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La Grande Storia dei Cavalieri Templari

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mercoledì 13 luglio 2016

LA DIETA MEDITERRANEA VIENE DAL...MEDIOEVO


La dieta mediterranea, vera e propria croce e delizia di tutti indistintamente, ci viene direttamente dal Medioevo, specialmente dalla Scuola Medica Salernitata una delle più importanti scuole della storia della medicina, una vera e propria istituzione di eccellenza nell'Europa medievale. Nel trattato medico più importante, il Regimen Sanitatis Salernitanum, si parlava per la prima volta di prevenzione, che doveva partire da una sana alimentazione che favoriva non solo la salute ma anche la longività

Le Regole della Scuola

1. Ingrassare in maniera equilibrata

L'equilibrio era alla base della dieta mediterranea medievale che privilegiava uova fresche, grano, fichi e carne: si dava enorme importanza al vino, magari aggiunto a un po' d'acqua. La siesta postprandiale? Da evitare e soprattutto niente pasti intermedi durante il giorno. Secondo la Scuola di grande importanza era avere i quattro umori corporali (bile nere, bile gialla, flegma e sangue): quando tra questi elementi non si generava armonia, insorgevano malattie.

2. La rabbia è vietata

Una delle regole era evitare di arrabbiarsi, cosa che nei tempi odierni sembra davvero molto difficile. Fichi e uva per non parlare di grano e carne erano alimenti positivi, di contro miele pere e pesche erano frutti malinconici.

3. Formaggi freschi

Il formaggio fresco era assolutamente necessario e doveva sostituire quello stagionato che portava costipazione. Aglio e rapanello toglievano il veleno e il brodo di cavallo aveva una forte funzione di lassativo. 

4. Avere lo stomaco vuoto

Prima di mangiare, bisognava aspettare che lo stomaco si fosse svuotato, ma come farlo a capire? Semplice, se avevi desiderio di cibo, avevi lo stomaco vuoto. 

5. Si al movimento

Proprio come oggi, il movimento era di grande importanza e se fatto con costanza e con le dovute cautele è un toccasana per una vita lunga e sana. 

Ricapitolando le poche regole per una vita sana provenienti dal Medioevo sappiamo che si doveva mangiare poco, non arrabbiarsi, dare importanza alla depurazione, mangiare carboidrati e proteine animali e poi chiudere con una bella passeggiata dopo il pasto!

sabato 5 dicembre 2015

LE ORIGINI MEDIEVALI DEL MASCARPONE


Chissà se i detrattori del Medioevo mangiano il Tiramisù...ve lo dico perché, nello cercare sempre argomenti interessanti, sono incappato in questa curiosità: anche il Mascarpone ha origini medievali...eh si...che epoca buia!

Il Mascarpone è una crema di latte acidificata ottenuta da panna o crema di latte: il nome (Mascarpone o Mascherone) deriva da un'espressione utilizzata da un nobile spagnolo nel '200 che avrebbe detto "Mas che bueno" (Più che buono) anche se alcuni studi fanno risalire l'origine del nome a "mascherpa" o "mascarpia" che significa ricotta nel dialetto lombardo.

Nel XII secolo si iniziò la produzione e il consumo della deliziosa crema anche per non sprecare il latte in eccesso. Napoleone era un fan accanito di questa particolare crema e, addirittura, si narra che fu causa del suicidio di François Vatel, un cuoco famosissimo per aver inventato la crema Chantilly. 

domenica 22 novembre 2015

LA DIETA NEL MEDIOEVO

La società medievale era divisa in classi separate proprio durante un periodo in cui imperversavano le carestie e in cui il cibo era il principale segno di distinzione sociale. La società era composta dalla nobiltà, il clero e la gente comune secondo criteri estremamente gerarchici con la nobiltà e il clero che lottavano per la supremazia spirituale e terrena. La struttura era ancora più diversificata se parliamo di nobiltà e clero e il membro di ogni "sottoclasse" doveva vivere in quell'ambito e sottostare alle direttive superiori. I nobili, ossia la classe politica, potevano mangiare selvaggina con spezie che venivano dal lontanissimo oriente mentre la gente comune doveva accontentarsi di pasti frugali che consistevano di legumi, pane d'orzo ecc... 
Quando durante il tardo Medioevo iniziarono a proliferare mercanti e commercianti, alcuni membri del popolo iniziarono a seguire gli esempi dell'aristocrazia tentando di abbattere barriere sociali e culturali che sembravano non poter cadere: questo portò alla nascita di testi che sconsigliavano una dieta che non fosse conforme alla propria classe di appartenenza e soprattutto l'emanazione di leggi suntuarie che limitarono l'accesso al buon cibo da parte degli appartenenti al popolo comune. 
Era la scienza medica che poteva influenzare l'alimentazione delle classi superiori: lo stile di vita, la dieta e l'esercizio fisico unite al rigoroso rispetto delle prescrizione del medico erano considerati i modi migliori per rimanere in forma attribuendo a tutti i cibi particolari proprietà in grado di condizionare la vita del nobile. Per i medici medievali la digestione era un processo chimico molto simile alla cottura: lo stomaco doveva essere nutrito nel modo migliore per permettere al corpo di assimilare adeguatamente le sostanze nutritive. I cibi che dovevano essere consumati all'inizio del pasto erano quelli più digeribili per poi proseguire con quelli gradualmente più pesanti. Si credeva che se ci si riempiva di cibo in maniera insensata si poteva portare il corpo alla putrefazione facendo nascere nello stomaco quegli "umori cattivi" da sempre considerati molto dannosi. 
Proprio come va di moda oggi, si iniziava il pasto con un aperitivo composto da confetti di spezie e miele con del vino corretto con latte: il pasto doveva vedere anche una "chiusura", un digestivo che poteva anche essere l' Ippocrasso ad esempio. 
Il pasto perfetto iniziava con della frutta, a seguire lattuga, cavolo, carni leggere e brodo. Si passava poi al maiale e manzo con una grande quantità di frutta e verdura. Ovviamente la dieta variava anche in base alle zone climatiche e alle condizioni politiche oltre che alle varie abitudini locali. Nelle zone del nord dell'Europa (Paesi Bassi, Scandinavia ad esempio) era quasi impossibile coltivare l'ulivo e la vite che trovava terreno fertile al sud diventando la bevanda più consumata tra i ricchi e i poveri (che potevano procurarsi con facilità il vino che venia dalla seconda spremitura). Nel nord si produceva la birra che costava meno del vino. Gli agrumi erano facilmente reperibili sulle coste del mar Mediterraneo. L'olio di oliva era molto pregiato e presente ovunque nella aree mediterranee mentre il burro e il lardo erano particolarmente utilizzati nel nord europa soprattutto nei Paesi Bassi. La mandorla era molto diffusa anche nelle classi medie anche per estrarne del latte che veniva usato anche per condire alcune pietanze.

giovedì 29 ottobre 2015

RICETTE PER OGNISSANTI


Non può mancare un menù particolarmente sfizioso e particolare per una delle feste più sentite dalla cultura occidentale e italiana: Ognissanti. Anche nel Medioevo si era molto attenti a ciò che si metteva a tavola e ancora oggi molte si usa in molte parte del nostro paese riproporre le antiche tradizioni culinarie che risalgono proprio al nostro amatissimo Medioevo.

