'Inghilterra. La battaglia ebbe luogo il 25 settembre dell'Anno del Signore 1066 solo pochi giorno dopo la vittoria dell'esercito norvegese di Hardrade sull'esercito del Nord formato da dal conte Edwin della Mercia, e da Morcar conte del Northumbria nella battaglia di Fulford. Dopo una marcia passata alla storia, Aroldo II Godwinsson si scontrò con Hardrade che occupò il ponte sullo Stamford con un soldato dotato solo di ascia. Evidentemente, stando alla Cronache Anglosassone" era così alto che spaventò l'intero esercito riuscendo a tenere il ponte per poche ore gettando in acqua chiunque osasse affrontarlo prima di essere ucciso trafitto da una lancia. Il tempo perso dall'esercito consentì il re Hardrade di posizionare l'esercito su una altura lasciando avvicinare l'esercito avversario. Durante la battaglia cruenta morì il re di Norvegia e Tostig del Wessex (fratello di Aroldo ma alleato col nemico) e fu sancita la vittoria inglese. Il re decise di far salpare i sopravvissuti vichinghi a patto che non avrebbero più osato attaccare Inghilterra. La tregua durò molto poco: infatti dopo tre settimane Aroldo II fu sconfitto dai normanni di Guglielmo il Conquistatore durante la celeberrima battaglia di Hastings...il giorno era il 14 ottobre 1066 e iniziò la conquista normanna dell'Inghilterra. 

mercoledì 17 settembre 2014

MIRACOLO DI AGINCOURT - CRONACA DEL TRIONFO CHE IMPRESSE UNA SVOLTA ALLA GUERRA DEI CENT'ANNI

“Per l'amor di Gesù Cristo, amico, rendi quel che devi”. Qualcuno ne resterà sorpreso, ma si tratta di una conversazione tra re, e per giunta epistolare. Per essere più precisi, questo fu il modo piuttosto brusco con cui il re d'Inghilterra Enrico V, nel 1413, reclamò da Carlo VI di Francia la consegna non solo delle proprietà cedute alla corona inglese con il trattato di Brétigny (1360), ma anche di quelle che, a suo dire, Filippo II Augusto aveva ingiustamente sottratto a Giovanni Senza Terra (quindi si parla di circa due secoli addietro). Si trattava di richieste gravose, anzi gravosissime. Quali che fossero i pretesti, quella guerra estenuante, interminabile, nota oggi come la Guerra dei Cent'Anni, stava per entrare in una delle sue fasi decisive. Considerando la tempistica e le modalità con cui operò, Enrico V dimostrò un intuito politico senza eguali nell'Europa del suo tempo. Non per niente, già i cronisti dell'epoca riportavano che, nonostante avesse solo 25 anni quando ascese al trono, vantava le doti tipiche del sovrano consumato. “Aetate juvenis, maturitate senex” dicevano di lui. Le sue pretese temerarie infatti non costituivano solo il frutto di quella sorta di prassi dei re inglesi nel corso della Guerra dei Cent'Anni di rivendicare il trono francese, ma nascondevano un disegno ben ponderato. Il regno di Francia, infatti, stava vivendo una fase molto travagliata della sua storia tanto che lo stesso re era stato costretto ad assistere indifeso come un agnello alla lotta tra Armagnacchi e Borgognoni, che da sciacalli quali erano si contendevano ogni brandello di una monarchia sull'orlo del collasso. Inoltre la jacquerie continuava ad essere lo spettro che si aggirava in tutta una Francia profondamente turbata da disagi economici e sociali. Poteva esserci forse momento migliore di quello per reclamare diritti e, eventualmente, venire alle armi? Se la tempistica era stata ottima, il modus operandi non fu da meno. Non bisogna dimenticare infatti che nel 1396 era stata siglata una tregua di ventotto anni tra Inghilterra e Francia, e quindi riprendere il conflitto significava violare in pieno gli accordi presi. Fu indubbiamente per tale ragione che Enrico V decise di procedere, almeno in prima battuta, per vie diplomatiche, sfoderando molte delle doti che il buon Machiavelli avrebbe poi decantato nelle sue opere. Percorse dapprima quella che lui definiva “la via del diritto”, ma che fosse una formalità lo si capiva dalla portata delle richieste fatte a Carlo VI, che sopra accennavamo: nel dettaglio, pretendeva la cessione di Aquitania, Angiò, Maine, Turenna, Normandia, l'omaggio della Bretagna e la sovranità della Fiandra, dell'Artois e della Provenza. In aggiunta, esigeva il saldo del riscatto che era stato richiesto per liberare il re francese Giovanni il Buono, catturato nel 1356 a Poitiers, e chiedeva di avere la mano della figlia di Carlo VI, Caterina di Valois. Certo, sapeva condire il tutto con le dovute formalità, le ampollose formule, perfino con le adulazioni, ma non bisognava farsi ingannare: chiedeva mezza Francia e una posizione più favorevole per avanzare pretese alla corona del regno nemico. I Francesi lo intuirono e declinarono ogni offerta. Fu solo allora che Enrico V passò alle “vie di fatto”: nel maggio 1415 si alleò col duca di Borgogna, Giovanni Senza Paura, onde far leva sulle rivalità delle fazioni francesi, e iniziò i preparativi per la spedizione imminente. Di fronte al rapido precipitare degli eventi, il re inglese ebbe a scrivere: “Ci sia testimone il Supremo Giudice […] del fatto che, nella nostra sincera propensione alla concordia, abbiamo tentato ogni via possibile per ottenere la pace”. Verrebbe da dire che fosse un vero ipocrita, ma lasceremo ad altre trattazioni simili giudizi. Quel che è certo è che trovò il modo di riprendere la guerra, e su questa dobbiamo soffermarci. Uomini, armi, navi, cavalli: adesso non occorreva altro.

LA VOLUBILE DEA FORTUNA


Stupore. Questa doveva essere la sensazione di chiunque avesse la fortuna di vedere o anche solo di scorgere in lontananza il porto di Southampton nella mattina dell'11 agosto 1415. Nel mare antistante la piccola cittadina stavano ormeggiate ben 1500 imbarcazioni di varia dimensione e tipologia, una massa informe di legname, uomini e animali pronta a far rotta verso la Francia. 12000 guerrieri stavano su quella flotta in attesa del segnale per la partenza (ormai era solo questione di ore), e ad essi si aggiunga un gran numero di medici, ingegneri, chierici, giullari, personale di servizio e cavalli. In effetti Enrico V aveva dovuto faticare non poco per allestire la campagna militare. Ai nostri occhi, abituati ad una certa concezione “tradizionale” del potere monarchico (“l'Etat ce moi”), sembrerà strano, ma non era affatto semplice per un re medievale radunare un esercito consistente. Oltre alla ricerca di fondi sufficienti, bisognava assicurarsi che tutti i cavalieri e i notabili del regno adempissero con buona volontà ai doveri feudali che li legavano al re e mettessero a sua disposizione le proprie guardie e soldati. Si trattava di un punto particolarmente delicato, questo, considerato che ogni volta toccava convincere una quantità più o meno considerevole di signori feudali poco propensi a cedere prezioso materiale umano per conflitti lontani e quasi sempre estranei alle loro realtà. In un momento tanto impegnativo, Enrico V seppe destreggiarsi con rara determinazione e caparbietà. L'Inghilterra intera si mobilitò per il suo giovane re e non se ne sarebbe pentita. Partiti intorno alle tre del pomeriggio, Enrico V e i suoi sbarcarono non lontano dalla foce della Senna, nei pressi di Harfleur, uno dei capisaldi francesi in Normandia. Ci vollero ben sei settimane di assedio perché la città capitolasse. Gli Inglesi, infatti, avevano trovato ad attenderli un nemico che non si aspettavano: la dissenteria, che si portò via almeno 2000 uomini e ne lasciò moribondi altrettanti. Dio sembrava aver già abbandonato l'armata inglese e, cosa ancor peggiore, bisognava già fare i conti con l'idea di tornarsene in patria. Di certo una marcia su Parigi in alta stagione e con un esercito enormemente assottigliato era fuori discussione. Dovremmo ormai aver capito, tuttavia, che Enrico V aveva una volontà ferrea e la parola “ritirata” tendeva a non far parte del suo vocabolario. “Il coraggio vale più dei numeri” scriveva Vegezio, profetico su questa vicenda. Il re inglese dunque decise di marciare verso Calais, che Edoardo III aveva conquistato nel 1347 (dopo Crécy), e attendere là rinforzi. Come annota Frediani, si trattava di 250 km, un lungo percorso dove l'incontro con i Francesi era praticamente scontato. Per farla breve, da sogno di gloria la spedizione inglese stava per tramutarsi in un incubo. Dal punto di vista francese, considerata la situazione, sarebbe stato sufficiente temporeggiare ancora, magari bloccando o ritardando la traversata del fiume Somme, e affondare al momento giusto gli artigli nella carne di una preda inerme. Persuaso dalla fortuna iniziale, Carlo VI autorizzò l'adunata con un bando rivolto a tutti i nobili di Parigi e di Amiens, che risposero in gran quantità, certi di procurarsi in tempi brevi gloria, fama e bottino. A Rouen, agli ordini del conestabile di Francia, Carlo D'Albret, si radunarono 25000 uomini, tra cui 7000 cavalieri e 15000 uomini d'armi (ovvero soldati interamente ricoperti di armatura addestrati a combattere sia a piedi che a cavallo). Equipaggiamenti pesanti, scintillanti corazze e cavalli da guerra riccamente ornati conferivano un aspetto di invincibilità all'armata del re di Francia. La sconfitta, nella mente degli uomini di Carlo VI, non faceva parte dei possibili esiti dell'imminente scontro. Ma la superbia, come insegna il Libro del Siracide, è “odiosa a Dio e agli uomini”.

APPUNTAMENTO AD AGINCOURT


Volenti o nolenti, sani o infermi, gli Inglesi dovevano andare avanti. Oltre al morale basso e alla malattia inarrestabile, gli animi dei soldati erano attanagliati dalla paura, il male più contagioso. Ad ogni modo, Enrico V fece marciare i suoi non lontano dalla costa, passando per Fécamp, Arques, Eu e St. Valéry. Di Francesi neanche l'ombra fino a quel momento. Quando bisognava attraversare il fiume Somme, tuttavia, non si vedevano altro che ponti distrutti, robusti presidi e guadi bloccati con pali e catene: il nemico si era messo in movimento. Il cammino si allungava e, dunque, gli Inglesi dovevano seguire verso est il corso del fiume in attesa di trovare un punto lasciato libero per la traversata, sempre più stremati. “L'esercito del re d'Inghilterra era abbattuto dalla malattia; lo spirito dei soldati fiaccato dalla fatica e scoraggiato dalla ritirata” scrive Goldsmith. Dopo cinque giorni di vani tentativi, infine, gli esploratori di Enrico V rintracciarono un guado dimenticato dai Francesi e finalmente i soldati inglesi oltrepassarono il fiume, nei pressi di Nesle. Era il 19 ottobre. Proprio quando si intravedeva un tenue bagliore di speranza, venne la notizia che tutti temevano: a pochi chilometri dagli Inglesi era stato avvistato un imponente esercito francese, ben rifornito ed equipaggiato. Non possiamo esserne certi, ma a questo punto è logico ipotizzare che finanche l'indole irriducibile di Enrico V, che come un marinaio intrepido aveva sfidato la tempesta, fosse provata da una situazione strategicamente drammatica. Il re inglese sapeva che in ogni momento di quei tragici giorni i suoi potevano essere spazzati via da un colpo di mano di Carlo D'Albret. Era semplice, dopotutto, sterminare un'armata già falcidiata dalla fatica, dalla malattia e dalla carenza di viveri. Ciononostante, i Francesi non attaccarono subito: volevano essere certi di avere la vittoria e il tempo giocava a loro favore. Nella notte tra 24 e 25 ottobre Enrico V fece riposare gli uomini nel villaggio di Maisoncelles, avendo visto che oramai i suoi erano a “tre tiri d'arco dal nemico”. Carlo D'Albret, persuaso dagli animi bollenti delle truppe, aveva infatti sbarrato la strada per Calais agli Inglesi. A tal fine aveva posto il suo accampamento all'estremità nord di una stretta pianura delimitata dalle zone boschive della cittadina di Agincourt, a ovest, e da quelle di Tramecourt, a est. Lo scontro doveva quindi avvenire in questa sorta di corridoio inzuppato dalla pioggia caduta nei giorni precedenti. Quale fosse l'atmosfera che si respirava nelle ore immediatamente antecedenti la battaglia lo si capisce da come i due schieramenti avversari trascorsero quella notte di attesa: gli Inglesi, naturalmente, si confessavano in massa; i Francesi, viceversa, banchettavano, avvantaggiandosi almeno un poco in vista di quanto ritenevano avrebbero fatto dopo lo scontro. Un testimone inglese riporta che “quella notte si giocavano a dadi il nostro re e i nobili”. Ma la Storia aveva in serbo per loro un'altra mano.

IL MIRACOLO


Con postura fiera, Enrico V, in sella al suo cavallo grigio, arringava i suoi come se non ricordasse né gli eventi appena trascorsi né la condizione presente. Erano le otto del mattino del 25 ottobre, “il dì di San Crispino”, e solo un chilometro separava i due eserciti, pronti ad affrontare il loro destino in quell'anonima piana fangosa. “Perché oggi chi verserà il suo sangue per me, sarà per sempre mio fratello; perché per quanto possa essere umile di nascita, questo giorno lo nobiliterà” fa dire Shakespeare, nell'atto IV dell'Enrico V, al re inglese. Lottare uniti per una giusta causa: Enrico V non chiedeva che questo. L'armata francese poteva contare su circa 25000 uomini, disposti secondo gli schemi militari tradizionali: avanguardia, corpo centrale, retroguardia. La prima era organizzata in due battaglioni, che, messi insieme, erano composti da uomini d'armi smontati: quello di destra era condotto dallo stesso Carlo D'Albret e dal maresciallo di Francia, Giovanni La Maingre, noto come Boucicault; quello di sinistra dai duchi d'Orléans e di Borbone. Per completare la linea, furono formate due ali di fanti, rinforzate da balestrieri genovesi ed arcieri. Su entrambi i fianchi, infine, vennero posizionate robuste unità di cavalleria, per proteggere lo schieramento ed eventualmente condurre la carica. La seconda linea era composta da uomini d'armi, scudieri e serventi armati e nella terza fu disposta una riserva di cavalleria, oltre ai non combattenti al seguito dell'esercito. L'armata inglese, al confronto, doveva sembrare quanto di più misero si potesse vedere su un campo di battaglia. Gli effettivi al momento dello scontro, infatti, non erano più di 6000, tutti appiedati. Enrico V, tuttavia, tentò di fare il possibile con il poco che aveva e, costretto dalla necessità, si discostò dagli schemi militari tradizionali: organizzò un fronte lineare, diviso in tre schiere di uomini d'armi, protette ai fianchi da due grandi corpi di arcieri. Questi ultimi, che di lì a poco avrebbero avuto un ruolo decisivo, costituivano l'unità più efficace dell'armata d'Inghilterra. Non erano particolarmente temibili a vedersi, anzi forse potevano apparire piuttosto buffi mentre si affaccendavano con i loro archi di legno di tasso lunghi 1,80 metri. Tuttavia, nel momento della guerra, potevano scoccare 8 frecce al minuto e colpire fino a 350 metri di distanza. C'era ben poco, dunque, di cui beffarsi. Così disposti, i due eserciti si fissarono a lungo. Nessuno osava compiere il primo passo. Carlo D'Albret, naturalmente, non aveva interesse ad attaccare battaglia, giacché era il re d'Inghilterra che voleva raggiungere Calais; Enrico V, sebbene sapesse di dover dare inizio allo scontro, si era preso tutto il tempo necessario per pronunciare rincuoranti discorsi ai suoi soldati, comprensibilmente sconvolti. Intorno alle undici, le linee inglesi ricevettero l'ordine di avanzata generale: la battaglia era cominciata. Dobbiamo immaginarci soldati spossati, sopravvissuti ad una marcia infernale. La dissenteria, peraltro, non era certo sparita: si pensi che lo stesso Enrico V aveva imposto ai suoi di tagliarsi i calzoni, in modo da non doverseli slacciare in caso di coliche nel corso del combattimento. L'avanzata si arrestò giusto quando i Francesi erano a distanza ottimale per essere bersagliati dai dardi. Dopo aver piazzato dei pali affilati alle estremità contro una prevedibile carica di cavalleria, gli arcieri del re d'Inghilterra scoccarono la prima salva: una breve, ma letale pioggia di morte si scatenò sul nemico, inerme. Quel primo assaggio del longbow fu quanto di più eloquente si potesse trovare per convincere i soldati del D'Albret a scuotersi dal loro immobilismo. Su entrambi i fianchi la cavalleria francese prese a galoppare verso i reparti dei tiratori, con furia terrificante. Ma l'impulsività, in guerra, è madre solo del disastro: la carica perse spinta fin da subito per via del terreno fangoso e, inoltre, non era stato possibile aggirare i reparti nemici, perché avevano su entrambe le ali i fianchi coperti dalle aree boschive che delimitavano la piana. Come era prevedibile, quei pochi che raggiunsero le linee di arcieri si scontrarono violentemente con i pali da loro piazzati, mentre per i più i cavalli divennero ingovernabili nel mezzo del tragitto e furono costretti a ripiegare. Un disastro, appunto. E il martellamento di dardi, implacabile, riprese. Carlo D'Albret, che iniziava comprensibilmente ad innervosirsi, mandò avanti l'intera avanguardia, ma la sorte di questo secondo attacco non fu diversa da quella del primo: il terreno inzuppato d'acqua bloccava i movimenti delle truppe francesi, che come se non bastasse erano ulteriormente rallentate dalle loro armature pesanti, divenute delle prigioni. La battaglia, ormai, si stava trasformando in un tiro al bersaglio. Quel che peggiorò la situazione fu poi la totale mancanza di disciplina dei soldati francesi, che, atterriti da un senso generale di impotenza, operarono una conversione verso il centro, per subire con meno intensità le salve scoccate dai reparti di tiratori inglesi sulle ali. Così facendo, quegli uomini disperati si strinsero in una minuscola porzione di terreno e finirono per ostacolarsi a vicenda. Enrico V, da giocatore fortunato, alzò la posta e ordinò di caricare il nemico, lanciandosi lui stesso nella mischia. Perfino alcuni arcieri, impugnando asce, mazze e falcetti, fecero strage di quella calca disorganizzata.
Poi subentrò la seconda linea francese, il corpo centrale. Lo spettacolo che si presentava agli occhi delle truppe era un campo pieno di sangue, urla, dardi e, ovunque, fanghiglia. Come potevano i soldati del conestabile di Francia non temere di subire lo stesso destino di coloro che li avevano preceduti? Ciononostante, si mossero, ma senza alcun risultato. Le cronache dell'epoca tengono a sottolineare la ripetitività di uno scontro segnato fin dal principio e riportano che gli Inglesi “distrussero il secondo battaglione come avevano fatto col primo”. Vuoi per le frecce, vuoi per il corpo a corpo, i Francesi morivano in quantità, incapaci di reagire a quel turbinio di eventi. Addirittura in certi punti del campo si vedevano pile di cadaveri alte quanto un uomo in posizione eretta. La prospettiva migliore era quella di essere presi come prigionieri dai lesti arcieri inglesi, che grazie alla leggerezza dell'equipaggiamento erano pressoché invincibili contro un nemico appesantito, bloccato e, spesso, già gravemente ferito. La terza linea francese, l'ultima, non aveva nessuna intenzione di andare incontro a una morte praticamente certa, dunque titubava. Il sussulto finale di un nemico devastato venne da un paio di nobili locali che, alla testa di un gruppo di contadini, fece strage di malati e feriti nell'accampamento inglese. Per prudenza, Enrico V ordinò di uccidere a sangue freddo tutti i prigionieri francesi, onde evitare che questi, incoraggiati dall'iniziativa, si ribellassero. Così, a parte tale massacro, l'attacco nelle retrovie non sortì alcun effetto. Quanto a quel che rimaneva dell'esercito francese, superate le iniziali esitazioni, finì per ritirarsi in tutta fretta, in preda allo sconforto. La battaglia era finita. In mezz'ora soltanto la Francia sembrava aver perso una guerra iniziata quasi ottant'anni prima. “Non siamo noi che abbiamo compiuto questa carneficina, ma Iddio onnipotente come punizione per i peccati francesi” disse il re d'Inghilterra quando vide che il campo era suo. Le vittime tra i ranghi francesi furono pesantissime. Si stima che siano caduti tra i 7000 e i 15000 uomini, tra cui lo stesso conestabile Carlo D'Albret, tre duchi e 90 signori: il fior fiore di Francia, insomma. Gli Inglesi al contrario lasciarono sul campo non più di 400 uomini. Un vero e proprio miracolo.

LA PACE DEL VINCITORE

I frutti del trionfo erano dolci e succosi per Enrico V, il quale, ovviamente, non esitò a coglierli. Entro un quadriennio dopo la battaglia, l'intera Normandia cadeva in mano inglese. Perfino l'imprendibile Rouen capitolò. Con la Francia in ginocchio, il re inglese impose condizioni umilianti al nemico: il trattato di Troyes, siglato nel maggio 1420, stabiliva che Carlo VI avrebbe continuato a regnare fino alla morte, ma suo erede e “figlio” diveniva proprio il re d'Inghilterra, cui veniva data in moglie la figlia del sovrano di Francia, Caterina di Valois. Nel frattempo Enrico V, col titolo di reggente, avrebbe esercitato il governo sullo Stato sconfitto in nome di Carlo VI e conservato a titolo personale il ducato di Normandia. “E' una vittoria del debole sul forte, del soldato semplice, appiedato, sul cavaliere, della risolutezza sulla vanagloria” scrive John Keegan su Agincourt; poi prosegue: “[...] un episodio capace di scuotere qualsiasi scolaretto annoiato dall'ora di Storia”. Con il grande storico nativo di Clapham non si può che concordare, ma bisogna tener conto che parlava da inglese, orgoglioso di uno dei trionfi più celebrati dalla storiografia britannica. Noi, tuttavia, al di fuori di qualunque logica nazionalistica, dobbiamo dare il giusto peso alla battaglia di Agincourt e tener presente che proprio quando tutto sembrava perduto, la Francia seppe avere la sua riscossa. Non molti anni dopo gli eventi di cui abbiamo trattato, quello stesso Dio, spacciato instancabilmente da Enrico V come alleato d'Inghilterra, avrebbe “cambiato” parte del conflitto. Di lì a poco, infatti, avrebbe regalato alla Francia il miracolo dei miracoli: Giovanna d'Arco.