Zuppa alla Canavesana

La Zuppa alla Canavesana è un piatto tipico del mondo culinario piemontese che risale al medioevo: era un modo diverso di usare il pane secco che fino all'800 si cuoceva solamente una o al massimo due volte l'anno:

Ingredienti  6 persone

1,5 kg di verza
150 g pancetta a fette
150 g lardo a fette
12 fette di pane casareccio tostato al forno
300 g fontina a lamelle
100 g parmigiano
1,5 litri di brodo

Preparazione: rosoliamo il lardo e la pancetta a listarelle a fuoco basso in una pentola antiaderente. Non appena vediamo che prendono colore aggiungiamo la verza ben lavata per far insaporire il tutto e poi versiamo il brodo. La cottura deve essere compresa tra 25 e 30 minuti.  Ma si sa, in cucina non si deve mai stare con le ani in mano...ricopriamo il fondo di una pirofila con quattro fette di pane e versiamo tre mestoli della minestra di verza. Cospargiamo con fontina e parmigiano...la procedura va ripetuta per ben tre volte con l'accortezza di aggiungere molto parmigiano e la fontina rimasta come ultimo strato. L'ultimo passo è una infornata di tutto il prodotto per mezz'ora a 200°...da mangiare molto calda!

Ossa di morto

Le ossa di morto sono biscotti che fanno parte delle più antiche tradizioni lombarde in riferimento al giorno dei morti. 

Ingredienti

200 g Mandorle sgusciate e pelate
150 g Zucchero Semolato
150 g Farina bianca
20 g Burro
Pizzico di Cannella in polvere
2 Chiudi di garofano
60 ml di Marsala secco
2 albumi d'uovo

Preparazione

Prendiamo le mandorle e le tritiamo finemente aggiungendo zucchero e i due chiodi di garofano. Versiamo il composto su una spianatoia e aggiungiamo pochissima cannella e farina. Creiamo una fontana e versiamoci all'interno il marsala necessario per impastare il tutto fino ad arrivare ad una pasta. Montiamo gli albumi a neve e facciamoli scivolare sulla pasta amalgamando il tutto in maniera molto dolce per evitare che l'albume montato...si smonti! Formiamo dei cilindri lunghi di sette/otto centimetri di lunghezza. Prepariamo la placca da forno e mettiamoci i biscotti per 35/40 minuti a 170°.

In questo link troverete la ricetta anche di un'altra prelibatezza...L'Oca arrosto!


lunedì 26 ottobre 2015

JOHANNES DEFUK E LA SCOPERTA LEGGENDARIA DEL VINO EST! EST!! EST!!!

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Il nostro viaggio nel mondo culinario fa tappa a Montefiascone, una suggestiva cittadina medievale nel cuore della Tuscia in provincia di Viterbo. Quante volte andando in enoteca o al supermercato avete notato un vino chiamato Est! Est!! Est!!! ? Vi siete mai chiesti da dove deriva questo nome?

Correva l'anno 1111 ed Enrico V di Germania si stava recando a Roma per essere incoronato da Pasquale II imperatore del Sacro Romano Impero con a seguito un vescovo un grande intenditore di vini, tale Johannes Defuk. Il vescovo usava inviare il suo coppiere, tal Martino, alla ricerca dei migliori vini della zona concordando un segnale in codice: se Martino trovava un vino di qualità doveva scrivere "Est" ("c'è") nei pressi della porta della locanda. Se il vino era molto buono si doveva scrivere, invece "Est Est".

Giunto a Montefiascone, Martino assaggiò il vino locale e scrisse Est! Est!! Est!!! evidenziando la qualità eccelsa del vino viterbese. Arrivato in paese Johannes Defuk assaggiò il pregiato vino confermando il giudizio del suo coppiere: decise di restare in loco per circa tre giorni cercando di carpirne i segreti. Per ringraziare il popolo dell'ospitalità, Defuk stabilì che alla sua morte l'eredità di 24 mila scudi fosse assegnata al comune di Montefiascone ad una condizione, che ad ogni anniversario dalla sua morte fosse versata sul suo sepolcro una bottiglia di vino. La sua passione per il vino locale fu, probabilmente, la causa della sua morte avvenuta per qualche bevuta di troppo; fu sepolto nella chiesa di San Flavino dove ancora oggi è possibile leggere "Per il troppo EST! qui giace motro il signore Johannes Defuk". 

Caratteristiche del Vino 

Diamo anche qualche indicazione per conoscere meglio questo ottimo vino:

limpidezza: limpido
colore: paglierino brillante
odore: vinoso
sapore: sapido, di corpo, armonico, asciutto o abboccato
gradazione alcolica minima: 10,5% in volume.

Estratto della conferenza di presentazione del volume " La Leggenda di Montefiascone" di Quinto Ficari integrata con le immagini dei documenti citati a cura dell'autore, svoltasi a Montefiascone l' 08 agosto 2015 in occasione della 57ma Fiera del Vino in Largo San Pietro.

venerdì 5 giugno 2015

LA STORIA DEL PARMIGIANO REGGIANO

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Forse non tutti sanno che il Parmigiano ha origini medievali che risalgono esattamente al XII secolo: fu addirittura Boccaccio, nel Decamerone quando, parlando di Bengodi, descriveva una montagna di Parmigiano grattugiato sopra la quale "stavan genti, che niuna altra cosa facevan" [1], che fare maccheroni e ravioli”. Questo testimonia come con ogni probabilità il Parmigiano esistesse anche secoli prima con una ricetta molto simile al famoso formaggio "Il Piacentino", basti pensare che addirittura Plinio e Marziale parlano di una produzione di formaggio proprio nelle zone Cisalpine, portato attraverso Luni dopo essere stato marchiato proprio con il simbolo della città, una Luna. 

La tecnica di produzione era molto simile a quella attuale e grazie ai monaci benedettini, particolarmente abili nell'agricoltura, le paludi furono bonificate per rendere i territori adatti ad una coltivazione importante; basti pensare che per iniziare la produzione servivano anche 500 litri di latte per soli 30 kg di formaggio!  E fu così che proprio nei pressi dei castelli nacquero piccoli edifici a forma poligonale, i caselli, atti proprio alla produzione del formaggio. I monaci scoprirono nei loro laboratori che scremando parzialmente il latte e riscaldandolo due volte ad una determinata temperatura era possibile ottenere un prodotto asciutto, con poca acqua e quindi facilmente conservabile anche per molto tempo. Il Parmigiano è sempre stato un prodotto DOC della cultura italiana, e ancora oggi è uno dei più contraffatti in tutto il mondo.

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[1] Tratto da Giornata Ottava, Novella Terza del Decameron di Boccaccio: Calandrino, Bruno e Buffalmacco giù per lo Mugnone vanno cercando di trovar l’elitropia, e Calandrino se la crede aver trovata; tornasi a casa carico di pietre; la moglie il proverbia, ed egli turbato la batte, e a’ suoi compagni racconta ciò che essi sanno meglio di lui.

lunedì 17 novembre 2014

L'USO CULINARIO DELLE SPEZIE

Spezie, Barattolo, Cucina, Rustico, Pepe, Vetro

Le spezie erano molto usate sia in campo medico che in quello culinario, pertanto è stato difficile stabilire sotto che categoria mettere questo interessante argomento. Per ora si è deciso di inserirlo sotto cucina, complice anche le ormai prossime feste natalizie in modo da fornire al lettore qualche spunto interessante per i banchetti che ci accingiamo a preparare per gli ultimi giorni dell'anno!

sabato 15 novembre 2014

I DISTILLATI NEL MEDIOEVO

I primi processi per la distillazione, molto utile per arricchire un prodotto con l'uso di vapori alcolici, furono descritti da due dei più grandi alchimisti arabi: Rhases e Avicenna. La parola alcol, deriva dal termine arabo Al-Kohol (che significa cosa sottile) ed era usato nella cosmetica femminile come trucco o come collirio. L'alchimista Geber descrisse alcuni apparecchi che venivano usati nel processo di distillazione, tra cui l'acqua di rose particolarmente utile per la cura di alcune malattie. Fondamentale fu il ruolo della famosa Scuola Medica Salernitana che dal X secolo ebbe l'enorme merito di raccogliere le conoscenze affrontandole in maniera sistematica ed orinata. Nei monasteri, luoghi dove l'alchimia divenne sempre più una materia praticata, molti monaci perfezionarono il processo di distillazione, tra cui Alberto Magno che parlò di una "aqua ardens", liquido molto leggero che si otteneva dal vino. L'acquavite fu prodotta anche da Taddeo Alderotti di FIrenze che la ottenne grazie da doppie distillazioni utilizzando anche il serpentino che veniva immerso in acqua fredda in modo da permettere la condensazione del vapore. L'acquavite prese sempre più piede tanto che Michele Savonarola ne pubblicò anche un trattato dal titolo "De Conficienda Aqua Vitae". Molto importante nella commercializzazione dei distillati fu Venezia e proprio nel veneto il processo si diffuse molto tra il 1200 e il 1300 quando Venezia esportava in Germania e in Oriente come metodo curativo contro gotta e contro la peste.

venerdì 17 ottobre 2014

LE ORIGINI MEDIEVALI DELLA MOZZARELLA DI BUFALA

Dopo aver parlato delle origini medievali del Grana Padano, oggi parliamo anche di un altro prodotto figlio della terra italiana, un vero vanto in tutto il mondo...la Mozzarella di bufala campana. Il bufalo della mozzarella ha origini asiatiche, è massiccio da pelo corto e scuro e vive in zone paludose. Secondo alcuni studi furono i saraceni a portare i bufali in Sicilia e poi nella pianura del fiume Garigliano dove si stabilirono con un Ribat da cui partivano per i loro saccheggi. Anche i longobardi incontrarono il simpatico animale dopo aver sconfitto i saraceni della Battaglia di Garigliano del 915 unendosi alla fazione papale e ai bizantini. Durante la loro occupazione, i Saraceni rapirono molti monaci che tramandarono le conoscenze apprese durante la reclusione. Proprio questo comportò una rapida diffusione dei formaggi nel basso lazio e alta campania, zone ricche di abbazie e monasteri da ritenersi i primi veri caseifici. Altri studi affermano che furono i longobardi a portare il bufalo tra il VI e X secolo che veniva usato anche per il lavoro dei campi: sembra infatti che Aloara principessa vedova di Pandolfo Testadiferro principe di Capua offriva una "mozza" ai monaci dell' Abbazia di San Lorenzo ad Septimum a pochi passi da Aversa. Si dice anche che furono i monaci stessi ad inventare il formaggio: dato che le abbazie sorgevano sulle alture per trasportare poco peso durante le risalite, il latte era lavorato direttamente a valle dove vi erano le bufale e portato sotto forma di latticino nel convento. Altri studi ancora segnalano i Normanni come i veri inventori della mozzarella dato che Aversa è stata la loro contea - città dove ancora oggi si produce l'ottima mozzarella. Alcuni documenti del XII secolo conservati nell'Archivio Episcopale di Caputa ci attestano la lavorazione, il consumo e l'uso che si faceva di tutti i prodotti derivati, come il casicaballus, il butyrus, la recocta, il provaturo.

giovedì 16 ottobre 2014

LE ORIGINI MEDIEVALI DEL GRANA PADANO


Quanti di voi sanno che il Grana Padano, uno degli alimenti più venduti al mondo, ha origini medievali? Io non lo sapevo e l'ho sentito per la prima volta oggi su RTL...Si narra che il famosissimo formaggio nacque nell'anno 1135 nella splendida abbazia di Chiaravalle in un territorio che, durante il regno di Federico I Barbarossa, aveva vaste zone paludose e foreste. I monaci ebbero la necessità di conservare il latte in eccesso e, dato che i monaci erano particolarmente abili nella conservazione di formaggio, riuscirono ad ottenere un composto molto consistente prodotto in grandi caldaie poste all'interno dei monasteri che, a tutti gli effetti, possono essere considerati come i primi caseifici. I monaci usavano chiamarlo "formaggio vecchio" o caseus vetus ma dato che il popolino era poco avvezzo al latino gli cambiò il nome giocando sulla durezza e granulosità del composto...nacque così il termine formaggio di grana oppure grana. Sotto Federico II il grana era addirittura usato come metodo di pagamento conferendogli anche un fortissimo valore simbolico. Andiamo al 1477...in questo periodo Pantaleone da Confienza definì il grana come il formaggio più famoso in Italia fondamentale per la costruzione di banchetti impeccabili oltre che fonte di sostentamento in caso di mancanza di cibo. Pantaleone scisse il Summa Lacticinorum la più completa opera sul latte e i suoi derivati dopo quella celeberrima scritta da Plinio il Vecchio dopo una serie di viaggi in Europa partendo dal Piemonte fino ad arrivare in Inghilterra, in Germania e nelle Fiandre proprio per studiare tutti gli aspetti della produzione e del consumo del formaggio. Nello specifico, Pantaleone tratta con estrema precisione tutti i tipi di latte ottenibili a seconda delle razze bovine, pascoli e stagioni illustrando le tecniche per coagulare il latte e per la caseificazione; arriva anche a catalogare tutti i formaggi per nazione con uno studio approfondito sulla proprietà nutritive e sullo stato di conservazione evidenziandone pregi e difetti anche sotto il profilo medico dato che, Pantaleone, era proprio un medico...

Immagine tratta da Wikipedia, Autore: Yoruno

martedì 7 ottobre 2014

A TAVOLA CON I TEMPLARI: LA REGOLA E IL CIBO


Numerose norme contenute nella Regola dell’Ordine del Tempio sono ispirate al cibo e alle buone maniere, ossia al cosiddetto galateo. La numero XIII che esorta di mangiare in silenzio: “In un palazzo, ma sarebbe meglio dire refettorio, comunitariamente riteniamo che voi assumiate il cibo, dove, quando ci fosse una necessità, a causa della non conoscenza dei segni, sottovoce e privatamente è opportuno chiedere. Così in ogni momento le cose che vi sono necessario con ogni umiltà e soggezione di reverenza chiedete durante la mensa, poiché dice l'apostolo: Mangia il tuo pane in silenzio”. 
La numero X, sull'uso moderato della carne: “Tre volte per settimana vi sia sufficiente di rifocillarvi di carne, a meno che non cada il giorno di Natale, di Pasqua, la festa di Santa Maria, di Tutti i Santi, perché il troppo mangiar carne guasta la salute del corpo”.

La numero XV che prescrive l'elemosina: “Sebbene il premio della povertà, che è il Regno dei Cieli, si debba senza dubbio ai poveri, a voi tuttavia, ordiniamo di dare ogni giorno al vostro elemosiniere la decima parte del pane”.