BIBLIOGRAFIA

  • Philippe Contamine, “La Guerra dei Cent'Anni”, il Mulino, Bologna, 2009
  • Juliet Barker, “Agincourt”, Hachette Digital, 2010
  • Alessandro Barbero, “Donne, Madonne, Mercanti e Cavalieri. Sei Storie Medievali”, Editori Laterza, Bari, 2013
  • Andrea Frediani, “Le Grandi Battaglie del Medioevo”, Newton Compton Editori, Roma, 2009
  • Dr. Goldsmith, “An Abridgement of the History of England”, R. and W. Dean, Manchester, 1818
  • John Keegan, “Il volto della battaglia, Azincourt, Waterloo, La Somme”, il Saggiatore, Milano, 2010
  • Henri Pirenne, “Storia d'Europa dalle invasioni al XVI secolo”, Newton Compton Editori, Roma, 2010
Articolo di Giulio Talini. Tutti i diritti riservati

lunedì 15 settembre 2014

DOCUMENTARIO SULLA BATTAGLIA DI BANNOCKBURN...IN ITALIANO!

La più grande vittoria della storia scozzese. Uno scontro sanguinoso. Una battaglia cruenta. Robert Bruce, re di Scozia, affronta lo schieramento inglese comandato da re Edoardo II. Con grande intelligenza tattica l'esercito scozzese, seppur in minoranza, costringe gli inglesi a combattere su un terreno limitato e arduo, impedendo il dispiegamento di tutte le forze e rendendo pressoché impossibili le vie di fuga. Gli scozzesi hanno la meglio fin da subito. In seria difficoltà, Edoardo II decide di mandare avanti gli arcieri per colpire lo schieramento avversario dove è più scoperto. Ma una devastante carica di cinquecento cavalieri scozzesi li disperde. Quando Robert Bruce chiama all'attacco la sua ultima riserva, l'esercito inglese inizia ad arretrare, ma proprio durante la ritirata si accorge di essere caduto in trappola, perché il terreno impedisce una fuga rapida. Inizia così una crudele e tremenda carneficina. Attraverso ricostruzioni in computergrafica e interventi di esperti di storia militare, il filmato presenta la battaglia che portò la Scozia all'indipendenza.

sabato 13 settembre 2014

LA BATTAGLIA DI METHVEN



La battaglia di Methven avvenne il 19 giugno del 1306 durante le note Guerre di Indipendenza scozzesi. Antefatti: nel febbraio del 1306 Bruce, con alcuni suoi uomini, uccise John Comyn dinanzi all'altare della chiesa dei Greyfriars di Dumfries. I due appartenevano a famiglie rivali che stavano guerreggiando tra di loro per prendersi il trono di Scozia nonostante entrambi avessero giurato fedeltà ad Edoardo I. la morte del rivale raggiunse Edoardo solamente tredici giorni dopo mentre si trovava a Qinchester e subito si accorse che qualcosa non era chiaro per nulla. Il 5 aprile ordinò al cognato di Comyn, Aymer de Valence, di dare la caccia a Robert e il 20 maggio presso Westminster elevò a cavalieri suo figlio Edoardo e altri duecentocinquanta uomini pronti ad un attacco imminente. Bruce, intanto, doveva vedersela con i sostenitori di Comyn: Valence raggiunse Perth dove fu raggiunto dai seguaci di Comyn. Robert chiese a Valence di lasciare Perth per incontrarsi sul campo di battaglia e, al suo rifiuto, il re di Scozia decise di ritirarsi di qualche chilometro, a Methven, al fine di accamparsi per la notte. Fu un errore fatale, all'alba del 19 giugno l'armata inglese raggiunse quella scozzese e la distrusse. L'errore di Bruce fu quello di essersi fidato di Valence e non mise sentinelle attorno al campo di battaglia.

Immagine tratta da Wikipedia, Autore Nilfanion

martedì 9 settembre 2014

LA PRIMA GUERRA DI INDIPENDENZA SCOZZESE

Nel 1286 morì Alessandro III di Scozia e lasciò Margherita di Scozia, sua nipote di quattro anni, come unica erede. Nell'anno 1290 i Guardiani di Scozia firmarono il Trattato di Birgham con cui accettarono l'unione tra Margherita ed Edoardo di Carnarvon, figlio di Edoardo I prozio della giovane donna: questa doveva essere una unione atta a rinsaldare l'unione tra Scozia ed Inghilterra. Purtroppo la Pulzella di Norvegia, così era soprannominata Margareth, morì nel 1290 appena arrivata alle Orcadi e questo aprì la strada alla successione che ebbe ben quattordici aspiranti tra cui Robert Bruce e John Balliol; per evitare una pesante guerra civile tra le due gamiglie, i Guardiani di Scozia chiesero aiuto a Edoardo I d'Inghilterra nominandolo "arbitro" della disputa. Edoardo accettò ed incontrò i due "belligeranti" nel 1291 presso Norham ma, prima l'incontro iniziasse, Edoardo chiese di essere conosciuto Lord Supremo richiesta che fu accettata nonostante qualche mal di pancia di troppo...anche perchè non potevano fare altrimenti...non c'era un Re e non c'era un esercito, un rifiuto voleva dire occupazione e guerra. L'11 giugno, la situazione inizia a sfuggire di mano: Edoardo I ordinò di porre tutti i castelli reali scozzesi sotto la propria egida obbligando ogni funzionario a licenziarsi per poi essere assunto dal re stesso e, come se non bastasse, fu obbligato a tutti i sudditi il giuramento di Fedeltà al re entro il 27 luglio del 1291. Ben tredici incontri furono organizzati dai pretendenti al Trono di Scozia e solamente Balliol, Bruce, Fiorenzo V d'Olanda e Giovanni di Hastings di Abergavenny, 2º Barone Hastings rappresentarono la "rosa" dei candidati da cui sarebbe stato eletto il nuovo re. Il 3 agosto Edoardo impose a Bruce e Balliol la scelta di quaranta arbitri e gli altri ventiquattro furono scelti dal re in persona. Il 17 novembre dell'Anno Domini 1292 Balliol divenne Re di Scozia e fu incoronato il 3 novembre presso l'Abbazia di Scone. Edoardo fece intuire che considerava la Scozia come uno stato vassallo e questo indebolì Balliol che subiva le pressioni dalla fazione vicina a Bruce. Le pretese di Edoardo arrivarono all'apice quando chiese fondi e truppe per la sua invasione della Francia entro il primo settembre del 1294. Balliol tornò in Scozia e furono tracciate le linee di condotta per sfidare Edoardo I e i suoi ordini: furono inviati emissari in Francia dal Re Filippo il Bello con l'intento di avvertire i francesi delle intenzioni inglesi e negoziarono un accordo secondo cui la Scozia avrebbe attaccato l'Inghilterra se Edoardo I avesse attaccato Filippo e per suggellare l'accordo fu organizzato il matrimonio tra il figlio di Balliol, Edward e Jeanne de Valois nipote di Filippo. Inoltre con Eirik II di Norvegia fu stipulato un accordo che prevedeva la concessione della somma di 50 mila groats, cento navi per quattro mesi l'anno fino al termine dell'eventuale conflitto tra Inghilterra e Francia. Nel 1295 Edoardo venne a conoscenza dell'accordo tra Scozia e Francia (rinnovato fino al 1560 e passato alla storia come Auld Alliance) e decise di rafforzare i propri confini; intanto Robert Bruce, padre del futuro Re Robert fu nominato da Edoardo governatore dell'importante castello di Carlisle ordinando al re di Scozia Balliol la cessione di Berwick, Jedburg e Roxburg. Ormai la guerra era vicinissima e a dicembre dell'anno 1295 Edoardo convocò a Newcastle circa duecento vassalli per formare una milizia mentre Balliol chiamò alle armi il popolo scozzese che si sarebbe dovuto riunire l'11 marzo 1296 presso Caddonlee. Ormai spiravano venti di guerra...

La Prima Guerra possiamo dividerla in quattro fasi distinte:

- L'invasione iniziale del 1296 e le vittorie inglesi
- Le campagne di Wallace fino alla firma della sottomissione nel 1304
- Campagne di Robert Bruce fino alla vittoria di Bannockburn

Fu Edoardo ad iniziare le ostilità con il saccheggio di Berwick nel mese di marzo del 1296 seguito dalla sconfitta della Scozia a Dunbar e alla conseguente abdicazione di Balliol nel mese di luglio. Come segno di vittoria, Edoardo portò via la Pietra di Scone dall'Abbazia portandola a Westminster. Edoardo convocò il parlamento a Berwick e mentre il re era convinto che ormai la Scozia era nelle sue mani, il tutto il paese iniziarono una serie di rivolte guidate da Wallace e de Moray che obbligarono il re d'Inghilterra ad una "escalation" militare molto pesante che tuttavia non evitò agli inglesi una pesante sconfitta a Stirling Bridge. Di tutta risposta, Edoardo sconfisse gli avversari a Falkirk per poi ritornare in patria con la chiara consapevolezza di non aver sottomesso la Scozia come era nelle sue intenzioni.
A Wallace succedettero Robert I e Comyn come guardiani unitamente a William Lamberton, vescovo, con l'obiettivo di essere arbitro tra i due. Nel 1299 Edoardo fu convinto da Parigi e da Roma ad affidare Re Giovanni al Papa e Wallace andò in Francia per trovare appoggio di Filippo IV. Tra il 1303 e il 1304 cadde l'importante baluardo scozzese rappresentato del Castello di Stirling che cadde in mano degli inglesi obbligando i nobili rimasti a prestare omaggio ad Edoardo. Bruce e Lamberton strinsero una alleanza segreta con lo scopo di mettere proprio Bruce sul trono e continuare la guerra. Dopo la morte di Wallace la Scozia ormai sembrava andare definitivamente nelle mani inglesi ma nel 1306 Bruce uccise Comyn che spifferò ad Edoardo I i veri piani di Bruce. un emissario che portava messaggi da Comyn ad Edoardo fu catturato e Bruce convocò convocò urgentemente i prelati e nobili che lo sostenevano per farsi incoronare Re della Scozia a Scone iniziando una nuova campagna per liberare il regno. Sconfitto in battaglia, fu cacciato ma nel 1307 riuscì a riunire attorno a se l'esercito e nel luglio dello stesso anno l'esercito scozzese sconfisse gli inglesi a Bannockburn nell'anno 1314 sancendo una fondamentale vittoria per gli scozzesi. Nell'anno 1320 fu dichiarata l'indipendenza scozzese con la Dichiarazione di Arboath che fu inviata al papa. Sette anni dopo Edoardo II fu ucciso e l'invasione di Robert Bruce all'Inghilterra del Nord portò alla firma del trattato di Edimburgo-Northampton firmato il 1 maggio 1328 con cui si riconosceva l'Indipendenza della Scozia e Bruce come re e, per sugellare il patto, David, figlio di bruce, sposò la sorella del re Edoardo III.