La XVI che prescrive un uso molto parco del vino a tavola, e non tutti i giorni, e per di più annacquato: “Quando il sole abbandona la regione orientale e discende nel sonno, udito il segnale, come è consuetudine di quella regione, è necessario che tutti voi vi rechiate a Compieta, ma prima desideriamo che assumiate un convivio generale. Questo convivio poniamo nella disposizione e nella discrezione del maestro, perché quando voglia sia composto di acqua; quando con benevolenza comanderà, di vino opportunamente diluito”.

La regola XLVI che proibisce la caccia col falcone, assai in voga ai tempi: 

“Noi giudichiamo con sentenza comune che nessuno osi catturare un uccello con un uccello. Non conviene infatti aderire alla religione conservando i piaceri mondani, ma ascoltare volentieri i comandamenti del Signore, frequentemente applicarsi alle preghiere, confessare a Dio i propri peccati con lacrime e gemito quotidianamente nella preghiera. Nessun fratello professo per questa causa principale presuma di accompagnarsi con un uomo che opera con il falco o con qualche altro uccello”.

XLVII che proibisce di andare a caccia: “Specialmente imponiamo e comandiamo ad ogni fratello professo di non osare entrare in un bosco con arco o balestra o lanciare dardi: non vada con colui che fece tali cose se non per poterlo salvare da uno sciagurato pagano: né osi gridare con un cane né garrire; né spinga il suo cavallo per la bramosia di catturare la fiera”.

Disposizioni inoltre su come alimentare e prendersi cura degli ammalati a cui poteva venir somministrata carne anche di volatili e riferimenti ai legumi, altamente considerati nella dieta dei Templari.

Nella regola LXV si prescrive che: “A tutti sia distribuito in modo uguale il vitto. Riteniamo anche che questo in modo congruo e ragionevole sia rispettato, che a tutti i fratelli professi sia dato cibo in eguale misura secondo la possibilità del luogo: non è infatti utile l'accezione delle persone, ma è necessario considerare le indisposizioni”.

In merito alle colpe la regola LXVII prescrive che il colpevole mangiasse da solo, separato dal refettorio e dai fratelli templari diciamo: “Se la colpa sarà grave, si allontani dalla familiarità dei fratelli, né mangi con loro alla stessa mensa, ma da solo assuma il pasto. Il tutto dipenda dalla decisione e dall'indicazione del maestro, affinché sia salvo nel giorno del giudizio”.

Articolo di Alessandra Guigoni. Tutti i diritti riservati.

giovedì 2 ottobre 2014

LA TAVOLA ED IL FOCOLARE

Nella casa medievale, un unico ambiente, dall’arredo essenziale, è deputato alla preparazione e cottura dei cibi e alla consumazione dei pasti. Fanno eccezione le abitazioni più ricche, che dispongono di una vera cucina, attrezzata di tutto punto. Per noi, oggi, è assolutamente normale parlare di cucina, per definire l’ambiente opportunamente attrezzato, che in un’abitazione è destinato alla preparazione e alla cottura delle vivande. Ma per i nostri antenati medievali non lo era altrettanto, o almeno non lo era per tutti. All’epoca, infatti, sono ancora una volta i ceti più abbienti a poter disporre, nelle loro ricche dimore, di un locale, talvolta separato dal resto dell’abitazione, nel quale venivano preparati i pasti. Di norma, infatti, per la maggior parte della popolazione, la cucina era costituita da un solo ambiente, che spesso coincideva con l’unico spazio abitativo, dove si provvedeva tanto alla preparazione quanto alla consumazione dei pasti. In ogni caso, comunque, tutto ruotava intorno al focolare e, solo verso la fine del Medioevo, al caminetto, più o meno grande a seconda delle dimensioni della stanza e delle possibilità economiche del padrone di casa. Qui si cuocevano tutti i cibi, all’infuori di quelli che richiedevano di essere infornati, secondo un metodo di cottura abbastanza popolare nel Medioevo. A questo proposito, va detto che di norma le case – all’infuori di quelle più ricche – non possedevano forni propri, che erano invece di proprietà dei fornai, quando non del signore locale, i quali cuocevano a pagamento il pane o le torte e i pasticci che venivano loro portati. Diffusa era, comunque, la pratica di cuocere questi cibi sotto le braci del focolare domestico e, più tardi, del caminetto, anche se quest’ultimo svolse a lungo solo una funzione di mero riscaldamento. Fermo restando il ruolo centrale del focolare, munito di corde e di ganci ai quali appendere i diversi recipienti per la cottura, l’arredamento della cucina era spartano. Non mancavano, tuttavia, anche nelle case più povere i treppiedi in ferro battuto, la cui funzione era quella di mantenere le pentole a una certa distanza dal fuoco, mentre i tegami di uso quotidiano venivano appesi a ganci fissati alle pareti o poggiati su rudimentali mensole. C’era poi una madia in legno, che veniva impiegata per impastare il pane e che era corredata, a sua volta, da un buratto, un grande setaccio usato per abburattare la farina, ovvero per separarla dalla crusca. Soprattutto nelle cucine di città, doveva poi esserci una tavola, montabile su cavalletti all’occorrenza – che funzionava tanto da piano di lavoro quanto per la consumazione dei pasti – e qualche sedia. Di più non sappiamo, ma è lecito supporre che l’arredamento della cucina si limitasse a quanto abbiamo appena descritto. Infatti, in questo ambiente dell’abitazione trovava posto solo quanto veniva usato quotidianamente, mentre il resto delle derrate veniva immagazzinato in cantina o nei granai. Ma il centro di tutto resta, giova ricordarlo, il focolare, che talvolta poteva anche trovarsi all’esterno dell’abitazione, forse per sventare il pericolo di incendi, dal momento che per lungo tempo il grosso delle strutture architettoniche fu in legno. A partire dal XIII secolo, però, di norma il focolare si trova all’interno della casa, dove occupa il centro della cucina o uno spazio addossato a una parete. A seconda delle possibilità economiche del proprietario, poteva essere composto da un fuoco centrale e da altri più piccoli, di supporto a quello maggiore. Il focolare, quasi sempre aperto, si trovava, nella maggioranza dei casi, sul pavimento in terra battuta del locale che lo ospitava, ma talvolta poteva anche essere in una posizione leggermente rialzata. In entrambi i casi, poteva essere circondato o lastricato con pietre o mattoni, che ne delimitavano l’area, in genere, comunque, piuttosto ridotta. A questo proposito va detto che gli scavi archeologici hanno rivelato come la disponibilità finanziaria del proprietario fosse direttamente proporzionale all’ampiezza del focolare, che poteva andare dal mezzo metro o poco più delle abitazioni più povere ai due metri e oltre di quelle signorili. Per cuocere gli alimenti – e in particolare, i legumi e le zuppe – si usavano recipienti in ceramica, di capacità diversa, a seconda delle esigenze. In terracotta erano, invece, i vasi destinati alla conservazione delle derrate di uso comune, come i cereali, i legumi e l’olio. E sempre di terracotta, ma muniti di beccucci, erano i recipienti usati per conservare i liquidi. Esisteva, poi, tutta una serie di contenitori anche in metallo, destinati alla cottura dei cibi, che potevano avere forma chiusa o aperta a seconda che servissero per cuocervi cibi liquidi o più consistenti. Al primo tipo appartenevano le olle, recipienti in pietra ollare usati per bollire gli alimenti, che con l’andare del tempo furono soppiantate quasi in toto dalle pentole ansate, che potevano essere a fondo piatto o convesso, per sfruttare meglio il calore del fuoco. A forma aperta erano, invece, le comuni padelle in ferro, i tegami, disponibili in diverse dimensioni, i paioli in rame o in bronzo, e i testi usati per cuocere, ad esempio, le focacce. In metallo erano spesso anche le tazze nelle quali abitualmente si servivano brodi e minestre. Paradossalmente gli scavi archeologici ci hanno restituito, in maggioranza, i resti di recipienti in terracotta o in ceramica, anche se pare fossero più usati quelli in metallo: ciò si spiega con il fatto che quest’ultimo materiale era spesso reimpiegato per realizzare oggetti di vario tipo. Gli inventari delle case più abbienti rivelano la presenza – e quindi l’uso – di spiedi, di girarrosti e di graticole, tutti oggetti comunemente impiegati per la cottura degli arrosti, senz’altro la vivanda preferita dalle classi agiate. Esisteva, poi, anche una vasta gamma di stampi metallici, nei quali venivano cotti torte e pasticci, sia salati che dolci. Dagli antichi trattati sappiamo dell’impiego di ferri da cialde e di grattugie per il formaggio, anche se per triturare i diversi ingredienti, che entravano nella composizione, ad esempio, di una salsa, lo strumento di più largo impiego resta il mortaio, immancabile nelle cucine del Medioevo. Si trattava di mortai generalmente in legno, ma ce n’erano anche di metallo, come quelli in bronzo che gli speziali usavano per macinare le spezie. Anche se gli inventari parlano in genere di strumenti metallici, perché di maggior valore, di sicuro in cucina trovava largo impiego il legno: per i recipienti destinati alla preparazione, o alla conservazione degli alimenti, come le acetiere e le saliere, ma anche per il vasellame da tavola, come le scodelle, o i mestoli e i grandi cucchiai usati per mescolare e servire le vivande. Questi ultimi potevano essere anche in metallo, rame soprattutto, così come i colini e le schiumarole. Di legno, spesso decorato, ma talvolta anche di osso, erano pure i manici dei coltelli, in metallo, che i commensali usavano comunemente insieme con i cucchiai e con le prime forchette, che proprio verso la fine del Medioevo incominciarono finalmente a conoscere una certa diffusione. Tutti questi strumenti venivano impiegati durante la cottura degli alimenti, procedimento al quale si annetteva una fondamentale importanza. Perché se la prima preoccupazione del cuoco doveva essere quella di rendere gradevoli al palato e alla vista i diversi piatti che preparava, non bisogna dimenticare che in epoca medievale a chi cucinava si richiedeva anche che fosse un po’ medico. Tutti gli chef del tempo, infatti, mostrano una grande attenzione ai principi della dietetica, sia nell’approvvigionarsi dei diversi ingredienti che nell’assemblarli in maniera adeguata e, soprattutto, nel cuocerli in modo tale che risultassero quanto più possibile di facile digestione. Ciò era tanto più vero per quanto riguardava le carni, l’alimento principe delle mense medievali. Così, ad esempio, la carne di maiale, poiché grassa, era ritenuta “umida” e, pertanto, veniva riservata alle cotture arrosto. Il principio, tuttavia, si applicava ai suini giovani e consumati freschi, mentre nel caso della carne salata, ritenuta “secca”, si preferiva bollirla, per restituirle in questo modo un po’ di umidità. La bollitura era anche il metodo riservato alla carne di manzo, considerata particolarmente “secca”. Il pollame, poiché “freddo”, veniva riscaldato tramite bollitura e servito con salse calde e riccamente speziate. Il pesce, invece, “freddo e umido” al pari dell’acqua, l’elemento nel quale vive, veniva disseccato ricorrendo alla frittura. La bollitura, in definitiva, era il metodo più diffuso, ma molto usate erano anche le cotture per così dire associate, in cui alla bollitura seguiva l’arrostitura e questo avveniva di certo per intenerire la carne, spesso coriacea, ma anche per dissalarla, dal momento che tutt’altro che infrequente era l’impiego di carne conservata, in genere sotto sale. Scegliendo un certo metodo di cottura, il cuoco doveva quindi privilegiare sempre quello che gli avrebbe consentito di adeguare gli umori naturali del cibo alle esigenze di salute di chi poi lo avrebbe consumato.

Articolo di Clara Tartaglione. Medioevo n.1 Gennaio 2014. Per gentile concessione

martedì 23 settembre 2014

LA CUCINA SARDA NEL MEDIOEVO: DUE RICETTE!


Ci sono ricette sarde contemporanee che assomigliano terribilmente a pietanze medievali, e non a caso, vi sono molti legami. In particolare penso a due fantastici dolci sardi contemporanei, tipici e tradizionali, che cui radici mi pare sino ben piantate nel Medioevo: mi riferisco a s'aranzada nugoresa e su papai biancu. Che cos'è s'aranzada in uso nel nuorese? Un dolce delicato e raffinato, composto da scorza di arancia candita, scagliette o mandorle intere, secondo il paese e la ricetta, mompariglia colorata, in sardo traggea (dal francese dragée). La ranciata era una ricetta che faceva parte delle epices de chambre, dei bonbon che si mangiavano fuori pasto o a fine pasto. Ecco la ricetta dell'anonimo veneziano del Trecento:

A fare ranciata bona e delicata

Toy la scorza del ranzo e fane quelli pezi che tu vole e curali ben dentro, miti a mole per 15 zorni poy le lessa in aqua tanto che sia tenere, lasale sugare per tri zorni, poy lo miti in lo mele che tu la voi bolire per trizorni, poi la fa bolire un pocho e chambia, poy quello mele e miti l’ altro chon le spezie; ma prima le specie siano messe dentro sia spumato lo mele, bolla tanto che ‘l mele sia ben cocto, poy la lassa alquanti zorni a l’ aiere senza sole.

La traduzione:

Per fare aranciata buona e delicata.

Togli la scorza dell'arancia, falla a pezzi a piacere e mettila a mollo per 15 giorni, lessala sino a che sia tenera, lasciala asciugare per tre giorni, poi mettila nel miele, falla sobbollire per tre giorni, ogni tanto cambia il liquido di cottura, e infine con altro miele aggiungi le spezie; ma prima assicurati che anche il miele sia ben cotto, e infine lasciala alcuni giorni ad asciugare all'aria ma non al sole diretto.

Ovviamente si possono ridurre i tempi, 15 giorni sono un'eternità al giorno d'oggi.

Il bianco mangiare, di origine medievale e catalana, cucina influenzata dal mondo arabo, è rimasto sull’Isola come dolce, su papai biancu. In origine blanc manger significava in realtà una serie di pietanze in cui comparivano le mandorle, il pollo o la gallina, il riso come addensante grazie all’amido, lo zucchero, il latte. Prodotti raffinati chiari che conferivano a questi cibi anche un supposto potere purificante,  mondante ed erano uno status symbol.  La seguente ricetta è presa dal ricettario di Maestro Martino da Como, il Libro de Arte Coquinaria, del XV secolo. Le quantità sono pensate per 12 persone.

Per far XII menestre de bianco mangiare a la catelana.