LA BATTAGLIA DI DUNBAR


La Battaglia di Dunbar è una delle più importanti battaglie della prima guerra di indipendenza scozzese. Edoardo invase il territorio scozzese come ritorsione alla decisione di Balliol che si rifiutò di sostenete la corona inglese per una eventuale azione militare contro la Francia. Ci sono poche prove che testimoniano che Dunbar fosse stata qualcosa tranne che un'azione fra due corpi di fanteria che si scontrano. Le forze di Surrey sembra che fossero composte per un quarto da cavalleria inglese; le forze scozzesi erano probabilmente per la maggior parte composte da cavalleria. Le due forze si scontrarono il 27 aprile. Gli scozzesi occuparono una posizione su una collinetta a ovest. Per venire a contatto con la cavalleria di Surrey dovettero attraversare un burrone. Gli scozzesi vennero ingannati dagli inglesi che stavano lasciando il campo, così abbandonarono la loro posizione e si lanciarono giù dalla collina in modo disordinato per caricare gli inglesi apparentemente in rotta, solo che le forze di Surrey si stavano riorganizzando a Spottsmuir e stavano avanzando in ordine perfetto. Gli inglesi con una sola carica travolsero la disorganizzata armata scozzese. L'azione fu breve e probabilmente non molto pesante, poiché l'unica grave perdita fu un cavaliere secondario di Lothian, sir Patrick Graham; comunque circa 100 signori, cavalieri e fanti scozzesi furono presi prigionieri. Una fonte inglese dice che oltre diecimila scozzesi morirono nella battaglia di Dunbar, i superstiti fuggirono verso ovest nella sicura foresta di Selkirk. Il giorno seguente re Edoardo comparve di persona nel castello di Dunbar ormai arreso. Furono presi alcuni prigionieri importanti, fra cui i tre conti di Atholl, Ross e Mentieth-insieme con 130 cavalieri e altri nobili. Tutti furono poi imprigionati in Inghilterra. La battaglia di Dunbar segnò effettivamente la fine della ribellione del 1296. L'allora High Steward of Scotland si arrese consegnando l'importante fortezza di Roxburgh senza tentare nemmeno di difenderla; ed altri seguirono rapidamente il suo esempio. Solamente il castello di Edimburgo riuscì a resistere per circa una settimana contro l'assedio degli inglesi. John Balliol si arrese ed il 2 luglio nel castello di Kincardine confessò pubblicamente il proprio status di ribelle e chiese di essere perdonato.

Fonte: Wikipedia

Immagine tratta da Wikipedia, Autore Kim Traynor

giovedì 21 agosto 2014

LA BATTAGLIA DI STIRLING BRIDGE


La battaglia di Stirling Bridge fu la prima battaglia della Guerra di Indipendenza scozzese combattuta l'11 settembre del 1297. Le forze militare di Andrew de Moray e William Wallace sconfissero gli inglesi e questo costituì un colpo durissimo per l'inghilterra dimostrando che la fanteria poteva talvolta essere ben superiore alla cavalleria. Gli scozzesi raggiunsero Stirling molte ore prima degli inglesi ed ebbero il tempo per preparare una strategia efficace e nonostante l'esercito inglese fosse circa tre volte quello scozzese e armato fino ai denti, William Wallace e i suoi uomini rimasero fermi ai loro posti e quando la linea offensiva inglese attraversarono il ponte, partì l'attacco scozzese: i lancieri scesero verso il ponte e Hugh de Cressingham condottieri inglese fu ucciso per mano proprio di Wallace. L'avanguardia fu tagliata fuori dal resto dell'esercito e la cavalleria era bloccata in pochi metri e non poté in alcun modo tentare una carica. Il comandante inglese ordinò una ritirata verso Berwick consegnando Stirling agli scozzesi. 

mercoledì 20 agosto 2014

LA BATTAGLIA DI CAMLANN


La battaglia di Camlann è l'ultima combattuta da Artù, dove fu ferito a morte. In gran parte dei racconti, si narra che la battaglia sia stata causata da un cavaliere che sguainò una spada per uccidere un serpente (in tempi di pace, sguainare una spada voleva dire non voler rispettare la tregua). I due eserciti caricarono. La tradizione gallese afferma che la battaglia, in realtà era la conseguenza di una faida tra Artù e Medrod dovuta ad una lite tra Ginevra e Gwenhwyfach, moglie e sorella di Artù. Medrod e Artù si uccisero a vicenda, proprio come narra Thomas Malory e dopo la battaglia, Excalibur fu riportata alla Dama del Lago dal cavaliere Bedivere. Ma è negli Annales Cambriae che si trova il più antico riferimento alla battaglia, datato 537; altri resoconti li troviamo nell'Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth.

martedì 19 agosto 2014

LA BATTAGLIA DI FALKIRK

Falkirk1298(1).JPGLa battaglia di Falkirk fu combattuta il 22 luglio del 1298 tra gli inglesi di re Edoardo I e i ribelli scozzesi di William Wallace. Nonostante la sua vittoria, Edoardo non riuscì mai a sottomettere la Scozia perchè la sua tattica fu indebolita da quella di Wallace escogitata prima della battaglia. Edoardo, mentre combatteva in Francia, venne a sapere che la sua armata aveva perso a Stirling Bridge e, conclusa la battaglia con Filippo il Bello nel maggio del 1298, Edoardo si recò in patria per mettere insieme un esercito in grado di invadere violentemente la Scozia. Il re convocò tutti i nobili scozzesi accusando di tradimento coloro che non avessero risposto alla chiamata alle armi: un folto esercito fu raccolto a Roxburgh il 25 giugno per un totale di 28 mila e 700 uomini contro i 7 mila scozzesi. 
Nel mese di giugno l'esercito si mise in marcia ma Wallace fece terra bruciata togliendo ogni approvvigionamento all'esercito del re: fu una mossa di grande astuzia perchè la fame e la mancanza di acqua fece scattare la ribellione nell'esercito e proprio mente il re pensava alla ritirata, arrivò la notizia che Wallace si era fermato a soli tredici miglia di distanza pronto a seguire gli inglesi in ritirata. L'esercito scozzese fu organizzato in schiltron (formazioni a porcospino e lo spazio tra queste formazioni era ocupato dagli arcieri. Martedì 22 luglio inizia la battaglia...gli inglesi divisi in tre battaglioni giunse in vista dell'esercito scozzese il quale riuscì a respingere la cavalleria inglese ma la cavalleria avversaria si diede alla fuga e ciò andò a favore di Edoardo che riuscì a rimettere ordine tra le sue truppe sferrando un pesantissimo attacco che decimò l'esercito indipendentista: Wallace scappò. La sconfitta a Falkirk segnò un forte calo del carisma di Wallace nonostante la sua tecnica era riuscita comunque ad evitare una debacle totale: nel 1305 fu catturato e giustiziato.

Schiltron

Lo schiltron era una formazione difensiva utilizzata dai soldati armati di lance lunghe. Si iniziò ad usare dall'anno 1000 in Inghilterra e consiste in un insieme di soldati che chiudono in ranghi con scudi vicini tra di loro e lunghe lance in avanti, in maniera molto simile ai sistemi adottati dai greci e macedoni. Tale formazione era particolarmente utile per respingere la cavalleria. Nel XIII secolo fu usata come difesa durante le guerre tra Scozia ed Inghilterra nel XIII secolo e fu adoperata specialmente dagli scozzesi durante la Battaglia di Bannockburn e a Stirling Bridge con successo e a Falkirk con risultati pessimi.

Indicazioni Bibliografiche

Bain, J., The Edwards in Scotland, 1296-1377, 1961.
Barrow, G. W. S. Robert Bruce and the Community of the Realm of Scotland, 1976
Barron, E. M. The Scottish War of Independence, 1934.
Morris, J. E. The Welsh Wars of Edward I, 1994.
Nicholson, R. Scotland-the Later Middle Ages, 1974.
Oman, C., The Art of War in the Middle Ages, 1898.
Prestwich, M., Edward I, 1988.

mercoledì 2 luglio 2014

GARZAPANO, CUSTODE DEL CASTELLO DI RIVOLI (XII SECOLO)

Molti non sanno chi era Garzapano, della famiglia rurale degli Olderico. Nel XII secolo Bussolengo era sotto la loro signoria rurale e Garzapano, il più famoso rappresentante, un milite potente, simpatizzante imperiale e molto ambizioso. 

Il Barbarossa


Nel 1154 l’uomo riuscì a dare una svolta alla sua vita. Il re di Germania, Federico di Hohenstaufen, detto il Barbarossa, quell’anno scese in Italia diretto a Roma, dove sarebbe stato incoronato imperatore. Il seguito reale, percorrendo la Val d’Adige, dovette passare vicino alla Chiusa di Ceraino, luogo di imboscate, a causa della sua posizione geografica. La Chiusa era infatti un ostacolo naturale dove il fiume s’inseriva per poche leghe in una gola, da dove anticamente non era possibile il passaggio, se non sul fiume. Garzapano si presentò come un nobile esperto del posto e aiutò Barbarossa e i suoi a passare quella strettoia. Grazie a questa azione seguì l’esercito tedesco e combatté contro i Comuni padani che si ribellavano all’autorità imperiale: il nord Italia era parte integrante del Sacro Romano Impero. Nel 1155, sempre nei pressi della Chiusa di Ceraino, un manipolo armato di veronesi tenne un’ imboscata al corteo di Federico I, che stava ritornando in Germania dopo varie scorribande. Garzapano e un altro soldato, Isacco, in quel frangente suggerirono agli ufficiali imperiali un sentiero nascosto e riuscirono a prendere alle spalle gli assalitori. Gli anti-imperiali, i cui nomi non sono passati alla storia, furono tutti uccisi o torturati a morte. L’imperatore così premiò Garzapano affidandogli la custodia del Castello di Rivoli, concedendogli autonomia militare e amministrativa. Divenne così una sorta di prepotente feudatario, il quale minacciava e faceva pagare balzelli ai malcapitati commercianti che avevano l’ardire di passare nelle sue terre, diretti a Verona. Molto spesso questi mercanti non avevano denari a disposizione, così il signorotto si faceva pagare in natura (lana, cuoio, pancetta, vino ecc). Nel 1164 scoppiò violenta la rivolta anti-imperiale in tutto il nord Italia, capeggiata dalla Lega Lombarda. Numerosi furono i comuni ad essere assediati all’epoca. Milano, per esempio, rifiutò le direttive imperiali e la lotta infuriò su tutta la pianura lombarda, fino a che nel 1162 i milanesi non furono costretti ad arrendersi. Subito dopo iniziò la sua distruzione e gli abitanti furono divisi. Distrusse anche le mura di Brescia e Piacenza, che dovettero accettare i funzionari imperiali. Nel novembre 1164 la Lega Veronese, per assicurarsi il controllo della bassa Val d’Adige, assediò il castello di Rivoli, difeso da Garzapano. In tale modo i Veronesi, sulla destra dell’Adige, controllavano il percorso occidentale e i villaggi di Chiusa e Volargne, sulla sinistra, controllavano il tratto orientale, chiudendo proprio intorno alla strettoia della Chiusa i due percorsi, che costituivano il tratto finale della via del Brennero. Con il controllo del castello di Rivoli, s’impedì che le truppe imperiali si dirigessero verso Garda e il suo distretto. Inoltre Rivoli non poteva più avere rifornimenti di cibo, armi e combattenti. Infine il castello si dovette arrendere nel marzo 1165, dopo un duro assedio invernale. Tutti gli imperiali delmaniero furono giustiziati, ma il castellano fu risparmiato: forse riuscì a farla franca con qualche astuzia o semplicemente perché era un nobile.