Piglia doi bocchali di lacte de capra, et octo oncie di farina de  iso ben fina, et ponila a boglire nel dicto lacte. Dapoi piglia il petto di un cappone morto quello medesimo dì, et che sia mezo cotto,  et deffila tutto questo pecto sottilmente come capegli, et dapoi mittilo nel mortale et non gli dare se no doi tracti del pistone. Dapoi  quando lo lacte ha bollito meza hora, gectavi dentro lo dicto pecto  così sfilato con una libra de zuccharo, et lassalo bollire per spatio  de quattro hore vel circha; et questa cosa vole essere menata continuamente col cocchiaro dal principio infine a la fine Et per  quando ella è cotta, tira el cocchiaro et parerà che sia vischio. Et dapoi ponegli dell'acqua rosata como è ditto di sopra; et fa' le  menestre, sopra le quali metterai un pocho di zuccharo, et dapoi  mandale ad tavola.

Traduzione: Piglia due boccali di latte di capra, otto once di farina di riso fine, e ponila a bollire nel latte. Poi prendi un petto di cappone fresco già mezzo cotto e sminuzza il petto, mettendolo anche nel mortaio e dando un paio di colpi di pestello. Poi quando il latte ha bollito mezz'ora gettaci dentro il petto di cappone con una libbra di zucchero e lascialo bollire per 4 ore, girando continuamente il composto. Una volta cotto il composto ha una consistenza viscosa. Poi metti dell'acqua di rose, poi impiatta le minestre, sopra le quali si metterà un po' di zucchero e si serviranno a tavola.

Articolo di Alessandra Guigoni per il sito http://www.sandalyon.it/ . Tutti i diritti riservati

domenica 14 settembre 2014

LA CUCINA SARDA NEL MEDIOEVO: QUESTIONE DI GUSTO


Nel Medioevo predominano i gusti speziati, che verranno abbandonati solo dopo il Cinquecento, e sostituiti nelle cucine popolari con aromi locali, facilmente a disposizione prezzemolo, basilico, rosmarino, salvia, timo, alloro, finocchietto, mirto. Sino ad allora prevalgono la noce moscata, il pepe, la cannella, chiodi di garofano, lo zenzero, in piatti che sono agrodolci e che oggi ci sembrerebbero strani e poco appetitosi. Nel Medioevo gli Arabi brevettano l'essiccazione della pasta, che diventa così trasportabile e conservabile a lungo. Sicilia e Sardegna sono le prime regioni a dotarsi di un patrimonio pastaio di rilievo, e la storica Laura Galoppini ha ricostruito le dinamiche della produzione locale ed esportazione della pasta sarda oltremare consultando i Libri di Dogana di Cagliari. Dalla voce araba fidews derivano numerosi termini anche in sardo: findearzu è il pastaio, findeos, italiano fidelini è un tipo di pasta, e su filindeu ha la stessa radice, non l'etimo popolare “fili di Dio” ma quella storica dall'arabo fidews appunto. Nel Medioevo viene codificata la preparazione delle torte dolci e salate, in cui dentro un involucro di pasta di pane si celano pasticci con vari ingredienti: sa panada, spagnolo empanada, nasce probabilmente in questo contesto, e permane in alcune cittadine da Elmas ad Assemini da Oschiri a nella sola versione salata e con prodotti locali a mo' di riempimento, dalle anguille all'agnello dalla carne di maiale alle verdure di stagione. Anche sa burrida, dal provenzale antico bouride (italiano bollito) assume significati diversi secondo la località: a Genova è una zuppa di pesce o una zuppa a base di piselli e seppie, mentre in Sardegna, a Cagliari, è una pietanza a base di gattuccio di mare (Scyliorhinus canicula) bollito, condito con aceto con prezzemolo, aglio e noci da servire freddo. Tra i formaggi con nomi antichi va citata almeno sa merka dalla melca romana secondo il linguista Max Leopold Wagner, un cagliato di latte di pecora salato e sottoposto a breve stagionatura. Ugualmente antico lo zimino, forse dall’arabo samin (cotto nel burro), mediato dagli spagnoli, tra Liguria e Toscana è una zuppa tradizionale a base di bietole o spinaci, prezzemolo, aglio, con ceci o pesci, mentre a Sassari lo zimino è un piatto tipico della cucina popolare, rigorosamente a base di carne, di frattaglie di vitello o agnello per la precisione. Alcune preparazioni marcatamente sarde come su scabecciu, italiano scapece, con cui si conservano le derrate grazie all'aceto, derivano dal catalano, e le ritroviamo anche nel napoletano e altrove, dovunque Catalani, Aragonesi e Genovesi abbiano viaggiato. Tra i formaggi con nomi antichi va citata almeno sa merka dalla melca romana secondo il linguista Max Leopold Wagner, un cagliato di latte di pecora salato e sottoposto a breve stagionatura. Ugualmente antico lo zimino, forse dall’arabo samin (cotto nel burro), mediato dagli spagnoli, tra Liguria e Toscana è una zuppa tradizionale a base di bietole o spinaci, prezzemolo, aglio, con ceci o pesci, mentre a Sassari lo zimino è un piatto tipico della cucina popolare, rigorosamente a base di carne, di frattaglie di vitello o agnello per la precisione. Alcune preparazioni marcatamente sarde come su scabecciu, italiano scapece, con cui si conservano le derrate grazie all'aceto, derivano dal catalano, e le ritroviamo anche nel napoletano e altrove, dovunque Catalani, Aragonesi e Genovesi abbiano viaggiato. Possiamo ipotizzare che la coltivazione dell'uva, di lunga durata sull'Isola, abbia condotto in tempi antichi a utilizzare parte del mosto per produrre sapa, utilizzata in cucina in svariati modi. Sale, di cui l'Isola con le sue saline abbondava sin dai tempi antichi, aceto, essiccazione al sole o nel forno, sono materie prime e/o sistemi di conservazione delle derrate alimentari che probabilmente sono antichi e si sono consolidati nei millenni. Molti dolci si possono ascrivere al periodo tardo medievale, dal torrone, derivato dallo spagnolo turron con la solita mediazione araba ai pirichittus, dallo spagnolo periquillo, sino agli huevos de faltriquera che hanno dato origine ai gueffus, a base di pasta di mandorle, antico ingrediente dei dolci mediterranei. Importante su pappai biancu, italiano bianco mangiare, ancora una volta un cibo di origine catalana, dolce o salato, che si impone in tutta Europa nel Medioevo e rimane come un residuo nella pasticceria sarda.

Articolo di Alessandra Guigoni del sito http://www.sandalyon.it/. Tutti i diritti riservati

giovedì 11 settembre 2014

COSÌ NACQUE IL RISOTTO ALLA MILANESE



Tra le tante ricette del Viandier di Guillaume Tirel figura quella di un risotto allo zafferano, assai simile al nostro “alla milanese”. E se ciò sembra fugare ogni dubbio circa la veridicità delle leggende sulla nascita di questo celebre piatto, giova ricordarne almeno la più celebre. Anche se lo zafferano era giunto in Italia già nel Trecento, portatovi da un frate domenicano, la tradizione vuole che il “risotto giallo” sia nato a Milano, in un non meno precisato giorno del 1574. In quella data, infatti, si festeggiavano le nozze della figlia del pittore fiammingo Valerio di Profondavalle, o Perfundvalle, impegnato a istoriare con episodi della vita di Sant’Elena le vetrate del duomo cittadino. Pare dunque che, durante i preparativi per il pranzo di nozze, un promettentissimo allievo del maestro fiammingo – del quale pur ignorando il nome conosciamo il soprannome, Zafferano, per via dell’abitudine che aveva di rafforzare i colori con l’aggiunta di un pizzico della rossa polverina – abbia fatto cadere nel risotto destinato ai commensali un po’ del suo colore preferito. C’è chi dice che si trattò di un gesto canzonatorio nei confronti di Valerio, che a sua volta da tempo lo prendeva in giro, dicendogli che avrebbe finito con l’aggiungere lo zafferano anche al cibo, ma altri sostengono che il giovane abbia agito in preda alla gelosia e che quello fosse un modo per boicottare in qualche modo le nozze, dal momento che egli stesso avrebbe ambito sposare la figlia del Maestro. Se ci sia qualcosa di vero in questo racconto nessuno lo sa: certo è che il risotto alla milanese è ancora oggi un piatto gettonatissimo della tradizione culinaria lombarda.

Fonte: Medioevo.it

lunedì 8 settembre 2014

BREVE STORIA DEL VINO NEL MEDIOEVO


Il vino è stato, per tutto il Medioevo, la bevanda più versatile in assoluto: si usava in chiesa durante le cerimonie religiose, per fini curativi, alimentari. Talune volte si usavano delle sostanze che ne modificassero il gusto, quali l'allume che si usava se il gusto sapeva troppo di legno, altre volte il vino veniva aromatizzata con spezie e frutta varia. Perchè il vino era così diffuso? La risposta è semplice...al giorno d'oggi usiamo bere magari del tè, del caffè oppure gustare del buon cioccolato, tutti alimenti che verranno importanti dalle Americhe e quindi il vino, come peraltro la birra, era l'unica bevanda che potesse essere consumata in larga scala: era una tipologia di vino estremamente più leggera da quella di oggi quindi era facile anche imbattersi in persone che ne bevevano fino a due litri giornalieri anche perchè era, come si dice, "allungata" con dell'acqua disinfettata anche per poter essere dato ai poveri mendicanti. Come abbiamo detto all'inizio dell'articolo, il vino era usato anche per scopi liturgici e basti pensare che Bernardo, il fondatore dell'Ordine dei Cistercensi nell'anno del Signore 1112, favorì la produzione di vini dall'eccelsa qualità nella regione della Borgogna. 

STORIA DELLA BIRRA NEL MEDIOEVO


La birra, così come il vino, è stata una delle bevande maggiormente diffuse durante tutto il Medioevo e veniva consumata da tutti i ceti sociali dal nord Europa all'est Europa, questo perchè il clima non favoriva la coltura di vigneti per il vino che, di contro, aveva enorme diffusione nel sud dove invece la birra veniva consumata dai ceti poco benestanti questo in quanto non si poteva disporre o essere sicuri sempre di avere acqua pura e quindi si preferivano bevande per la cui creazione è prevista la bollitura dell'acqua. Nell'Europa del Nord, la birra era parte integrante dell'alimentazione e se ne consumavano anche trecento litri annui durante il Basso Medioevo, momento in cui essa era servita con ogni pasto. Risale all'anno 822 la prima descrizione dell'uso del luppolo come elemento cardine della nascita di una birra. Le parole solo di un abate carolingio seguite nel 1067 da quelle della badessa Ildegarda di Bingen che disse:

«Se qualcuno intende fare della birra con l'avena, viene preparata con il luppolo»

Prima del luppolo, venne usata la gruit, una miscela di spezie che però non permettevano una buona conservazione della bevanda e soprattutto doveva essere bevuta immediatamente oppure doveva essere "caricata" di altro alcool. Dopo il perfezionamento in Germania nel secolo XIII, la birra iniziò ad essere esportata utilizzando anche botti di legno dalla misura standard. Questo portò anche una produzione a livello industriale che vide l'uso anche di più uomini creando un modello produttivo che si diffonderà anche in Olanda, nelle Fiandre fino ad arrivare in Inghilterra nel XV secolo quando furono introdotte leggi per l'uso del luppolo. Nonostante questo, alcuni contadini si sollevarono perché affermarono che il luppolo portasse alla rovina la bevanda e ogni rivolta che nasceva veniva repressa nel sangue. 

La fabbrica di birra più attiva esistente in Europa è il Weihenstephaner, in baviera. Solamente nel XIV e XV secolo la birra fu venduta come attività artigianale in pub e monasteri. In Inghilterra una birra senza luppolo aveva il nome di "ale" e, sempre in Inghilterra, la preziosa bevanda vi arrivò dall'Olanda intorno al 1400 precisamente a Winchester e il primo luppolo arrivò solo nel 1428. 

I SALUMI NEL MEDIOEVO


Nel medioevo era diffusa l’abitudine di tagliare il maiale a metà in senso longitudinale, costituendo due "mezene", da cui il termine ancora diffuso di mezzena, che vengono conservate tramite salagione. In Francia le mezzene sono denominate baccones da cui il bacon inglese. Quando il maiale non è conservato intero, si salano le parti più pregiate: coscia o prosciutto e gambuccio, scamarita (parte della schiena vicina alla coscia), spalla. Le parti meno pregiate non vengono salate a causa dell’alto prezzo del sale. La presenza di fonti di acque salse nella pianura padana favorisce naturalmente in quest’area lo sviluppo della produzione di carni salate. Numerose sono le testimonianze iconografiche dell’uso padano di conservare il maiale sotto forma di insaccati. Tra le spezie di cui è documentato l’uso nei secoli passati, e fin dal medioevo, si possono ricordare il pepe ed altre spezie d’origine orientale: cannella, chiodi di garofano, noce moscata, zenzero, comino, zafferano; oppure le erbe aromatiche prodotte negli orti casalinghi: timo, maggiorana, salvia, anice, rosmarino, prezzemolo, coriandolo, ma soprattutto l’aglio. Il maiale é inoltre una preziosa fonte di grasso. Il lardo fin dal periodo longobardo era conservato tramite salatura; i muratori longobardi ricevono una quota fissa di lardo di circa cinque chilogrammi per il loro sostentamento prima di iniziare il lavoro stagionale.