Nel 1172, dopo alcuni anni d’isolamento, si trasferì in Germania e qui riuscì a guadagnarsi un certo rispetto. Nel 1177 era a Venezia con le autorità imperiali per giungere a una pacificazione tra loro e gli anti-imperiali.
Le sue tracce si perdettero nel 1178, data della sua probabile morte. Le figure battagliere più note del periodo medievale sono: il cavaliere (ricordiamo che solo i figli dei nobili all’età di dieci anni erano inviati presso altre casate per apprendere l’uso delle armi e come prendersi cura dei palafreni. Inoltre il robusto cavallo da guerra e l’armatura necessaria costavano molto); la fanteria la quale era reclutata ed addestrata in un’ampia varietà di modi nelle diverse regioni europee e nei vari periodi che assieme compongono il Medioevo (un arco di circa mille anni). Infatti i fanti hanno probabilmente sempre costituito il grosso di un esercito medievale da campagna. Era normale, nelle guerre che si protraevano a lungo, l’impiego di fanti mercenari (più verso il XIV secolo). Per lo più gli eserciti annoveravano rilevanti aliquote di picchieri, arcieri ed altri soldati appiedati, oltre ai gegneri per la costruziuone e riparazione di machinamenta e ai minatori che lavoravano nei plutei. Negli assedi, che forse erano la fase più comune della guerra medievale, le unità di fanteria trovavano impiego come componenti delle guarnigioni ed arcieri, oltre ad altre posizioni. L’addestramento a cui era sottoposto il ragazzo che intraprendeva carriera militare, sia per i cavalieri sia per gli arcieri e fanti , lo abituava a sopportare le durezze e le avversità delle guerre: peso delle armi, la sete, la fame, e il dolore per le ferite non mortali, in ogni periodo dell’anno. Il guerriero doveva quindi accettare l’idea di morire, subire mutilazioni (soprattutto al viso e alle braccia) e uccidere. La violenza infatti faceva parte della sua vita. Le dispute tra vicini e il diritto erano spesso risolte con la spada.
Per quanto riguarda le guerre che si combattevano in epoca medievale, c’è da dire che quasi tutte avevano le medesime caratteristiche. Si svolgevano soprattutto in primavera/estate, in quanto gli uomini e animali avevano bisogno di derrate alimentari reperibili solo in quel periodo dell’anno (una delle eccezioni è la rivolta ai danni del castello di Rivoli che iniziò nell’autunno 1164 e terminò nella primavera del 1165). Per un villaggio infatti era da considerarsi una disgrazia il passaggio dell’esercito nelle sue vicinanze perché gli armigeri spogliavano la zona di ogni risorsa. Inoltre si combatteva quasi sempre durante le ore di luce per due semplici motivi: il primo, in questo modo si distinguevano i nemici dagli amici. Il secondo, la religione cristiana insegnava che i peccati si commettevano soprattutto di notte. La conquista di una città o castello non era concepibile senza bottino: bestiame o villani da vendere, razzie di cibo immagazzinato per l’inverno, oggetti di valore (armi, arazzi, oggetti di rame) o la possibilità di ricavare riscatti (gli avversari nobili spesso venivano catturati e liberati solo dopo il pagamento del riscatto). La fortificazione presa con la forza aveva rilievo giuridico, da intendersi relativo al trattamento a cui erano sottoposti i nemici che lo difendevano. Gli uomini spesso erano impiccati senza misericordia, se non uccisi a fil di spada , le donne giovani violentate dagli armigeri e poi schiavizzate con i loro bambini. La guerra appariva quindi una sorta di grande razzia, alla quale partecipavano sia nobili cavalieri sia semplici armigeri (arcieri e fanti). Il problema principale, quando si assediava un castello, consisteva nel superamento delle mura, spesse e alte. L’esercito erigeva postazioni intorno al fortilizio e occupava i villaggi vicini per evitare la fuga dei soldati avversari. Le machinamenta d’assedio erano diverse: a) il trabucco, grande catapulta che funzionava con un braccio resistenza (la parte che terminava con la cima dell’albero) e uno potenza (l’estremità più robusta e pesante che si trovava a poca distanza dal perno).Un braccio, terminante in una frombola, veniva spinto verso il basso e caricato di macigni, al rilascio il proiettile compiva una traiettoria ad arco idonea a distruggere le cime delle torri, gli schieramenti ed orde. Spesso il materiale era incendiato con oli, oppure trabuccavano le teste degli avversari per far scoppiare epidemie all’interno delle mura. b) mangano: agiva grazie a corde attorcigliate su una ruota dentata che accumulava tensione. Una volta rilasciata le corde ruotavano, andando a colpire un braccio che cozzava a sua volta contro una sbarra frenante. I proiettili così venivano catapultati in avanti compiendo una traiettoria piatta, idonea a distruggere mura. c) Pluteo o topolino: carro con tetto spiovente dotato di ruote che poteva portare una decina di minatori nei pressi delle mura per scalzarle o creare una galleria con una sorta di ariete a punta azionato dall’interno del topolino. Il carro era protetto da frecce nemiche e olio bollente mediante l’utilizzo di pelli d’animali o panni che lo ricoprivano. d) Ariete da sfondamento: grosso palo con estremità di ferro che veniva fatto sbattere contro la porta o muro creando una breccia. e) Torri da assedio e scale per superare le mura.
Inoltre, al contrario di quello che si può pensare, raramente due eserciti arrivavano allo scontro frontale in campo aperto, spesso la visione di un esercito ben disciplinato, (dapprima i nemici avrebbero intravisto le punte ferrate delle lance e le aste di frassino comparire all’orizzonte, poi il luccichio degli elmi, scudi e toraci corazzati e la mole del trabucco trascinato dagli uomini e animali), induceva gli avversari meno organizzati alla fuga.

Articolo di Giovanna Barbieri del blog ilmondodigiovanna.wordpress.com
Il personaggio di Garzapano è presente nella sua opera "La Stratega, Anno Domini 1164".


RICCARDO CUOR DI LEONE CONTRO SALADINO: STORIA DELLO SCONTRO POLITICO E MILITARE PIU' AVVINCENTE DEL MEDIOEVO

I due eserciti si incontrarono nella mattina del 7 settembre del 1191, ad Arsuf, situata 25 km a nord di Giaffa. In realtà da giorni Saladino, sultano d'Egitto, era perfettamente a conoscenza degli spostamenti dei crociati e di quel loro re, noto per il suo estro militare e l'avventatezza impavida sul campo di battaglia, che sembrava combattere più per sua vanità, amante com'era di storie di cavalieri erranti (diffuse proprio a partire dal XII secolo), invece che per la Croce o per il papa. D'altro canto la natura di Riccardo Cuor di Leone era ben nota in Europa: lo chiamavano Oc e No (“Si e No”), tanto era volubile, sempre alla ricerca di nuove gesta eroiche da compiere. Ad ogni modo, dopo una marcia estenuante di due settimane con la costa sul fianco destro, scandita peraltro da continue soste presso fonti d'acqua, dagli aiuti forniti dalla flotta cristiana e da sporadici attacchi musulmani volti a scompigliare la compattezza dell'esercito, finalmente era stata raggiunta la vera destinazione dai guerrieri di Cristo: il nemico, condotto dal “pagano nobile”, era lì, a portata di mano, e in forze. Adesso l'obiettivo non era più raggiungere Giaffa, ma vincere in una battaglia campale l'invincibile Saladino, concludere la Terza Crociata e trionfare nel nome di Cristo. Alla fine, dunque, l'epilogo del duello tra i due più grandi uomini d'armi del secolo era giunto, e là, su quella pianura costiera costellata di colline boscose, scaldata dal sole settembrino della Terrasanta, gli interessi contrapposti di Oriente e Occidente erano prossimi alla resa dei conti definitiva.

IL CAVALIERE ERRANTE

Occorre tuttavia compiere alcuni passi indietro, onde avere una profonda comprensione del percorso attraverso il quale si giunse a una simile (e drammatica) conclusione, e degli uomini che lo hanno tracciato.
Di questi ultimi, uno è Riccardo I, re d'Inghilterra, noto ai posteri con il celeberrimo appellativo di “Cuor di Leone”. Ad alcuni sarà già balzato alla mente il ritratto che ne fa Walter Scott, in Ivanhoe, dove Riccardo appare quale quello che sempre sognò di essere: un cavaliere senza macchia, che ode solo le richieste del suo popolo, e le esaudisce prontamente, o, si potrebbe dire, un eroe delle Chansons de geste. Ritratto tanto indimenticabile quanto storicamente impreciso e fuorviante (d'altro canto è un romanzo storico), come cercheremo di dimostrare, pur avendo la costante consapevolezza dell'intrinseca difficoltà di cogliere la figura storica del Cuor di Leone, inscindibile com'è dall'alone della leggenda che l'ha sempre contraddistinta, già tra i contemporanei. Riccardo nacque a Oxford, l'8 settembre 1157, figlio terzogenito del re Enrico II Plantageneto e di Eleonora di Aquitania. In quegli anni, l'Europa stava vivendo l'inizio di un mutamento radicale, poiché, sotto un profilo geopolitico, il continente assisteva, immobile, a quella che, con somma efficacia e sintesi, Pirenne ha definito “la nascita degli Stati occidentali” (Henri Pirenne, “Storia d'Europa dalla invasioni al XVI secolo”), volendosi riferire, nella generalità della definizione, soprattutto alla Francia e, ancor di più, all'Inghilterra, due Stati, questi, indissolubilmente legati da un filo fatale durante tutto il corso della Storia medievale (il culmine sarà raggiunto con la Guerra dei Cent'Anni). Il regno inglese, in particolare, ancora godeva ai tempi di Riccardo di una stabilità interna da ricondursi in larga parte a Guglielmo il Conquistatore, un re su cui fin troppo si è speculato. Infatti, sebbene alcuni ambienti della storiografia britannica sprechino quantità abnormi di inchiostro per tessere encomi storicamente insensati (oltre che nauseanti), la primissima fase della nuova monarchia fu essenzialmente una dominazione straniera, mantenuta con la spada e, spesso, la barbarie. La vera forza del nuovo Stato dunque non fu assolutamente l'ingegnoso estro politico di Guglielmo, ma, al contrario, il suo istintivo modus operandi da principe feudale (ricordiamo che prima di tutto egli era duca di Normandia, vassallo della corona francese): i re, come tradizionalmente concepiti dall'epoca carolingia, dipendevano in larga misura dall'appoggio dei grandi vassalli, viceversa questi ultimi godevano di autonomia, enorme peso politico e, soprattutto, erano ereditari, non essendo condizionata la loro elezione a scelte compiute da altri potentati. La differenza, se ben la si considera, non è da poco, in quanto è sufficiente a palesare le cause del successo sempre mal spiegato di Guglielmo e la modernità straordinaria della monarchia inglese. Per farla breve, il re inglese godeva, ed è l'unico di cui si può affermare, di un potere integro, mentre, a titolo di esempio, il monarca capetingio in Francia, almeno fino a Filippo II detto, da Rigord, Augusto, ovvero fino al 1179, si trastullava nella disgregazione politica, potendo al massimo  tentare di atteggiarsi sommessamente onde non essere spodestato. Sulla scia di questo modello di governo invidiabile per qualunque monarca europeo, i successori di Guglielmo, ovvero Guglielmo II ed Enrico I, non ebbero alcuna difficoltà nella gestione statale, né opposizioni o lagnanze vagamente rilevanti. Dopo una breve fase di transizione segnata dalla morte senza eredi di Enrico I (1135) e dal regno di Stefano di Blois, fu incoronato, nel 1154, il padre di Riccardo, Enrico II, il primo dei Plantageneto (che discendeva dal Conquistatore solo per la madre Matilde, figlia di Enrico I). Durante il lungo regno di colui che diede i natali al Cuor di Leone, la tendenza centralista della monarchia inglese si accentuò al punto da aver fatto parlare alcuni storici di assolutismo. E, naturalmente, con l'esasperazione del carattere autoritario del potere del re, sorsero i primi malcontenti. L'Inghilterra, per la prima volta, doveva fare i conti con i problemi quotidiani di tutti i sovrani dell'epoca (sebbene vi fossero situazioni ben peggiori: l'Impero, per dirne una, era lacerato dalla lotta dinastica tra Hohenstaufen e la casata di Baviera). Ad ogni modo, Enrico II seppe mantenere le sue pretese intatte fino alla morte, avvenuta nel 1189, senza tuttavia rimuovere lo strisciante malcontento nelle classi più agiate. Fu con la morte del padre, in un ventre di discordie, che al trono inglese ascese Riccardo. In realtà, fino a sei anni prima, tale successione non era affatto scontata: l'erede designato, dopo la morte a soli tre anni del primogenito di Enrico II e Eleonora d'Aquitania, Guglielmo di Poitiers, era il secondo figlio, Enrico. A Riccardo, come si era soliti fare per garantire una successione senza traumi, furono attribuiti due ducati: quello di Aquitania (confluita tra i domini inglesi grazie al matrimonio di Enrico II con Eleonora) e quello di Poitiers. La svolta inattesa per il giovane Riccardo fu la morte del fratello, Enrico, nel 1183. Il fato, e nessun altro, lo volle sul trono, e così fu. Il 3 settembre 1189 fu incoronato a Westminster. 
Figlio prediletto di una madre raffinata come Eleonora d'Aquitania, per tutta la giovinezza il nuovo re aveva vissuto tra trovatori e letteratura, dilettandosi egli stesso nel comporre poesie. A dir la verità, Riccardo parlava e scriveva in lingua d'oc, ed era noto a qualunque suo suddito quanto egli si sentisse più francese che inglese. La spiegazione di quanto appena detto non è da rinvenirsi tanto in una sua inclinazione all'alto tradimento, quanto piuttosto nel fatto che i re inglesi, e suo padre in particolare, avevano sempre prestato gran parte della loro attenzione ai possedimenti in territorio francese, sia per interesse strategico sia, ovviamente, economico; perciò passavano là gran parte del loro tempo. Riccardo, per via della madre, portò all'estremo suddetta tendenza. All'uomo colto, raffinato, sempre ben vestito, come dicono le fonti, si affiancava la sua indole più profonda: quella di cavaliere, guerriero instancabile, temerario combattente. Qualcuno ha definito Riccardo “il re che preferì la guerra al trono”, e non a torto: come re, antepose qualunque guerra, anche la più insignificante, alla situazione interna, per quanto inquietante stesse divenendo. Ciò va ricondotto in larga parte al fatto che fosse cresciuto in mezzo al sangue, le armi, il fango, la morte, impegnato come fu fin dalla giovinezza in ogni sorta di affare bellico, dalle lotte insieme ai fratelli contro il padre, alla cruenta guerra contro i riottosi baroni del Limosino e dell'Angoumois. I cronisti ce lo ritraggono sempre in mezzo al campo di battaglia, intento a colpire, parare, schivare, condurre ardite cariche. E vinceva, praticamente sempre. Il popolo inglese, nonostante i fulgidi successi militari, lo odiava: d'altro canto le sue continue guerre (che nella gran parte dei casi erano poco più che scaramucce), la crociata e la rivalità interminabile contro Filippo II Augusto di Francia richiedevano cospicue somme di denaro, che Riccardo non esitò a tirar fuori direttamente dalle tasche dei sudditi. La sua rigida politica fiscale abbatte la base argomentativa dei moltissimi che hanno idealizzato il confronto tra Riccardo e il fratello minore, suo successore, Giovanni (il famoso “Senzaterra”), vedendo nell'uno il nobile re di animo gentile e nell'altro il sovrano crudele, incapace e spietato. Solo al di fuori dei territori del regno inglese infatti Riccardo fu realmente venerato: una cosa era ammirarne il coraggio dall'esterno, un'altra era averlo come re e conoscere cosa significasse vivere sotto il suo regime fiscale e le continue assenze. In effetti, almeno in Inghilterra, fu un sollievo per molti quando Riccardo Cuor di Leone lasciò l'Europa nell'estate del 1190, con un poderoso esercito, diretto verso la Terrasanta. Gregorio VIII, meno di tre anni prima (il 29 ottobre 1187) aveva infatti bandito una nuova crociata, la terza, con la bolla Audita Tremendi: motivo scatenante era stata l'inarrestabile avanzata del Saladino e la caduta di Gerusalemme nelle mani dell'infedele, su cui, più avanti, ritorneremo. Federico Barbarossa, Filippo Augusto e Enrico II avevano deciso di rispondere all'appello, sebbene non molto dopo il re d'Inghilterra perì. Cosa avrebbe deciso il successore? La risposta vien da sé: la crociata era l'occasione che Riccardo aspettava da una vita. Argutamente come sempre, il Barbero scrive: “Chi in patria si è macchiato le mani di sangue e andrebbe all'inferno, quando fa la stessa cosa oltremare è un eroe” (Alessandro Barbero, “Benedette Guerre. Crociate e Jihad”). Oltretutto non si trattava di una crociata qualunque, poiché l'obiettivo era quanto di più religiosamente puro potesse esservi per un guerriero di Cristo: riconquistare il Santo Sepolcro e liberare la Città Santa. Un'eventuale vittoria avrebbe arrecato una gloria tale da elevarsi al livello dei più grandi eroi della Cristianità, i nobili principi della prima crociata, come Goffredo di Buglione, Raimondo di Saint-Gilles, Boemondo di Taranto, Tancredi... 
Possiamo immaginare la suggestione che tali prospettive erano in grado di suscitare nell'animo vanaglorioso di Riccardo, unitamente all'opportunità, in caso di vittoria, di consolidare in tempi contenuti la propria posizione politica, sia internamente che esternamente. Il nuovo sovrano inglese, perciò, si era immediatamente fatto crociato. Si racconta addirittura che al momento della sua incoronazione si vollero le donne e gli ebrei esclusi dalla cerimonia, poiché si trattava dell'incoronazione di un vero guerriero di Dio. 
Fu il Barbarossa a mettersi per primo alla testa della Cristianità, spinto, o, si potrebbe dire, costretto dall'imperante necessità di ristabilire la sua minacciata autorità con un conflitto estero. Il suo destino di crociato fu tanto crudele quanto quello di re: annegò durante traversata del fiume Salef, in Cilicia. Dei 100000 uomini che componevano il suo esercito, solo 300/400 giunsero in Terrasanta. Riccardo e l'eterno nemico dei Plantageneti, Filippo II di Francia, partirono solo nel luglio 1190, mettendo da parte, ma solo momentaneamente, le annose questioni insolute in territorio europeo. I due re si incontrarono a Vézelay, luogo non casuale, considerato che, come nota il Meschini, fu lì che Bernardo di Clairvaux predicò la seconda crociata; dopo i loro sentieri si separarono: il re di Francia, col suo esercito, marciò su Genova, da cui poi, sempre via mare, raggiunse Messina, per l'ultima traversata, mentre Riccardo si imbarcò, con destinazione il medesimo porto siciliano, a Marsiglia. Nel 1191, in primavera, le flotte cristiane, da Messina, fecero rotta per l'oltremare. Possiamo tuttavia azzardarci a formulare l'ipotesi che la destinazione di Riccardo fosse, almeno nei suoi piani, un'altra: l'immortalità. 

IL PAGANO NOBILE

L'altra figura di cui andiamo a trattare, il Saladino appunto, non è da meno, rispetto a Riccardo Cuor di Leone, né per fama né per il tratto leggendario. Se volessimo iniziare anche qui dai riferimenti letterari, vi sarebbe al primo posto Dante, che colloca il sultano tra gli “spiriti magni”, quando scrive: “Vidi quel Bruto che cacciò Tarquinio, / Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia; / e solo, in parte, vidi 'l Saladino” (Dante, “Divina Commedia”, Inferno, Canto IV, vv. 127-129). Ulteriori citazioni d'onore si ritroverebbero nel “Novellino”, nel “Decameron” del Boccaccio, e molti altri sarebbero gli esempi. Pur avendo il Saladino cacciato i cristiani da Gerusalemme, mietuto vittime e fatto prigionieri tra i crociati, sparso il sangue dei fedeli in Cristo, l'immaginario collettivo europeo ne rimase tanto segnato da attribuirgli l'appellativo di “pagano nobile”. Nell'entusiasmo rivolto in Occidente per questa cavalleresca figura, addirittura iniziarono circolare storie sul fatto che da giovane Saladino fosse stato ordinato cavaliere da un barone del regno di Gerusalemme, o che la madre fosse cristiana. In fondo, almeno per quanto concerne la mitizzazione, non fu diverso dal suo antagonista, di cui fino a poco fa parlavamo. Una fama di tal genere per un musulmano, in Europa, era cosa straordinaria, ma nel caso di Saladino una giustificazione c'era: mai si trovò condottiero nemico tanto rispettoso della parola data, tanto degno di fiducia, tanto probo. In alcune occasioni arrivò addirittura a mostrare doti consone alla più pura morale dei Vangeli: dopo l'armistizio del 1192 con i crociati, si rifiutò di vendicarsi su dei cavalieri cristiani in pellegrinaggio a Gerusalemme, nonostante molti suoi sottoposti gli ricordassero il massacro di 3000 musulmani compiuto dal Cuor di Leone dopo la riconquista di Acri.
Oltre alla virtù interiore, maturata a fondo anche attraverso gli studi di teologia portati a termine a Damasco, Yusuf ibn-Ayyub, noto come Salah ed-Din (“Integrità della religione”), godeva di un'intraprendenza politica senza eguali. Nato a Baalbek, in Siria, nel 1138, la carriera del Saladino, dopo l'infanzia, fu una continua ascensione verso la vetta, un incessante susseguirsi di successi. Oggi si direbbe che “è uno che si è fatto da solo”. Se il suo cammino poté raggiungere risultati tanto grandiosi da essere oggi considerato la figura più importante dell'Oriente arabo nel Medioevo, fu prima di tutto grazie ad un potente degli zengidi, dinastia di origine turco-selgiuchida, che lo prese sotto la sua ala: il suo nome era Nur al-Din (per gli Europei, Norandino). Questi fu atabeg (termine che identificava i governatori selgiuchidi cui veniva affidata la gestione dei territori del sultano) prima ad Aleppo, nel 1146, poi a Damasco, che conquistò nel 1154. In Siria la sua politica fu incentrata sull'eliminare l'irritante presenza dei crociati, o, per dirla alla turca, dei “franchi” (in arabo ifranj o faranj). A tal fine, indisse numerosi jihad, strumenti di indiscutibile utilità, sia perché davano un senso più profondo alla lotta armata, avvertito anche dall'esercito, sia perché  ingrossavano i ranghi di volontari. L'intelligenza non mancava neanche a lui, insomma. Dopo anni di guerre (peraltro inconcludenti) con i crociati, e in particolare con il regno di Gerusalemme di Baldovino III, la sorte volle che Nur al-Din imprimesse con forza sovrumana il suo nome nella storia araba (e non solo). L'occasione si presentò allorquando nell'Egitto dei Fatimidi sorse l'ennesima contesa per la carica di visir, posizione chiave, anche se formalmente secondaria a quella di califfo: Norandino, attraverso una serie di vicissitudini che, per ragioni di spazio, dobbiamo tralasciare, arrivò a far attribuire la carica a Shirkuh, suo generale, nonché zio di Saladino, che tuttavia perì pochi mesi dopo. La scelta del successore alla carica di visir del califfato fatimide ricadde, in quel 1169, proprio su Yusuf ibn-Ayyub. Saladino aveva solo trentuno anni. A dir la verità, per quella prestigiosa posizione, altri quattro emiri più anziani erano candidati, ma l'ambizioso giovane generale ebbe la meglio. Già all'epoca in effetti vantava un “curriculum” di tutto rispetto: era stato vicegovernatore di Damasco e aveva militato, facendosi già notare per la scaltrezza, il buonsenso e, tra le altre cose, la spregiudicatezza, proprio sotto Shirkuh, suo zio, tanto influente da raggiungere la carica di visir d'Egitto, come prima si accennava. Nel 1171 un'altra morte portò enorme fortuna a Saladino: Al-Adid, colui che deteneva la sovranità nominale del califfato, morì, appena ventenne. Alcuni hanno avanzato l'ipotesi che la prematura dipartita sia da attribuirsi ad un avvelenamento dello stesso Saladino, senza tuttavia rinvenire prove irrefutabili. Il califfo abbaside di Baghdad, comunque, non esitò a investire Nur al-Din della sovranità sulla Siria e l'Egitto. Quanto a Saladino, in conseguenza di suddetto decesso, oramai deteneva un'autorità senza eguali nella terra dei Faraoni, pur rimanendo sempre subordinato a Norandino. Governò l'Egitto, a detta di certuni, in maniera irreprensibile, non solo riordinando le istituzioni e l'esercito, ma promuovendo anche centri culturali. In particolare, al Saladino è da attribuirsi la fondazione di scuole teologico-giuridiche (in arabo madrasa) al Cairo e in svariati altri insediamenti. Tentando di evitare le semplificazioni, dobbiamo esser consci che una promozione del sapere su vasta scala doveva servire, nei piani del Saladino, anche a diffondere la sunna in un territorio, come l'Egitto, a quei tempi di tradizione sciita. Dopo soli tre anni, nel 1174, la morte di Nur al-Din dovette risultare una notizia più fausta, che dolorosa. “Mors tua vita mea”, per dirla alla latina. Ancora una volta, Saladino, con l'usuale pazienza, aveva saputo attendere, ed ora poteva finalmente coronare le sue ambizioni smisurate. Senza esitazione alcuna, da rapace qual era, si proclamò “tutore” dell'erede di Nur al-Din, che aveva appena undici anni, e provvide a impossessarsi dei domini siriani, sgominando qualunque forma di opposizione. Di certo condotte come questa stridono con la sua nomea di “pagano nobile”, inducendo a dar ragione a svariati storici, come David Nicolle, che recentemente hanno voluto ridimensionare le tradizionali virtù attribuite a Saladino. Per quanto arduo sia azzardare una teoria sulla vera natura del condottiero islamico, si deve costantemente tenere presente che in quest'ultimo era presente, accanto alla parte di lui incline ad una clemenza “cesariana”, alla tolleranza, il lato di politico consumato, in grado di colpire con viva violenza per perseguire il proprio interesse. Al di là delle questioni sollevate dalla complessità della sua figura, Saladino completò l'opera di unificazione dell'universo musulmano, già iniziata da Nur al-Din. Ora sedeva sulla vetta del mondo islamico. A questo punto, restava ancora un obiettivo, il più spinoso: la cacciata dei crociati, geograficamente circondati dai suoi vasti territori. Iniziò l'attacco dal regno di Gerusalemme, dove governava un re, di cui era molto più logico prospettare la debolezza, che non la forza: egli era Baldovino IV, lebbroso e sedicenne. 