domenica 7 settembre 2014

LA CUCINA MEDIEVALE IN SARDEGNA - 2


Che cosa mangiavano i Sardi nel Medioevo? Si fa prima a dire che cosa non mangiavano, parecchie cose a dire la verità ossia tutti quei prodotti che provenendo dalle Americhe ancora non erano stati “scoperti” e dunque portati in Europa dai Conquistadores spagnoli. Ecco un rapido elenco dei principali prodotti frutto dello scambio colombiano, arrivati in Europa a partire dal Cinquecento ma incorporati pienamente nelle gastronomie europee e in quella sarda solo a fine Settecento: pomodori, patate, fichidindia, mais, peperoni peperoncini, zucche e zucchini, gran parte dei fagioli (Phaseolus, dunque i fagioli tipo borlotti, cannellini, bianchi di Spagna ecc.) e poi avocado, ananas, papaia e il prezioso cacao, solo per citare i principali. A parte tutti i prodotti americani, anche altri prodotti, portati dagli Arabi in Occidente durante il corso del Medioevo erano davvero poco diffusi e per lo più appannaggio della nobiltà. Qualche esempio? Il riso, gli agrumi come arance, mandarini, limoni, lo zucchero... gli spinaci, arrivati dal Nepal. La Sardegna non era affatto isolata ma al centro di una complessa rete di scambi commerciali; del resto sin dall'epoca giudicale vi erano matrimoni tra sardi e la nobiltà europea, e ciò proiettava l'isola in un contesto culinario internazionale. Due esempi, riportati dall'enogastronomo Giovanni Fancello in tale senso citano i matrimoni rispettivamente tra Adelasia di Torres col re Enzo Hohenstaufen, figlio di Federico II di Svevia e quello di Eleonora D’Arborea, di madre catalana, che sposa un genovese, Brancaleone Doria. Possiamo quindi immaginare, in assenza di sostanziose fonti storiche e soprattutto ricettari sardi, che mangiassero come nel resto d'Italia, con un gusto agrodolce e speziatissimo che oggi non ci piacerebbe più. Al tempo tutte le pietanze, dolci e salate, venivano portate a tavola contemporaneamente, e si usava mescolare cibi sapidi con cibi dolci, cibi piccanti e cibi dolci. Un esempio di tale gusto tipicamente medievale potrebbe essere incarnato nella seada o sebada, celeberrimo dolce a base di un raviolo gigante di formaggio fritto e poi condito con miele. Il connubio formaggio e miele, oggi in disuso nella maggior parte delle cucine europee, è rimasto come un residuo medievale, insieme all'uso del miele come dolcificante, soppiantato dallo zucchero in Età moderna, sino quasi a scomparire tra gli ingredienti di pasticceria contemporanea europea. Un altro prodotto, sempre di pasticceria, che sembra essere di possibile ascendenza medievale sono le pardulas o formaggelle, focaccette dolci con base di pasta con strutto, ripiene di formaggio o ricotta, aromatizzate con lo zafferano, che si coltivava già sull'Isola, e con una lieve cappatura di miele, secondo la zona. La prossima settimana scopriremo altri piatti della tradizione sarda che potrebbero essere stati originati nel Medioevo. 

Articolo di Alessandra Guigoni, del blog http://www.sandalyon.it/

sabato 30 agosto 2014

GLI INGREDIENTI PER CUCINARE NEL MEDIOEVO

In linea di massima i cuochi medioevali avevano i cibi che abbiamo noi: carni, pesci, pollame, uova, cereali, legumi, erbe e spezie, vino, latte e latticini. Un tale John of Garland scrisse un Dictionarius verso il 1250 nel quale sono indicati gli alimenti presenti sulle tavole dell'epoca e possiamo trovare: ciliegie, pere, mele, prugne, cotogne, nespole, pesche, noci, nocciole, fichi, uva, salvia, cardo, finocchio, cavolo, borragine, senape, solo per citarne alcuni. Lungo le strade venditori, che non applicavano le buone prassi igieniche, vendevano oltre ai già citati alimenti, formaggi, frutta e verdura d'importazione come fichi, uva secca di Damasco, latte, burro, uova e cacciagione. Venivano, poi, venduti prodotti già lavorati come salsa all'aglio, fagioli cotti e salsa verde.
Carni, pesci e selvaggina: La lista delle carni e dei pesci usati nel Medioevo è vastissima. Si spazia dalla carne di maiale al vitello, al cervo, all’oca, al coniglio, al capretto, al daino, al montone. Per i pesci vale la stessa regola della molteplicità della scelta: luccio, storione, salmone, tinca, crostacei (come gambero, aragosta, ostrica), e poi ancora merluzzo, nasello, branzino, fino ad arrivare alle balene, foche e ai trichechi, tutti classificati come pesci. Non dimentichiamo che nel Medioevo il calendario cristiano prevedeva un’alternanza di giorni in cui era permesso il consumo della carne e del pesce. Molte ricette avevano versioni “per i giorni di magro” e “per i giorni di grasso”. Anche gli uccelli contribuivano ad aumentare la scelta delle portate per il banchetto: pernice, fagiano, piccione, anatra selvatica, quaglia, beccaccino erano i più amati. Gli uccelli di piccole dimensioni erano usati per farcire le torte salate. Carni, pesci e selvaggina subivano comunque una lunga cottura , poiché si pensava che così fossero più facilmente digeribili.
Erbe e spezie: L’uso massiccio delle erbe era dettato anche da motivi di salute, infatti con le erbe ci si curava. Oltre a quelle che era possibile coltivare nell’orto, le ricette prevedevano l’impiego di tante spezie costose provenienti dall’Oriente, come la cannella, lo zenzero e la noce moscata. Si riteneva infatti che lo zenzero “scaldasse” lo stomaco, aiutando la digestione e che i chiodi di garofano distendessero i nervi. Sempre secondo gli erboristi medievali, la noce moscata combatteva il raffreddore ed era indicata per le forme di depressione, mentre il cinnamomo era considerato un tonico importante. Naturalmente la presenza di una spezia costosa era evidente segno di ricchezza e di potere, ma i concetti di salute e ricchezza sono in questo caso strettamente legati.
Frutta e verdura: Con la frutta si iniziava solitamente il pranzo e con la frutta accompagnata da confetti lo si finiva. Era molto usata anche nelle torte salate e negli arrosti. La mela cotogna, il melograno, l’uva, il dattero, il fico, l’uva sultanina e la pera erano tra le preferite. Il succo d’uva puro era impiegato per pesci o carni in umido. Tra le verdure più comuni troviamo: lattuga, cavolo, piselli, sedano, rafano, porro, carciofo, lenticchie, rape. Anche noci, nocciole e castagne erano amatissime, ma le mandorle rivestivano un’importanza del tutto particolare, perché erano utilizzate in moltissime ricette, non solo per il loro sapore ma anche per il colore.
Mandorle: Le mandorle erano impiegate nei modi più disparati: tritate, macinate, a pezzetti, alla griglia, bollite. Esse erano inoltre l’ingrediente base per il “Biancomangiare”: una minestra preparata con riso o farina di riso, carne o pesce, più brodo e l’aggiunta delle mandorle che conferivano un gusto amarognolo molto gradito ai palati medievali. Il latte alle mandorle era usato sia come bevanda che come brodo per minestre e salse. Lo si otteneva aggiungendo al latte le mandorle tritate grossolanamente.
Uova: Il consumo di uova raggiungeva limiti strabilianti. Le ricette medievale le adoperavano da sole, nelle salse, con le erbe, per i ripieni e la decorazione finale: la famosa “doratura”. Questa operazione complessa fatta da persone specializzate proprio in quest’arte, consisteva nello spalmare arrosti di carne, selvaggina, pesci o torte salate, con una mistura di tuorli d’uovo, per dare loro un colore giallo acceso.
Miele: Il miele era onnipresente. Lo si adoperava non solo nei dolci al posto dello zucchero, ma anche nel pane, nei piatti di carne e in quelli di frutta. Il miele, infatti, era più facilmente reperibile e meno costoso dello zucchero che era importato, poiché spesso era prodotto nelle arnie domestiche.
Condimenti: Il condimento universalmente usato era il grasso di maiale, ossia il lardo, che era cotto e poi lasciato riposare per conservarlo. Diffuso era anche l’olio, utilizzato soprattutto crudo, per condire. La Chiesa raccomandava di osservare i giorni di magro (mercoledì, venerdì e sabato), perciò l’olio sostituiva il lardo e lo strutto nelle fritture, nei giorni di “penitenza alimentare”. Il burro era appannaggio dei ricchi, e spesso lo si doveva dissalare prima di utilizzarlo.

Articolo per gentile concessione del sito http://www.saperesapori.it/

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