Battaglia di Montgisard
Il 25 novembre 1177 i due eserciti si incontrarono a Montgisard, presso Ramla, e là avvenne il miracolo, per i cristiani però: le fonti parlano di “una grande luce che si alzò dall'Oriente” e che abbagliò i combattenti musulmani dando la vittoria ai guerrieri di Cristo, che peraltro si trovavano in inferiorità numerica. In concreto, la vittoria sembrerebbe da attribuirsi più al disordine organizzativo in cui si fece cogliere il Saladino che non a grandi manovre tattiche. Quel che è certo, comunque, è che quel giorno l'uomo più potente del mondo musulmano fu sconfitto da un ragazzo, e dovette ripiegare. Saladino programmò una nuova offensiva solo 10 anni dopo, attendendo con la sua usuale tempistica il momento propizio. Baldovino IV infatti era morto nel 1185, lasciando sul trono Baldovino V, ancora bambino, figlio di sua sorella Sibilla. Cagionevole di salute, morì anch'egli poco meno di un anno dopo. Chi incoronare dunque? Per superare l'empasse la scelta cadde, per ovvie ragioni, su Sibilla, con l'intesa di far nominare alla nuova regina anche il nuovo re. E questa, a sua volta, scelse suo marito, Guido di Lusignano. Pare lo abbia fatto per amore, e in effetti ne dovette essere accecata: il marito, un Amleto ante litteram, tentennò quando ci voleva celerità e fu affrettato quando era richiesta ponderazione. Mentre ci si spendeva in tali questioni dinastiche, a Saladino fu offerta la perfetta occasione per prendersi la rivincita. Rinaldo di Chatillon, uomo fascinoso ma indisciplinato, signore di Kerak, attaccò, per l'ennesima volta, una carovana musulmana, facendo prigionieri i viaggiatori. La mancata liberazione di questi, tra i quali, va detto, non c'erano, come si disse, una sorella e il figlio di Saladino, diede al sultano il casus belli perfetto per riprendere il conflitto in Palestina. Era il 1187. Stavolta agì in grande, e rilanciò il jihad. Era il momento di spargere sangue nel dar al-harb, il “territorio della guerra”. La mobilitazione fu generale. Tuttavia mutò strategia: l'obiettivo non era più quello di puntare direttamente su Gerusalemme, ma anzitutto bisognava attirare in una battaglia campale i cristiani, e spazzarli via in un sol colpo. La campagna iniziò sotto il segno del trionfo, grazie alla schiacciante vittoria, alle sorgenti del Cresson, che le forze musulmane ottennero sui cristiani condotti dal gran maestro templare Girardo di Ridefort. Si comprese fin da subito, tra i crociati, che la situazione rischiava di divenire drammatica. Guido di Lusignano ordinò la chiamata alle armi per tutti coloro che nel regno potevano impugnarle. La poderosa armata cristiana che ne venne fuori si riunì a Seforia, e comprendeva 1200 cavalieri, 4000 unità di cavalleria leggera e 15-18000 fanti, tra militari di professione e persone totalmente prive di esperienza. Intanto si venne a sapere che Saladino aveva attaccato la città di Tiberiade. A questo punto la scelta per i cristiani fu tra uscire in campo aperto, come voleva il Saladino stesso, o rimanere a Seforia, ricca peraltro d'acqua. Dopo giorni di inutili esitazioni, Guido prese la decisione di cui più si sarebbe pentito: il 3 luglio 1187 i crociati si muovono verso il deserto. 

Battaglia di Hattin
Le colonne marciano scoperte, esposte a qualunque minaccia, non somigliando neanche lontanamente ad un esercito. La trappola era scattata. L'epilogo non poté che essere una tragedia, tra le più grandi dell'intera Storia medievale: il 4 luglio, presso Hattin, i cristiani, già logorati dal caldo torrido e la sete, si ritrovarono accerchiati dalle forze di Saladino. E fu un massacro. Come Canne scosse profondamente la coscienza collettiva della Roma repubblicana, come Lipsia sconvolse la Francia napoleonica, così Hattin turbò l'Occidente cristiano più di ogni altra sconfitta. Che fu di quello sciocco di Guido di Lusignano? Sopravvisse, ma cadde prigioniero nelle mani del vincitore, che peraltro, sfoggiando l'usuale clemenza verso il nemico, lo liberò ottenendo in cambio alcune piazzeforti. Poco dopo, cadde anche Gerusalemme, indifesa. La notizia della disfatta arrivò in Europa su un vascello dalle vele nere, che per definizione indicano lutto. L'impatto emotivo fu tanto forte, che papa Urbano III morì di dolore. La reazione, ad ogni modo, seppe essere energica nel mondo cristiano, per non dire addirittura violenta. Come sappiamo, Gregorio VIII indisse immediatamente la crociata, cui aderirono monarchie ora abbastanza solide da sostenere lunghi conflitti esteri.  Saladino era al massimo del suo prestigio. Aveva pazientato, atteso, faticato, perfino perduto ma, alla fine, era giunto al termine del suo cammino. Da semplice soldato, seppur con buoni agganci, adesso guardava se stesso e vedeva il paradigma del sovrano, del generale, del politico. Eppure l'ambizione in lui non si arrestava mai e, senza neanche aver concluso del tutto la cacciata dei cristiani dall'Oriente, già sognava, scrutando il Mediterraneo, di “vendere tutti i beni e tutte le sostanze, raccogliere l'esercito più grande che si sia mai visto sulla faccia della terra, attraversare il mare e conquistare le terre dei cristiani che si trovano al di là del mare”.

IL DUELLO: LA TERZA CROCIATA

Riccardo Cuor di Leone affronta in duello Saladino
Ma i sogni erano, e sono, solo sogni. Da quella placida distesa blu che Saladino osservava stava arrivando la rivincita europea, nonché l'unico avversario degno, militarmente parlando, del vincitore di Hattin. Abbiamo lasciato i crociati, e i re, proprio alla loro partenza dalla Sicilia. Verrebbe da porsi una domanda, apparentemente banale: dove erano diretti? Certamente in Terrasanta, ma, per essere precisi, ad Acri. Fu considerato il punto di partenza migliore perché là Guido di Lusignano, liberato, come sappiamo, da Saladino, cingeva d'assedio la città, che era caduta nuovamente in mano musulmana. Filippo II Augusto sbarcò il 20 aprile 1191, e, sebbene avesse trovato degli assedianti sfiniti, logori, dovette rimanere sorpreso della tenacia inaspettata di Guido e i suoi. Rinforzati, e fortificati nello spirito dalla vista di un re, i cristiani ripresero l'attacco con maggior vigore, ma fu solo con l'arrivo di Riccardo, giunto l'8 giugno, che la città finalmente cadde, il 12 luglio. Il momento, per la nostra storia, ha un certo rilievo, poiché Saladino e il Cuor di Leone hanno qui un loro primo incontro, seppur indiretto, in cui il primo fallì miseramente nell'esaudire le innumerevoli suppliche d'aiuto dei difensori, mentre il secondo in poco più di un mese concluse un assedio che pareva infinito. Come se ciò non bastasse, quando Saladino si disse impossibilitato a procurare il riscatto per i prigionieri entro il termine stabilito, Riccardo gli mise pressione: massacrò 3000 musulmani, a eccezione dei nobili. Infine il sultano cedette e fu costretto, tra le altre cose, a dargli la Vera Croce, trofeo recuperato dai musulmani nella battaglia di Hattin. Dobbiamo supporre che Riccardo la bramasse tanto per la spinta emotiva che poteva conferire alle truppe quanto per la palese valenza simbolica. In ogni caso tali calcoli politici non sono sufficienti a spiegare l'improvvisa crudeltà di Riccardo. Prenderemo per vero quel che, in proposito, dice una fonte araba: “Solo Dio ne sa di più”. Saladino dovette comprendere, e di questo possiamo pure esser certi, di trovarsi di fronte ad un nemico nuovo, in grado di essere deciso, sicuro, carismatico. Tra la sua gente si diffuse a macchia d'olio il terrore per quell'uomo feroce venuto dall'Occidente. Pare addirittura che le mamme musulmane, quando i loro bambini piangevano, minacciassero: “Guarda che viene re Riccardo!”. Nell'esercito dei cristiani, tuttavia, l'entusiasmo fu smorzato da un evento inatteso: Filippo II, il re francese, decise di lasciare la crociata, di tornare in Europa. Come spiegarlo? Si sono in proposito formulate molte teorie, la più probabile delle quali è che, siccome era morto il conte di Fiandra, di nome Filippo, il re di Francia voleva mettere le mani sui suoi strategici possedimenti. In ogni caso, quel che più a noi interessa è che la sua partenza dopo la presa di Acri ebbe come effetto principale quello di lasciare il teatro degli scontri ai due personaggi di cui ci siamo occupati. Il duello entrava nel vivo. Era chiaro che il re inglese, ottenuta una solida base a nord, avrebbe puntato ora direttamente su Gerusalemme. Le armate di Riccardo infatti, da Acri, iniziarono la marcia verso sud, puntando su Giaffa, il porto della Città Santa, con il mare sul fianco destro e lo schieramento compatto. Il Cuor di Leone esibì qui tutta la sua dote militare: nonostante la lentezza, e gli sporadici attacchi di Saladino volti a disgregare le truppe, con mano ferma, mantenne l'esercito compatto, facilitato anche dal fatto di avere solo la parte sinistra della colonna da difendere. Si procedette in questo modo fino a circa 25 km a nord di Giaffa, quando Saladino si decise a puntare tutto su una battaglia campale, nei pressi della città di Arsuf. Era la mattina di quel 7 settembre 1191 da cui la nostra narrazione è iniziata. Trovandosi la strada sbarrata, Riccardo capì che lo scontro decisivo era inevitabile. Il Cuor di Leone contava su numeri spaventosi per l'epoca: circa 40000 fanti, ivi compresi arcieri e balestrieri, e 9500 cavalieri. Se il numero poté essere tanto alto, fu anche grazie a Filippo II, il quale, nonostante il poco impegno dimostrato, lasciò parte delle sue truppe in Terrasanta, al comando di Ugo III di Borgogna. Al centro dello schieramento stavano i cavalieri crociati, direttamente al comando di Riccardo, supportati da reparti di arcieri e altre truppe appiedate; la destra era composta dai Templari, condotti dal loro Gran Maestro Robert de Sablé; sulla sinistra lo scontro fu affidato agli Ospedalieri e al loro Gran Maestro Garnier de Naplouse. Veniamo ora allo schieramento musulmano. Sebbene Saladino mettesse in campo un esercito pressappoco numeroso quanto quello cristiano, si è concordi nel ritenere che le sue forze fossero certamente più fresche di quelle crociate, e di conseguenza sensibilmente più avvantaggiate in partenza. Differenza vistosa rispetto alle truppe cristiane furono, inoltre, gli equipaggiamenti, in quanto i musulmani erano prevalentemente armati alla leggera. D'altro canto Saladino continuava ad impiegare l'antica tattica della razzia, tipica del Medio Oriente arabo, pertanto un ruolo fondamentale era rivestito dagli arcieri a cavallo, e, più in generale, dalla cavalleria. La logica militare musulmana non era mai quella di impegnarsi direttamente a fondo nello scontro, quanto piuttosto quella di separare le varie unità dell'esercito nemico tramite un tiro martellante di dardi e giavellotti e poi spazzare via ciò che restava con un assalto generale. Lo scontro ad Arsuf mise in luce i punti deboli di tale strategia. Già da dopo le nove del mattino, la colonna cristiana in marcia verso Giaffa iniziò ad essere logorata dalla pioggia furiosa di frecce, soprattutto sulla retroguardia, che, se girata verso i musulmani, era il fianco sinistro dell'esercito crociato, dunque quello degli Ospedalieri, come prima si è detto.  Dobbiamo immaginarci la fatica, il sudore, la paura di soldati che continuavano a marciare nonostante il caldo soffocante, i dardi, i giavellotti, le pietre, il peso insostenibile degli armamenti e le protezioni di ferro, le urla terrificanti di un nemico che appariva e scompariva, come un fantasma. Riccardo aveva dislocato tre coppie di trombe all'inizio, al centro e alla fine della colonna, di modo che contemporaneamente si potesse dare l'ordine di girarsi verso est e caricare simultaneamente il nemico. Solo che, a suo modo di vedere, il momento giusto non arrivava. La marcia della morte continuò per più di tre o quattro ore. I balestrieri e gli arcieri tentarono per tutto il tempo di rispondere alle salve della lesta cavalleria musulmana, ma la situazione non faceva che peggiorare. I crociati erano sempre più vicini a finire nella ragnatela di Saladino, inerti com'erano di fronte ai suoi ripetuti attacchi a distanza. Gli Ospedalieri, in particolare, erano prossimi a disgregarsi del tutto. Il Gran Maestro dell'Ordine, Garnier de Naplouse, fattosi coraggio, raggiunse a tutta velocità Riccardo, chiedendogli il permesso di interrompere la marcia verso sud e compiere una carica verso il nemico, al fine di allentare la pressione. “Pazientate, non è ancora il momento” gli rispose, lapidario, il re inglese. E altre tre volte la conversazione si ripeté. Davvero non si capiva perché un militare brillante come il Cuor di Leone esitasse a prendere una decisione tattica tanto ovvia. Infine, forse per disperazione, forse per rabbia, gli Ospedalieri, pur non avendo ricevuto alcun ordine, voltano i cavalli verso il nemico e si lanciano in una carica strabiliante. Riccardo, che non volle assolutamente quell'attacco, quando lo vide, incredibilmente, lo sostenne: le trombe risuonarono nella piana e l'intero schieramento cristiano si scagliò sugli avversari con una foga impressionante. Atterriti, i musulmani non riuscivano a reagire, incalzati com'erano dai cavalieri crociati, quindi iniziarono a indietreggiare. La ritirata per i reggimenti arabi rischiava di divenire una fuga disordinata. A meno che Saladino non volesse vedere l'esercito annientato interamente, urgeva la necessità di dare respiro alle sue truppe. A tal fine, il sultano radunò attorno a sé alcune centinaia di cavalieri e si scagliò sul fianco sinistro cristiano. Inutile dire che fu respinto facilmente, ma l'obiettivo fu ugualmente raggiunto, poiché Riccardo, visto il contrattacco, ritenne pericoloso proseguire nell'inseguimento e richiamò le truppe. Ad ogni modo, la vittoria dei crociati fu totale. Verrebbe da dire che il Cuor di Leone abbia trionfato grazie a un colpo di fortuna, o comunque per merito di una vera e propria disubbidienza ai suoi ordini. Ma questo è vero solo in parte, perché sulla faccia della Terra, quel giorno, nessuno avrebbe avuto la flessibilità, i riflessi, l'intuito che dimostrò Riccardo cambiando tanto repentinamente strategia. Detto in altri termini, la vittoria non avvenne solo grazie a lui, ma mai sarebbe avvenuta senza il suo genio militare.
Saladino era sconfitto, anche se non in maniera decisiva, come all'epoca si volle dire. Come vittoria, quella di Arsuf non è neanche paragonabile ad Hattin; le forze musulmane erano ancora consistenti, e pronte a difendere Gerusalemme. Intanto Riccardo poté concludere la sua marcia su Giaffa, riconquistata rapidamente. Svernò là, in attesa di compiere il passo finale, verso la gloria eterna. Si è più volte fatta notare, in ambito storiografico, l'inspiegabile lentezza del re d'Inghilterra in questo frangente. Sprecò molto tempo prezioso infatti per fortificare Giaffa, e, nel mentre, Saladino ebbe la possibilità di preparare con accuratezza le difese di Gerusalemme. Così i due attacchi che Riccardo sferrò alla Città Santa, a gennaio e a giugno del 1192, si conclusero con delle silenziose ritirate. La verità è che, con ogni probabilità, lo stesso Cuor di Leone non credette mai davvero nella riconquista di Gerusalemme, ma non tanto per la paura dell'assedio, che ben sapeva di poter vincere con un dispiegamento completo delle sue forze al momento giusto, quanto piuttosto per le prospettiva della gestione successiva della città, del territorio, dell'amministrazione. La mancanza di personale umano e politico, unitamente all'isolamento dall'Europa, furono dai tempi della Prima Crociata un problema insormontabile per l'Oltremare latino, tanto preso sul serio da Riccardo che decise di evitare di complicare senza motivo quella che ai suoi occhi era una chiara vittoria. Il ragionamento, se lo si analizza, non va a suffragare le tesi di chi ha visto nel re inglese un uomo schiavo del bisogno di gloria; anzi può aiutare a ridare complessità, umanità ad un personaggio privato della sua legittima dimensione storica.
Il piano del Cuor di Leone allora fu un altro: venire a trattative, stavolta da una posizione di forza, almeno secondo lui. Di fatto Saladino, convinto di avere ancora una notevole forza contrattuale, volle rivedere solo questioni politiche non inerenti alla sovranità su Gerusalemme. Il trattato di pace, siglato il 2 settembre 1192, andò molto diversamente dal modo in cui Riccardo aveva pianificato. Quest'ultimo era arrivato a prospettare perfino una coabitazione politica su Gerusalemme, ottenuta con un possibile matrimonio tra la sorella Giovanna d'Inghilterra e il fratello del sultano, che gli Europei chiamavano Safadino. L'ipotesi pare suggestiva, oltreché rivelatrice di una notevole apertura mentale di Riccardo, che, d'altro canto, non era certo un ignorante. Ad ogni modo, le idee del Cuor di Leone su Gerusalemme rimasero, appunto, solo idee, prima di tutto a causa del rifiuto della stessa Giovanna di sposare un islamico, e, secondariamente, perché Saladino si mostrò restio a cedere anche di poco sulla Città Santa. L'accordo che fu concluso pare più il risultato di una lotta senza un vero vincitore: fu statuita una tregua di 3 anni e 8 mesi; Gerusalemme rimase in mano a Saladino, con la possibilità però del libero accesso per i pellegrini cristiani; inoltre il sultano riconobbe le conquiste compiute dal Cuor di Leone, in particolare Acri e Giaffa; le città di Lydda e Ramla divennero territorio comune. Riccardo, richiamato da urgenti affari sul continente, dovette ripartire dalla Terrasanta il 9 ottobre 1192, senza peraltro visitare i luoghi sacri di Gerusalemme, sebbene ora gli fosse permesso. Certi storici si sono sbilanciati, volendo attribuire a siffatta condotta il valore di un atto dimostrativo, volto a far capire al nemico che si era pervenuti ad una tregua, non alla fine della guerra e che il suo era, come si direbbe oggi, un “arrivederci”, non un “addio”. Quale che fosse il senso del disinteresse di Riccardo per i luoghi sacri Gerusalemme, non tornò mai in Terrasanta. La sua vita si concluse nello stesso modo in cui era trascorsa: sul campo di battaglia, per una balestrata nell'assedio di Chalus, nel 1199. Quanto a Saladino, non visse a lungo dopo la terza crociata. Morì infatti solo alcuni mesi dopo la tregua con il Cuor di Leone. Nelle sue ultime ore gli furono letti alcuni passi del Corano. Si racconta che alle parole “Non c'è altro Dio che Lui, in Lui ho posto la mia fiducia” (IX, 129) sorrise, poi il suo grande cuore cessò di battere. Alla fine di tutta questa storia, non è agevole incoronare un vincitore. Forse neanche c'è stato. Quel che conta è lo spessore che lo scontro tra Saladino e Riccardo Cuor di Leone ha raggiunto, sia sul piano militare, sia sul piano politico. Una prova su tutte di quanto appena detto: la trattativa fu il più grande compromesso di tutta la storia delle crociate, potenzialmente in grado di conciliare permanentemente le esigenze di cristiani e musulmani. Nascosto, in questa storia,  appare allora il seme della concretizzazione di un principio utopistico, per cui ancora oggi si lotta: la tolleranza religiosa.

Articolo di Giulio Talini

Bibliografia

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